RISPOSTA A VERONESI
Caro Direttore,
Ho letto con grande interesse l’intervento di Umberto Veronesi che il
Corriere ha pubblicato il 18/5
titolandolo “Una Camera Alta per Etica e Scienza”
Devo dire che mi ha lasciato qualche perplessità .
Veronesi parte da una riflessione indiscutibile: lo sviluppo scientifico
che ci attende ha bisogno di regole: chi deve proporle? La sua prima risposta è
pure indiscutibile: “ in linea teorica il potere legislativo”.
Consapevole dei problemi che in una società del rischio pone il tema del
controllo tecnico scientifico da parte di assemblee elettive egli va però oltre
e propone di costituire in Italia o in Europa una “Camera Alta” composta da
intellettuali indipendenti che possono disegnare l’evoluzione futura della
nostra società”.
Personalmente, malgrado la grande stima che ho del Prof. Veronesi, non credo che si possa essere d’accordo. E non perché egli non sembri preoccupato di conciliare la sua proposta, di
impronta chiaramente tecnocratica, con la sua sensibilità democratica. Lo fa
poche righe più sotto quando a costo di parzialmente svuotarla propone che tale “consesso di veri esperti che esaminino
i problemi con grande serietà e approfondimento” si limiti a sottoporre le sue
conclusioni - come si fa in democrazia - alla società civile: col che la
trasforma da organo deliberativo in
organo istruttorio. Ma
perché sembra anch’egli condividere la
diffusa tendenza secondo la quale, di
fronte alla difficoltà delle società moderne di stabilire chi è responsabile di
valutare qual è il rischio sociale connesso a scelte tecnicamente difficili,
si abbandona la fiducia nella politica e si pretende di potersi affidare alla
presunta expertise scientifica.
Quasi non fosse vera l’affermazione di
Ulrich Beck che se è “vero che la razionalità sociale senza quella scientifica
rimane cieca” altrettanto vero è “che la razionalità scientifica senza
quella sociale rimane vuota”. Vuota appunto di valori e di fini la
mediazione dei quali è compito insostituibile della politica.
A
questa tendenza bisogna invece reagire
soprattutto in vista delle incombenti decisioni costituzionali europee.
Tanto
più che le alternative cominciano a delinearsi. Sono le proposte istituzionali
che vanno lungo la via dei nuovi luoghi deliberativi quali le “Consensus
Conferences”o i “Sondaggi deliberativi” nei quali il paradigma istituzionale è
quello a tutti noi ben noto del “Processo” e l’espediente metodologico di base
è la “proceduralizzazione” o in
alternativa l’idea di Agenzia. Linee
queste del resto già introdotte in alcune recenti Direttive della Commissione
U.E. e che a noi è capitato di discutere recentemente a Londra in un Seminario
alla London School of Economics ( il Corriere ne ha dato notizia) e che sul
piano pratico stiamo approfondendo con la Regione Lombardia a proposito di OGM
( organismi geneticamente modificati).
Il
vecchio dilemma tra democrazia e tecnocrazia non è più insuperabile. E in ogni
caso dobbiamo saperlo superare se veramente vogliamo fare un Europa che abbia
sì, lo sviluppo tecnico scientifico al suo centro secondo la sua tradizione di
patria di Prometeo, di Ulisse, di
Galileo, di Einstein ma che sappia anche continuare le sue tradizioni di luogo di elezione delle grandi invenzioni
democratiche di Atene, Londra, Parigi e, perchè no, Bruxelles.
Benvenute
quindi le preziose provocazioni dei grandi tecnici ma moltiplichiamo anche i
centri e le occasioni di riflessione politico-istituzionale se vogliamo che
Milano, indiscussa capitale della ricerca italiana, possa conservare anche il
suo vecchio ruolo di capitale morale attenta ai grandi problemi della nostra
epoca.
Piero Bassetti è Presidente della Fondazione Giannino Bassetti
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