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ELZEVIRO
Tecnocrazia e falsi miti
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Dove ci conduce il pulcino
tamagotchi
Il rapporto tra uomo e
natura e il costante processo di mitizzazione che accompagna taluni aspetti
della nostra esistenza e della nostra attività creativa sono ancora alla base
di molte recenti discussioni e di molte impostazioni critiche, sociali ed
estetiche. Non a caso l’ultimo pamphlet di Paul Virilio ( Ce qui
arrive , tradotto non si sa perché come L’incidente del futuro ,
Cortina editore) si adopera con la consueta sottigliezza a sferzare gli
attuali costumi e le tante pecche d’una civiltà (o inciviltà?) che non
s’accorge della perfida china su cui tende a scivolare verso un abisso
tecnocratico e un pullulare di falsi cerimoniali. Quando negli anni Sessanta
ebbi ad occuparmi, per la prima volta di questi problemi - allora ancora a
uno stadio embrionale - non immaginavo che i due libri che allora dedicavo a
quegli aspetti socio-estetici ( Artificio e natura , Nuovi Riti
Nuovi Miti ora ristampati da Skira), potessero avere una loro attualità
ancora oggi agli albori del Tremila. Non so proprio se sia corretto e
simpatico parlare del proprio lavoro; ma quanto ho appena detto mi spinge a
farlo. Anche tenendo conto che difficilmente qualcuno vorrà commentare delle
opere già note e, a suo tempo, ampiamente discusse. Se in quegli anni, i temi
ricordati mi parvero essenziali per giungere a una comprensione obiettiva di
molti fenomeni - positivi e negativi - dei nostri tempi, oggi mi vien fatto
di chiedermi se, effettivamente, la mia convinzione di allora sia ancora
attuale. In altre parole: i rapporti dell’uomo con la natura sono rimasti gli
stessi di allora? Il groviglio di mitemi, di cerimoniali coatti, di
ritualità, laiche o religiose, è ancora così esasperato o lo è sempre di più?
Proprio qui vedo sorgere il vero quesito che allora speravo di chiarire e che
forse tuttora è lungi dall’esserlo.
Prendiamo anche soltanto alcuni esempi tra i più sintomatici della mia
denuncia: 1) Il distacco dell’uomo dalla Natura ( natura naturans )
che le recenti superfetazioni cibernetiche, computeristiche, virtualizzate,
ci hanno offerto è davvero accresciuto rispetto a mezzo secolo orsono? 2) I riti
e i miti - legati alla politica, alla moda, ai fondamentalismi d’ogni fede -
germoglianti sui «terreni di coltura» del conformismo, della tecnocrazia, del
consumismo, sono accresciuti o dileguati? Domande evidentemente retoriche. Ritengo
davvero che l’aumento d’intensità nel contrasto tra artificio e «naturalità»
o nella estensione di sistemi mitagogici sia stato e sia per essere sempre
più vertiginoso.
Senza bisogno di invocare - come più volte è stato fatto - gli ubiquitari
«telefonini», senza inveire contro i messaggi Internet o i «messaggini»
scambiati tra adolescenti; ma anche, ovviamente, riconoscendo l’immenso
apporto scientifico e culturale di questi mezzi, ritengo che sia
indispensabile una più approfondita presa di coscienza di tali fenomeni da
parte dell’intera umanità.
Quando assisto alla facilità vertiginosa con cui degli adolescenti, anzi dei
bambini, si impadroniscono della manipolazione dei nuovi gadget; della
maestria con cui manovrano i tasti, i pulsanti, deputati alle più complesse operazioni
(e tutto ciò con una agilità, manuale più che mentale, di cui non saremmo,
intendo noi, i relitti umani del secolo scorso, mai all’altezza) - mi chiedo
fino a che punto questa immane espansione delle conoscenze segnaletiche e
informatiche vada a scapito dei faticosi sentieri della memoria e di quelli -
un tempo beati - della fantasia creatrice?
E quando una bambina, che ieri con un fantoccio di stracci inventava una
complessa vicenda oggi lascia che il pulcino giapponese ( tamagotchi )
debba appena «istigarla» a compiere certe operazioni «prescritte» (e non
liberamente inventate), fino a che punto dobbiamo giudicare positiva questa
sua odierna situazione cogitativa ed esistentiva?
Certo, i miei due volumi non rispondono compiutamente a questi interrogativi
perché non si riferiscono a eventi degli ultimissimi tempi. Credo, tuttavia,
che il fatto di analizzare quelle che sono state le prime avvisaglie di
quanto è venuto evolvendosi di recente (in maniera «esponenziale» come si usa
dire) possa essere ancora non del tutto inutile.
Anche per una ragione: ormai molti dei motivi essenziali d’un distacco
dell’uomo dalla «naturalità» - e d’altro canto d’un suo bisogno di
aggrapparsi a un esteso panorama mitagogico che ne giustifichi certe carenze
cognitive - sono stati soffocati o censurati dall’avvento di nuovi metodi
comunicativi e informativi che hanno alterato profondamente il nostro modo di
essere, e di «in der Welt sein», di «esistere nel mondo».
Ecco perché il fatto di considerare da vicino alcuni fenomeni oggi esaltati
più che deprecati, come il dilagare di temi orrorifici, di opere d’arte
macabre, di cerimoniali coatti (tanto nel lavoro che nel comportamento) può
forse riaccendere quella visione del mondo - più spontanea e non
«virtualizzata» - che gli ultimi decenni hanno obnubilato, a tutto svantaggio
d’una autentica e vigile (non dico certo «sana»!) creatività, tanto in campo
letterario, pittorico, musicale, che anche - ovviamente - in quello
computerizzato.
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