RASSEGNA STAMPA

22 MAGGIO 2003
GIULIANO AMATO
[La retorica della politica ama sostenere che chi vince le elezioni attuerà dal giorno dopo non il proprio, ma il programma del popolo: perché il popolo, votando per i vincitori, ha fatto suo il loro programma e li chiama appunto ad attuarlo.  La scienza della politica dice invece che non è così e che con il voto i cittadini scelgono, per un insieme di diversificate ragioni, coloro che ritengono più adatti a risolvere i problemi futuri del paese.  Perché una differenza così netta?  Perché - ci viene spiegato - la nozione di "programma del popolo" presuppone negli elettori una volontà unitaria rispetto ai vari punti dello stesso programma, che nella realtà non esiste; e perché, e ancora più pregiudizialmente, non è affatto detto che gli elettori conoscano quei singoli punti o che, quand'anche si fossero espressi favorevolmente su di essi attraverso precedenti sondaggi, fossero davvero informati su ciò a cui dicevano o no.

E questo è il punto: la democrazia vive di consenso popolare e il suo principio più basilare è che il voto dei cittadini non si discute.  Ma altro è questo, altro è circondare il principio di miti irreali anziché domandarsi a quali condizioni esso può dare i suoi frutti migliori.  Non a caso i grandi cultori della democrazia hanno sempre posto al centro della loro attenzione i modi per rendere libera, e per accrescere, l'informazione del cittadino: non è forse vero che la libertà più strategicamente importante ai fini del buon funzionamento della democrazia è per unanime riconoscimento - la libertà di pensiero con tutte le sue premesse e i suoi addentellati?  Insomma, la sovranità popolare è un prius intangibile, ma vale per gli elettori -quello che valeva per i vecchi re degli Stati assoluti: essere sovrani non vuol dire avere per ciò stesso un'opinione informata su tutto.  Caso mai richiede che, possibilmente, si sia messi in condizioni di averla.

Ciò non necessariamente significa -sia chiaro -che l'elettore, una volta munito di tutte le informazioni necessarie sulle possibili soluzioni di una data questione, deciderà, e dovrà decidere, scegliendo la soluzione più razionale.  Non dobbiamo essere retorici, ma non dobbiamo neppure cadere in un astratto illuminismo.

Ciascuno a questo mondo è «situato», direbbe Albert Camus, ed ha le sue visioni, le sue simpatie e le sue diffidenze.  Anche queste fanno parte delle sue informazioni e anche queste concorrono alla sua decisione. (... )

James Fishkin, che - come dice Renato Mannheimer -è un amico, non un nemico dei sondaggi, racconta un caso che è diventato un classico negli Stati Uniti: un sondaggio organizzato nel 1976 sul «Public Affairs Act» - diceva la domanda - del 1975.  Le risposte si divisero come al solito tra i favorevoli, i contrari e una esigua minoranza di «non so».  Solo a sondaggio avvenuto, gli organizzatori resero noto agli intervistati, e quindi al pubblico, che il «Public Affairs Act» del 1975 in realtà non esisteva.  Non solo, ma vent'anni dopo l'esperimento venne ripetuto, chiedendo se si era favorevoli al presidente Clinton, che quella legge voleva conservarla, o ai repubblicani, che la volevano abrogare.  La maggioranza si schierò col presidente e neppure questa volta il voluto errore venne scoperto durante il sondaggio

Ma non c'è solo l'ignoranza inconsapevole a inficiare i sondaggi, ci sono le alterazioni dei risultati che possono derivare da specificità degli intervistati.  Si pensi ad un sondaggio fra intellettuali su un romanzo di cui si chieda se ha rappresentato o meno un punto di svolta.  Nel caso che il romanzo fosse immaginario presumibilmente se ne accorgerebbero, ma se fosse vero e non lo avessero letto, mai ammetterebbero di non averlo letto e direbbero comunque che è stato, o non è stato, un punto di svolta.  Per non parlare dei sondaggi aperti, quelli nei quali il campione non è pre-selezionato, ma è costituito da coloro che volontariamente decidono di rispondere. E' lo stesso Fishkin a citare il caso di un sondaggio organizzato da una rivista americana, che chiese ai suoi lettori di designare il personaggio del secolo scegliendolo fra attori, scienziati, romanzieri, politici ed altri.  Il personaggio del secolo risultò Ataturk e questo perché la comunità turca negli Stati Uniti si organizzò e riuscì a far arrivare il numero più alto di risposte.

Davanti a queste palesi imperfezioni della vita democratica è giusto ricordare che le strade da percorrere per dare alle nostre democrazie il fondamento di una sovranità popolare più informata, e quindi più consapevole, sono molteplici.  Le conosciamo e sappiamo che dobbiamo continuare a batterle, senza mai fermarci, negli anni a venire.  Tutti pensiamo alla scuola, all'accesso del numero più ampio di noi ai livelli di istruzione superiore, al «long life learning», ai mezzi di informazione, alle campagne informative non solo dei governi, ma delle organizzazioni civili che vi si impegnano. Sappiamo altresì che attraverso queste strade abbiamo già di molto allargato il numero dei cittadini informati, o in condizioni di informarsi

Ma mentre le vecchie e le nuove sfide pendono su di noi nell'incessante battaglia che ogni democrazia deve fare per inverarsi, si possono migliorare i sondaggi, da un lato per concorrere a queste stesse sfide, dall'altro per dare intanto alla politica un substrato meno aleatorio di quello che oggi essa vi trova?  Certo, se quelle sfide fossero vinte una volta per tutte, il problema non si porrebbe neppure.  Ma non saranno mai vinte una volta per tutte, mentre è proprio nei sondaggi (ai quali sempre più si ricorre) che si ritrovano i segni delle vittorie e delle sconfitte che veniamo conseguendo nell'affrontarle.  Ed è qui che incontriamo Fishkin con il suo lavoro e che di questo lavoro possiamo apprezzare tutti i meriti innovativi.

Il nostro autore non squalifica affatto i sondaggi tradizionali, ma giustamente avverte che essi ci offrono, sui temi volta a volta trattati, opinioni grezze, dove grezze vuol dire espresse sulla base del livello di informazione comunque esistente e comunque acquisito prima di essere interpellati. Il dato aggregato che ne esce è tutt'altro che irrilevante, ma è utile per capire in primo luogo quanto gli intervistati sanno del problema, non necessariamente che cosa effettivamente vogliono al riguardo.  Può ben essere infatti che alcuni ne sappiano molto e altri ne sappiano poco e che l'opinione di quelli che ne sanno poco sia destinata a cambiare se esposta a una informazione maggiore.  E' quello che negli Stati Uniti è accaduto - ci dice Fishkin - in tema di aiuti americani agli altri paesi.  Respirando nell'aria il buon (o cattivo) senso dell'opinione media populista che considera buttati i dollari spesi per gli aiuti, molti americani pensano che si tratti di montagne di dollari e alla domanda se li si debba ridurre, in prima battuta rispondono sì.  Non appena apprendono di quanto effettivamente si tratta e che gli Stati Uniti sono il paese ricco che dà meno di tutti in percentuale del proprio Prodotto Interno Lordo, cambiano quasi tutti risposta.

E' qui, in questo passaggio dal. sondaggio grezzo al sondaggio informato, il cuore dell'innovazione di Fishkin.  Si chiama «deliberative poll» e fa seguire al sondaggio grezzo un lavoro dialogico fra gli intervistati ed esperti della materia, a seguito del quale il sondaggio viene ripetuto con risultati, a quanto emerge dalle ormai numerose esperienze, sorprendentemente diversi.  Certo i problemi da affrontare per rendere credibile una tale operazione sono tutt'altro che semplici e offrono difficoltà diverse in paesi diversi: a parte i costi e una certa complessità organizzativa -il sondaggio coinvolge- come sempre centinaia o migliaia di persone, il lavoro dialogico va fatto per piccoli gruppi in luoghi appositi nei quali bisogna portare e spesare i partecipanti - c'è la scelta delicatissima degli esperti.  Persone indipendenti, che forniscono in modo imparziale i dati sul problema e che in modo non meno imparziale enunciano i pro e i contro delle soluzioni possibili?  Oppure avvocati di parte, sulle cui contrastanti arringhe gli intervistati si formano la propria opinione? I primi - si dice - sono preferibili, ma a volte non ci sono e magari fingono di essercí. I secondi sono più facili da trovare, ma il rischio è che finisca come a Porta a Porta. (...)

Certo si è che l'utilità dello strumento è direttamente proporzionale all'intensificazione in corso delle consultazioni popolari, si tratti di puri e semplici sondaggi che orientano successive decisioni politiche, si tratti di veri e propri referendum. I governanti di un numero crescente di paesi europei vivono come un incubo il fatto che le loro decisioni comuni nelle sedi dell'Unione sono, per legge interna, sottoposte a referendum; e cercano di minimizzarne la portata, chiedono agli altri di fare il meno rumore possibile, vogliono apparire il più possibile rispettosi non solo dei giudizi, ma anche dei pregiudizi presenti nelle loro opinioni pubbliche.  Anzi, a volte fanno anche di più e per ragioni di consenso cavalcano i pregiudizi per primi, pur sapendo che di questo si tratta.  Quello che colpisce è che in giro c'è una diffusa comprensione per tutto ciò e la «sciagura» dei referendum viene vissuta come la traversata di un incendio cercando di non bruciarsi.  Ebbene questo è il modo peggiore di vivere la democrazia, è anzi negarla nello stesso momento in cui ci si inchina ai suoi riti.

Fishkin dovrebbe essere ingaggiato a tempo pieno dai governanti europei, perché organizzi in ciascuno dei loro paesi delle «deliberative polls» su quello che essi fanno in Europa e che dovrà andare più tardi a referendum.  Lo farebbero meglio, avrebbero il coraggio di dire quello che fanno e avrebbero magari più consenso di quello che riescono ad avere con i sussurri e le grida di oggi.  Le strade sono tante - dicevo - ma dovrebbe essere chiaro che il miglioramento delle nostre democrazie passa anche di qua.
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