![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 MAGGIO 2003 |
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E
questo è il punto: la democrazia vive di consenso popolare e il suo principio
più basilare è che il voto dei cittadini non si discute. Ma altro è questo, altro è circondare il
principio di miti irreali anziché domandarsi a quali condizioni esso può dare i
suoi frutti migliori. Non a caso i
grandi cultori della democrazia hanno sempre posto al centro della loro
attenzione i modi per rendere libera, e per accrescere, l'informazione del
cittadino: non è forse vero che la libertà più strategicamente importante ai
fini del buon funzionamento della democrazia è per unanime riconoscimento - la
libertà di pensiero con tutte le sue premesse e i suoi addentellati? Insomma, la sovranità popolare è un prius intangibile, ma vale per gli
elettori -quello che valeva per i vecchi re degli Stati assoluti: essere
sovrani non vuol dire avere per ciò stesso un'opinione informata su tutto. Caso mai richiede che, possibilmente, si sia
messi in condizioni di averla.
Ciò
non necessariamente significa -sia chiaro -che l'elettore, una volta munito di
tutte le informazioni necessarie sulle possibili soluzioni di una data
questione, deciderà, e dovrà decidere, scegliendo la soluzione più
razionale. Non dobbiamo essere
retorici, ma non dobbiamo neppure cadere in un astratto illuminismo.
Ciascuno
a questo mondo è «situato», direbbe Albert Camus, ed ha le sue visioni, le sue
simpatie e le sue diffidenze. Anche
queste fanno parte delle sue informazioni e anche queste concorrono alla sua
decisione. (... )
James
Fishkin, che - come dice Renato Mannheimer -è un amico, non un nemico dei
sondaggi, racconta un caso che è diventato un classico negli Stati Uniti: un
sondaggio organizzato nel 1976 sul «Public Affairs Act» - diceva la domanda -
del 1975. Le risposte si divisero come
al solito tra i favorevoli, i contrari e una esigua minoranza di «non so». Solo a sondaggio avvenuto, gli organizzatori
resero noto agli intervistati, e quindi al pubblico, che il «Public Affairs
Act» del 1975 in realtà non esisteva.
Non solo, ma vent'anni dopo l'esperimento venne ripetuto, chiedendo se
si era favorevoli al presidente Clinton, che quella legge voleva conservarla, o
ai repubblicani, che la volevano abrogare.
La maggioranza si schierò col presidente e neppure questa volta il
voluto errore venne scoperto durante il sondaggio
Ma
non c'è solo l'ignoranza inconsapevole a inficiare i sondaggi, ci sono le
alterazioni dei risultati che possono derivare da specificità degli
intervistati. Si pensi ad un sondaggio
fra intellettuali su un romanzo di cui si chieda se ha rappresentato o meno un
punto di svolta. Nel caso che il romanzo
fosse immaginario presumibilmente se ne accorgerebbero, ma se fosse vero e non
lo avessero letto, mai ammetterebbero di non averlo letto e direbbero comunque
che è stato, o non è stato, un punto di svolta. Per non parlare dei sondaggi aperti, quelli nei quali il campione
non è pre-selezionato, ma è costituito da coloro che volontariamente decidono
di rispondere. E' lo stesso Fishkin a citare il caso di un sondaggio
organizzato da una rivista americana, che chiese ai suoi lettori di designare
il personaggio del secolo scegliendolo fra attori, scienziati, romanzieri,
politici ed altri. Il personaggio del
secolo risultò Ataturk e questo perché la comunità turca negli Stati Uniti si
organizzò e riuscì a far arrivare il numero più alto di risposte.
Davanti
a queste palesi imperfezioni della vita democratica è giusto ricordare che le
strade da percorrere per dare alle nostre democrazie il fondamento di una
sovranità popolare più informata, e quindi più consapevole, sono molteplici. Le conosciamo e sappiamo che dobbiamo
continuare a batterle, senza mai fermarci, negli anni a venire. Tutti pensiamo alla scuola, all'accesso del
numero più ampio di noi ai livelli di istruzione superiore, al «long life
learning», ai mezzi di informazione, alle campagne informative non solo dei
governi, ma delle organizzazioni civili che vi si impegnano. Sappiamo altresì
che attraverso queste strade abbiamo già di molto allargato il numero dei
cittadini informati, o in condizioni di informarsi
Ma
mentre le vecchie e le nuove sfide pendono su di noi nell'incessante battaglia
che ogni democrazia deve fare per inverarsi, si possono migliorare i sondaggi,
da un lato per concorrere a queste stesse sfide, dall'altro per dare intanto
alla politica un substrato meno aleatorio di quello che oggi essa vi
trova? Certo, se quelle sfide fossero
vinte una volta per tutte, il problema non si porrebbe neppure. Ma non saranno mai vinte una volta per
tutte, mentre è proprio nei sondaggi (ai quali sempre più si ricorre) che si
ritrovano i segni delle vittorie e delle sconfitte che veniamo conseguendo
nell'affrontarle. Ed è qui che
incontriamo Fishkin con il suo lavoro e che di questo lavoro possiamo
apprezzare tutti i meriti innovativi.
Il
nostro autore non squalifica affatto i sondaggi tradizionali, ma giustamente
avverte che essi ci offrono, sui temi volta a volta trattati, opinioni grezze,
dove grezze vuol dire espresse sulla base del livello di informazione comunque
esistente e comunque acquisito prima di essere interpellati. Il dato aggregato
che ne esce è tutt'altro che irrilevante, ma è utile per capire in primo luogo
quanto gli intervistati sanno del problema, non necessariamente che cosa
effettivamente vogliono al riguardo.
Può ben essere infatti che alcuni ne sappiano molto e altri ne sappiano
poco e che l'opinione di quelli che ne sanno poco sia destinata a cambiare se
esposta a una informazione maggiore. E'
quello che negli Stati Uniti è accaduto - ci dice Fishkin - in tema di aiuti
americani agli altri paesi. Respirando
nell'aria il buon (o cattivo) senso dell'opinione media populista che considera
buttati i dollari spesi per gli aiuti, molti americani pensano che si tratti di
montagne di dollari e alla domanda se li si debba ridurre, in prima battuta
rispondono sì. Non appena apprendono di
quanto effettivamente si tratta e che gli Stati Uniti sono il paese ricco che
dà meno di tutti in percentuale del proprio Prodotto Interno Lordo, cambiano
quasi tutti risposta.
E'
qui, in questo passaggio dal. sondaggio grezzo al sondaggio informato, il cuore
dell'innovazione di Fishkin. Si chiama
«deliberative poll» e fa seguire al sondaggio grezzo un lavoro dialogico fra
gli intervistati ed esperti della materia, a seguito del quale il sondaggio
viene ripetuto con risultati, a quanto emerge dalle ormai numerose esperienze,
sorprendentemente diversi. Certo i
problemi da affrontare per rendere credibile una tale operazione sono
tutt'altro che semplici e offrono difficoltà diverse in paesi diversi: a parte
i costi e una certa complessità organizzativa -il sondaggio coinvolge- come
sempre centinaia o migliaia di persone, il lavoro dialogico va fatto per
piccoli gruppi in luoghi appositi nei quali bisogna portare e spesare i
partecipanti - c'è la scelta delicatissima degli esperti. Persone indipendenti, che forniscono in modo
imparziale i dati sul problema e che in modo non meno imparziale enunciano i
pro e i contro delle soluzioni possibili?
Oppure avvocati di parte, sulle cui contrastanti arringhe gli
intervistati si formano la propria opinione? I primi - si dice - sono
preferibili, ma a volte non ci sono e magari fingono di essercí. I secondi sono
più facili da trovare, ma il rischio è che finisca come a Porta a Porta. (...)
Certo
si è che l'utilità dello strumento è direttamente proporzionale all'intensificazione
in corso delle consultazioni popolari, si tratti di puri e semplici sondaggi
che orientano successive decisioni politiche, si tratti di veri e propri
referendum. I governanti di un numero crescente di paesi europei vivono come un
incubo il fatto che le loro decisioni comuni nelle sedi dell'Unione sono, per
legge interna, sottoposte a referendum; e cercano di minimizzarne la portata,
chiedono agli altri di fare il meno rumore possibile, vogliono apparire il più
possibile rispettosi non solo dei giudizi, ma anche dei pregiudizi presenti
nelle loro opinioni pubbliche. Anzi, a
volte fanno anche di più e per ragioni di consenso cavalcano i pregiudizi per
primi, pur sapendo che di questo si tratta.
Quello che colpisce è che in giro c'è una diffusa comprensione per tutto
ciò e la «sciagura» dei referendum viene vissuta come la traversata di un
incendio cercando di non bruciarsi.
Ebbene questo è il modo peggiore di vivere la democrazia, è anzi negarla
nello stesso momento in cui ci si inchina ai suoi riti.
Fishkin dovrebbe essere ingaggiato a tempo pieno dai governanti europei, perché organizzi in ciascuno dei loro paesi delle «deliberative polls» su quello che essi fanno in Europa e che dovrà andare più tardi a referendum. Lo farebbero meglio, avrebbero il coraggio di dire quello che fanno e avrebbero magari più consenso di quello che riescono ad avere con i sussurri e le grida di oggi. Le strade sono tante - dicevo - ma dovrebbe essere chiaro che il miglioramento delle nostre democrazie passa anche di qua.