RASSEGNA STAMPA

25 MAGGIO 2003
ANGELO PANEBIANCO
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La crisi attuale e i progetti partecipativi

UNA DEMOCRAZIA COL FIATO GROSSO


È giusto che in una democrazia sofferente come la nostra gli organi di informazione non diano spazio solo alle polemiche politiche quotidiane ma anche a riflessioni meditate sul (mal)funzionamento della democrazia o sui pericoli che corre. Nelle ultime settimane i giornali, anche il Corriere , hanno ospitato su questi temi interventi pregevoli di Ralph Dahrendorf, Giuliano Amato, Guido Rossi, e altri. Le preoccupazioni per il funzionamento della democrazia moderna nascono insieme ad essa. C'è, da sempre, chi teme «troppa» democrazia e chi pensa che ce ne sia «troppo poca». La prima è la critica liberale. La seconda è la critica «repubblicana». Talvolta, vengono evocate insieme ma conviene distinguerle. Il punto di partenza dovrebbe comunque essere il riconoscimento di ciò che la democrazia davvero è: un insieme di istituzioni atte a consentire alla maggioranza dei cittadini di sbarazzarsi tramite il voto, senza spargimento di sangue, di un governo diventato sgradito ai più.
La critica liberale è che, se le istituzioni democratiche non sono bilanciate da altre istituzioni (limiti costituzionali al potere del governo, magistratura indipendente, stampa libera), la democrazia può fare strame delle libertà individuali. Chi governa, forte del consenso popolare, può travolgere le garanzie, accanirsi contro le minoranze, colonizzare ogni ambito della vita sociale. È lo spettro della democrazia illiberale, della tirannia della maggioranza.
Altra è la critica repubblicana. Per la quale il problema è che di democrazia ce n'è poca e di scarsa qualità. Talvolta, vengono criticate le limitazioni al potere della maggioranza (ad esempio, quelle volute, proprio contro il rischio della tirannia della maggioranza, dai padri fondatori della democrazia americana). Spesso, si indica la causa della poca democrazia nella scarsità di cittadini informati e desiderosi di prender parte alla vita pubblica. I vari progetti di democrazia «partecipativa» si sono sempre scontrati con l'indifferenza, con quella che i repubblicani giudicano una deplorevole mancanza di virtù civica dei più. Le proposte del politologo James Fishkin, oggi in discussione anche da noi, per porre rimedio ai guasti provocati dall'ignoranza del pubblico, rientrano in questo filone.
Fishkin propone il deliberative polling : l'esposizione di campioni selezionati di cittadini a una informazione massiccia e pluralistica sui vari temi di interesse pubblico al fine di favorire scelte consapevoli. Buona idea, detto per inciso, anche se un po' di scetticismo è lecito.
C'è molto di giusto nelle critiche al funzionamento della democrazia, tranne quando viene evocata un'età dell'oro (mai esistita). Nel caso italiano, ad esempio, la preoccupazione liberale per la tirannia della maggioranza è giustamente forte oggi, a causa della presenza di un premier che è capo di un impero economico, e a causa degli scontri politico-giudiziari in atto.
Ma questa giusta preoccupazione non deve oscurare il fatto che in Italia la cultura politica è da sempre poco sensibile alle libertà individuali. Basti pensare a come veniva trattata fino a poco tempo addietro la libertà economica, o di mercato (nell'ultimo decennio, semmai, la situazione è leggermente migliorata). O al fatto che da cinquant’anni gli italiani tollerano un'organizzazione illiberale del sistema giudiziario (mi riferisco all'unità delle carriere dei magistrati, ma non soltanto).
Anche le preoccupazioni repubblicane vanno prese cum grano salis . Il grosso dei cittadini è disinformato e disattento alla vita pubblica ovunque, in tutte le democrazie. Forse, ciò che fa davvero differenza per la qualità della democrazia è se i cittadini, pur poco attenti, provano per le istituzioni pubbliche e i loro simboli orgoglio e rispetto oppure disprezzo, cinismo, ostilità.

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