RASSEGNA STAMPA

22 MAGGIO 2003
ARMANDO TORNO
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Dagli Stati Uniti a Israele, molti circoli intellettuali tradizionalisti si ispirano a lui. E in Italia si pubblica «La guida dei perplessi»

Neoconservatori nel nome di Maimonide

Ci sono autori che spiegano, senza l’aiuto di alcun aggettivo, la civiltà a cui appartengono. Dante ha questo valore per l’Italia, Cervantes è la Spagna, Puskin la Russia, Goethe la Germania, Omero è tale per l’antica Grecia, Virgilio per il mondo latino e Shakespeare per quello anglosassone. Con un pizzico di civetteria oseremmo scrivere Flaubert per lo spirito francese. Il gioco potrebbe continuare all’infinito, con i generi, le discipline, quel che si desidera. Se un quesito simile fosse posto al mondo ebraico, la risposta sarebbe una sola: Mosè Maimonide. Chi era costui? Nacque a Cordova il 30 marzo 1138, era figlio di un giudice rabbinico. A dieci anni, con la famiglia, lascia la città per sfuggire alla persecuzione dei nuovi signori musulmani, gli Almohadi. Inizia a peregrinare: Andalusia, forse la Provenza, Fez in Marocco, San Giovanni d’Acri sulla costa della Palestina, poi Hebron, Gerusalemme, infine giunge in Egitto, al Cairo, la vecchia al-Fustat. Si stabilisce. Un itinerario carico di opere e di quesiti. Secondo alcune fonti la famiglia si sarebbe convertita formalmente all’Islam, pur mantenendo l’adesione al giudaismo; Maimonide si occupa, tra l’altro, di logica, del calendario, lascia dei commenti, una Lettera sull’apostasia , lavori di medicina (libri di patologia, sui farmaci, sui veleni, sugli antidoti), nonché un Trattato sulla resurrezione dei morti . Ma l’opera che lo renderà immortale per il giudaismo è la Guida dei perplessi , che terminò intorno al 1190, scritta in arabo con caratteri ebraici.
Anche il suo nome riflette le mille peregrinazioni, gli attraversamenti di civiltà compiuti. Per gli arabi si chiamava Abu Imran Musa Ibn Maymun, per gli ebrei Mosheh ben Maymon (era noto anche con l’acronimo Rambam), per i latini Moses Aegyptius. Giustamente Maurice-Ruben Hayoun, che gli ha dedicato un importante studio, l’ha intitolato Maimonide. L’altro Mosè (esce ora da Jaca Book, pagine 320, 24) , proprio per ricordare che la sua rilevanza è paragonabile al grande personaggio biblico. La Guida è un’opera - come osserva il rabbino Giuseppe Laras nella prefazione ad Hayoun - che egli non scrisse per tutti. Non è insomma un libro finalizzato alle masse, né ai principianti, ma a un’ élite salda nella fede e nell’osservanza. È per quelle persone che possono avere sensazioni di smarrimento o di perplessità per talune espressioni relative a Dio e ai suoi attributi che si leggono nella Torah (è la legge; di solito si intende il Pentateuco , cioè i primi cinque libri della Bibbia) .
Ma cos’è la Guida? Ora che, grazie a Mauro Zonta, esce la prima traduzione italiana presso la Utet, questa domanda è doverosa. Una risposta ce la offre ancora Laras, laddove ricorda che Maimonide ha ridotto la complessa e articolata dottrina dell’ebraismo «in una concezione filosofica da contrapporre al sistema aristotelico, al fine di mostrarne la superiorità». Un’impresa arditissima che il mondo ebraico non dimenticherà. In sostanza, egli opera una vera e propria rivoluzione copernicana per lo spirito ebraico. Anziché cercare una via per dimostrare che la Scrittura coincide, o almeno non contrasta, con le riflessioni della ragione, egli cerca di ritrovare le dottrine filosofiche nei testi della Rivelazione. Per questo Maimonide è continuamente attuale.
Se si desidera una prova della sua influenza oggi, basta aprire il saggio di Massimo Giuliani Il pensiero ebraico contemporaneo , appena pubblicato da Morcelliana (pagine 608, 35,50). Ci si rende conto come l’opera del «secondo Mosè» sia presente nel pensiero di Gershom Scholem (1897-1982) o di Leo Strauss (1899-1973) o di David Hartman (1931) o in un documento quale la Dichiarazione di principi per il giudaismo riformato , approvata dalla Central Conferen ce of American Rabbis nel maggio 1999. Non sono che esempi. Ma il suo valore specifico è superiore al previsto. Se Leo Strauss potrebbe essere un punto di partenza per taluni aspetti della politica conservatrice d’Israele, non si deve dimenticare che quando questo politologo parlava di «ritorno agli antichi» intendeva rimettere Maimonide al centro dell’attenzione. Ma anche l’idea straussiana dell’illuminismo che mina le fondamenta della tradizione ebraica è dedotta dal nostro autore.
Sulle sue influenze medievali si sono scritti altri libri. Tra i molti aspetti, varrà la pena osservare che anche la conoscenza occidentale del sapere greco è stata mediata fortemente da Maimonide. Alberto Jori, che ha pubblicato Aristotele, un ’acuta e informata monografia (Bruno Mondadori, pagine 572, 32), ricorda nel capitolo «Aristotele e la filosofia ebraica» che il pensatore ebreo influenzò, tra gli altri, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, e Giovanni Duns Scoto. Vale a dire buona parte della teologia cristiana.
Non ci resta che aprire ora la Guida dei perplessi , un’opera in tre parti - rispettivamente su Dio, il mondo e i doveri dell’uomo - in cui ci si può perdere. Zonta ha fatto un lavoro da certosino con uno spirito raro, realizzando la traduzione di un testo di grande difficoltà (di esso non c’è ancora un’edizione critica), segnalando le citazioni della letteratura biblica, talmudica e - dove l’identificazione è stata possibile - greca e araba. L’opera esce nella collana «Classici della filosofia» della Utet, diretta da Tullio Gregory, e segna anche il nuovo corso della Casa editrice torinese dopo l’intervento economico della De Agostini. Anzi, dato il peso del volume, sottolinea l’impegno di continuare su una strada non facile. Ma indispensabile per non far morire quella cultura per cui vale la pena vivere.


Il libro di Mosè Maimonide, «La guida dei perplessi», a cura di M. Zonta, editore Utet, pagg. 818, 75

 

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Storia della filosofia