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La crisi
attuale e i progetti partecipativi
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UNA DEMOCRAZIA COL FIATO GROSSO
È giusto che in una
democrazia sofferente come la nostra gli organi di informazione non diano
spazio solo alle polemiche politiche quotidiane ma anche a riflessioni
meditate sul (mal)funzionamento della democrazia o sui pericoli che corre. Nelle
ultime settimane i giornali, anche il Corriere , hanno ospitato su
questi temi interventi pregevoli di Ralph Dahrendorf, Giuliano Amato, Guido
Rossi, e altri. Le preoccupazioni per il funzionamento della democrazia
moderna nascono insieme ad essa. C'è, da sempre, chi teme «troppa» democrazia
e chi pensa che ce ne sia «troppo poca». La prima è la critica liberale. La
seconda è la critica «repubblicana». Talvolta, vengono evocate insieme ma
conviene distinguerle. Il punto di partenza dovrebbe comunque essere il
riconoscimento di ciò che la democrazia davvero è: un insieme di istituzioni
atte a consentire alla maggioranza dei cittadini di sbarazzarsi tramite il
voto, senza spargimento di sangue, di un governo diventato sgradito ai più.
La critica liberale è che, se le istituzioni democratiche non sono bilanciate
da altre istituzioni (limiti costituzionali al potere del governo,
magistratura indipendente, stampa libera), la democrazia può fare strame
delle libertà individuali. Chi governa, forte del consenso popolare, può
travolgere le garanzie, accanirsi contro le minoranze, colonizzare ogni
ambito della vita sociale. È lo spettro della democrazia illiberale, della
tirannia della maggioranza.
Altra è la critica repubblicana. Per la quale il problema è che di democrazia
ce n'è poca e di scarsa qualità. Talvolta, vengono criticate le limitazioni
al potere della maggioranza (ad esempio, quelle volute, proprio contro il
rischio della tirannia della maggioranza, dai padri fondatori della
democrazia americana). Spesso, si indica la causa della poca democrazia nella
scarsità di cittadini informati e desiderosi di prender parte alla vita
pubblica. I vari progetti di democrazia «partecipativa» si sono sempre
scontrati con l'indifferenza, con quella che i repubblicani giudicano una deplorevole
mancanza di virtù civica dei più. Le proposte del politologo James Fishkin,
oggi in discussione anche da noi, per porre rimedio ai guasti provocati
dall'ignoranza del pubblico, rientrano in questo filone.
Fishkin propone il deliberative polling : l'esposizione di campioni
selezionati di cittadini a una informazione massiccia e pluralistica sui vari
temi di interesse pubblico al fine di favorire scelte consapevoli. Buona
idea, detto per inciso, anche se un po' di scetticismo è lecito.
C'è molto di giusto nelle critiche al funzionamento della democrazia, tranne
quando viene evocata un'età dell'oro (mai esistita). Nel caso italiano, ad
esempio, la preoccupazione liberale per la tirannia della maggioranza è
giustamente forte oggi, a causa della presenza di un premier che è capo di un
impero economico, e a causa degli scontri politico-giudiziari in atto.
Ma questa giusta preoccupazione non deve oscurare il fatto che in Italia la
cultura politica è da sempre poco sensibile alle libertà individuali. Basti
pensare a come veniva trattata fino a poco tempo addietro la libertà
economica, o di mercato (nell'ultimo decennio, semmai, la situazione è
leggermente migliorata). O al fatto che da cinquant’anni gli italiani
tollerano un'organizzazione illiberale del sistema giudiziario (mi riferisco
all'unità delle carriere dei magistrati, ma non soltanto).
Anche le preoccupazioni repubblicane vanno prese cum grano salis . Il
grosso dei cittadini è disinformato e disattento alla vita pubblica ovunque,
in tutte le democrazie. Forse, ciò che fa davvero differenza per la qualità
della democrazia è se i cittadini, pur poco attenti, provano per le
istituzioni pubbliche e i loro simboli orgoglio e rispetto oppure disprezzo,
cinismo, ostilità.
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