[La filosofia è fiamma o meraviglia?
Un libro
di Bonanate e Valsania, Le ragioni dei filosofi (Carocci),
affronta il problema relativo alla metafilosofia: una priorità nell'agenda dei
filosofi, che difficilmente possono prescinderne; e una questione ambigua che
spesso implica imbarazzanti propensioni verso la sociologia della cultura, la
divulgazione, o al meglio, la storia delle idee
La
filosofia contemporanea si può paragonare a un mare dopo un naufragio. La nave
è sprofondata, ma molti oggetti di diversa entità e natura galleggiano
sull'acqua, e questi oggetti sono i problemi filosofici. Alcuni sono
miracolosamente intatti, qualche elegante mobiletto lucido in peach pine,
residuo della cabina del capitano, che potrebbe ancora figurare in camera da
letto; altri sono stati molto lavorati dal mare, e danneggiati forse
irreparabilmente. Almeno però, va detto, c'è il mare, c'è l'acqua. Il mare ha
determinato un tempo la sciagura, ma ora è il benevolo sfondo unico che porta a
galla i problemi. Ora, proprio questo mare si può interpretare come il vero
sfondo filosofico della filosofia. Ricordando la zattera che portava i
marinai-filosofi di Neurath, o le palafitte di Popper, o anche il naufragio con
spettatore di Blumenberg, il mare si potrebbe con ragione considerare come
l'equivalente metaforico della confusa e mai risolta domanda sui fondamenti. Ma
da un altro punto di vista, forse più disincantato, la stessa problematica del
fondamento altro non è che una parte del campo informe, vasto e mutevole (e
perciò appunto simile all'acqua del mare) della metafilosofia, ossia
l'indagine che dovrebbe occuparsi della natura, senso, oggetto, definizione,
scopo, ruolo culturale, ambito istituzionale, e via così, della filosofia.
La questione metafilosofica è sempre stata una ambigua
priorità nell'agenda del filosofo medio. Una priorità perché c'è il sospetto
che difficilmente si possa fare filosofia senza avere le idee chiare in materia
metafilosofica; ambigua perché si tratta di una questione complicata, noiosa,
che spesso implica, in chi la pratica, spiacevoli propensioni verso la
sociologia della cultura, la divulgazione, o nella migliore delle ipotesi la
storia delle idee. E inoltre, l'inclinazione alla metafilosofia è tipica di
quegli autori con il vizio del preparatorio, del preliminare e del
propedeutico; persone che (per tornare a metafore acquatiche) fanno come i
kantiani secondo Hegel: pretendono di imparare a nuotare senza tuffarsi
nell'acqua, e limitandosi a fare esercizi sulla riva.
Eppure, è abbastanza facile vedere che senza metafilosofia
una gran parte della produzione filosofica delle più diverse epoche cadrebbe
nel vuoto. Basta pensare alle lamentele di Platone e Aristotele contro i
Sofisti, e alla loro insistenza nel difendere la «vera» filosofia contro l'apparenza di filosofia. Basta pensare agli ultimi grandi
sistemi filosofici di cui possiamo avvalerci, per esempio quello di Kant,
anzitutto orientato al problema di salvare la possibilità della filosofia dopo
la crisi della sua disciplina più fortunata e importante, la metafisica. Basta
infine ricordare che quasi tutta la filosofia del Novecento è guidata dal
problema di ri-legittimarsi in rapporto alla nuova sistemazione illuministica e
poi positivistica dei saperi, oppure di combattere con ogni mezzo tale
sistemazione...
Perché ciò avvenga, è facile capirlo; è in questione la
costitutiva fragilità culturale della filosofia, la «casella vuota» nel sistema
dei saperi: una disciplina, o atteggiamento, o genere di scrittura o attività
umana, che non si sa bene se sia fiamma o meraviglia, amore o dubbio, malattia
o sapienza sciamanica, scienza o quasi-scienza o pseudoscienza o neuroscienza,
arte o stile di vita, e che - lo si sospetta vivamente - forse è soltanto il
più fantastico inganno ordito contro l'ingenuità degli studenti (e degli
studiosi) occidentali. Il che è sufficiente, forse, a far vedere quanto la
domanda metafilosofica abbia buone ragioni d'essere posta. Spesso peraltro, nel
cuore di uno storico della filosofia si annida un metafilosofo, ovvero un
filosofo preoccupato della scarsa determinatezza della scienza che gli dà da
vivere, e interessato a rintracciare le ragioni storiche di tale
indeterminatezza, ed eventualmente i metodi per ovviarvi. È dunque molto interessante,
e secondo me profondamente onesta, l'esperienza di chi fa storia non tanto o
soltanto della filosofia, ma piuttosto e anche della metafilosofia. Che io
sappia, le esperienze di questo genere sono rare, ed è dunque particolarmente
interessante il lavoro di Ugo Bonanate e Maurizio Valsania, che hanno
scritto una breve storia generale della metafilosofia, dagli antichi a Kant,
dal titolo Le ragioni dei filosofi (Carocci,
pp. 366, 21,50 euro).
Si sa che gli storici della filosofia sono di molte specie diverse,
e la varietà dipende tanto da che cosa si intende per filosofia, e da «quale»
filosofia si intende meritevole di entrare in una storia, quanto dai diversi
metodi storiografici adottati. Ci sono comunque variazioni di grado tra gli
storici molto «filosofici» della filosofia, ossia quelli che raccontano la
storia del pensiero come una forma di autoanalisi della (propria) ragione, e
gli storici più «storici», quelli che fanno ricostruzioni minuziose e
documentate, per esempio con una precisa cognizione di come le istituzioni
socio-culturali intervengano nella nascita e nella vita delle idee.
Ora Bonanate e Valsania, in quanto - in questa opera -
storici della metafilosofia, possono collocarsi a un punto intermedio tra
storici-filosofi e storici-storici. Il loro primo obiettivo in effetti è
teorico: si tratta di venire a capo, almeno provvisoriamente e in linea
propedeutica, della millenaria questione «was ist Philosophie?». Ma al lettore
non viene data una specifica risposta, bensì offerta la ricostruzione delle
molte risposte altrui. Naturalmente, è difficile mantenersi neutrali, in
filosofia come in metafilosofia, e di fatto gli autori ammettono di vedere
«nella filosofia semplicemente ciò che, in diverse epoche, alcuni saggi, dotti,
sapienti, studiosi, professori (e anche geni) hanno pensato, sperato, voluto
che fosse». Il principio storicista la filosofia è
la sua storia viene dunque corretto in la
filosofia è la somma delle sue definizioni.
Il risultato è evidentemente un manuale di storia della filosofia,
breve ma esaustivo. Ma c'è anche, ed è utile notarlo, la dimostrazione di
quanto la scelta del filo conduttore metafilosofico fornisca in molti casi un
ottimo filtro interpretativo e un utile orientamento per la ricostruzione
storico-critica, come risulta particolarmente evidente nei capitoli dedicati ad
autori e correnti su cui il giudizio storico è controverso: per esempio nella
parte dedicata all'idealismo tedesco. Qui il taglio metafilosofico consente di
far vedere, e di spiegare con molta chiarezza, quanto le ragioni delle tesi
oscure e del linguaggio astruso dei grandi idealisti fossero tutt'altro che
irragionevoli o peregrine. Nella prospettiva del problema del «come fare
filosofia» e del «che cosa è filosofia», tanto le ragioni dell'infinità della
produzione inconscia secondo Fichte quanto le ragioni dell'anti-soggettivismo
hegeliano risaltano con estrema evidenza.
Infine, molte pagine del volume vivono di un interessante
disequilibrio tra consapevolezza e inconsapevolezza degli autori trattati.
Accanto alle metafilosofie esplicite dei filosofi, vanno considerate infatti
anche le loro metafilosofie implicite e in alcuni casi inconsapevoli, che si
possono individuare esaminando quel che i filosofi hanno fatto, detto e
scritto. In questo ambito è facile vedere all'opera molte contraddizioni e
confusioni. Molte contraddizioni inapparenti della nostra tradizione si
registrano proprio tra quel che i filosofi dicono di se stessi, e il modo in
cui lo dicono (e pensiamo anzitutto ai superbi predicatori dell'umiltà, del
poco e del minimo in filosofia).
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