[Darwin e il paradosso
della Regina Rossa
Dal
principio della selezione naturale, della corsa per la sopravvivenza di
individui e specie al principio della Regina Rossa elaborato dal biologo Van
Valen: «Correre per riuscire a rimanere nel proprio posto». La prospettiva
evoluzionista classica interrogata alla luce di nuovi strumenti concettuali e,
soprattutto, posizionata all'incrocio tra biologia e storia
FRANCO
VOLTAGGIO
Nel 1973
un biologo, Leigh Van Valen, elaborò un principio, divenuto notissimo come «paradosso
della Regina Rossa» che si può riassumere così: «è necessario correre per
riuscire a rimanere nel proprio posto». «Correre» significa qui cambiare, un
cambiamento che, in una prospettiva evoluzionistica, implica variazioni
innumerevoli e minuscole, puntiformi, che investono una specie, da una
generazione all'altra, consentendole di reggere la sfida costituita dalle altre
specie nella lotta per la vita, dalle alterazioni climatiche locali e generali,
dal cambiamento costante dell'ecosistema. Quando il cambiamento non si
verifica, la specie va incontro all'estinzione. Ne conseguirebbe che cambiare,
magari eliminando una parte del «proprio» sarebbe per gli individui come per le
specie il solo modo per sopravvivere. Il messaggio trasmesso dalla Regina Rossa
equivarrebbe allora a una verità generale: «l'evoluzione è conservazione» (il
che ricorda la celebre frase del Gattopardo: «se vogliamo
che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»). In realtà, però, in
biologia non esistono verità generali, ma solo verità «locali», talché
l'autentico significato del paradosso della Regina Rossa consiste nel segnalare
il fatto che non sempre e, semmai, piuttosto raramente l'evoluzione sbocca in
un progresso verso il meglio, risolvendosi piuttosto nel semplice mantenimento
dello status quo (che è, per l'appunto, la verità
«locale» trasmessaci dalla regina). D'altronde verrebbe fatto di chiedersi:
progresso o perfezione rispetto a che cosa? «Meglio» rispetto a quale «peggio»,
«bene» rispetto a quale «male»?
Se l'idea dell'evoluzione è uno strumento concettuale
potente per comprendere i processi di trasformazione dei viventi - ed è
difficile negare che lo sia - la sua dimensione è però essenzialmente storica.
Come dire, possiamo riuscire a sapere sempre meglio in quale modo si sono
manifestati i processi che hanno scandito l'evoluzione, ma non possiamo che
limitarci a formulare congetture su come andranno le cose in futuro. Da questo
punto di vista aveva sicuramente ragione Gould nel sostenere che la sola verità
della biologia è nella storia e lo è al punto che, a rigore, evoluzione e
storia finiscono con il coincidere. Certamente, dati i tempi dell'evoluzione,
che ci inclinano a pensare che le forme di vita, da noi osservate qui e adesso,
siano destinate a durare milioni di anni, possiamo facilmente illuderci che le
stesse modalità di variazione restino immutate. Ma si tratta di un'illusione,
anche se per molti versi necessaria, giacché, se non la nutrissimo, non ci
sarebbe possibile procedere per classificazioni e la biologia è, in prima
istanza, una tassonomia, cioè una scienza eminentemente classificatoria.
Nell'orizzonte speculativo della biologia contemporanea i
nodi della biologia sono venuti al pettine, provocando tra l'altro
l'introduzione di strumenti concettuali nuovi, il più significativo dei quali
è, a nostro parere, il concetto di exaptation
che, come ha affermato di recente Telmo Pievani (docente di epistemologia
genetica alla «Bicocca» di Milano) significa «essere atti a qualcosa in virtù
della propria forma pregressa» («Lettera Internazionale», n.75, 2003). Si
tratterebbe di una condizione propria di tutte le forme evolvibili che, senza
escludere il concetto darwiniano di adattatività o fitness,
ci obbligano a ripensarlo in modo diverso. Vediamo perché.
Nella prospettiva darwiniana classica, ogni individuo e, per
esso, ogni specie si evolve per sopravvivere e sopravvivono, cioè lasciano un
maggior numero di discendenti, gli individui più adattati (fittest). Per certi aspetti, almeno come risulta dalla formulazione
che ne dette Darwin nella Origine delle specie,
il concetto di fitness si risolve in una
tautologia, dal momento che consente di essere espresso in questa forma:
«sopravvive l'individuo più adattato, ma l'individuo più adattato è quello che
sopravvive». Logicamente, si tratta certamente di una tautologia, il cui senso
tuttavia appare chiaro se non ci si appiattisce nell'identificare
l'adattatività con la perfettibilità. Molto giustamente, infatti, Darwin non si
chiedeva se, evolvendosi, una specie divenisse «migliore» - mancando in natura
un parametro di ottimalità rispetto al quale vagliare la facies acquisita di
volta in volta nell'evoluzione - ma, semmai, quale fosse il suo incremento
numerico nel tempo e quale la presumibile soglia di estinzione. Aveva altresì
teorizzato che il meccanismo essenziale del processo evolutivo consistesse
nella conservazione, trasmessa di generazione in generazione, dei caratteri
rivelatisi vantaggiosi (Principio della selezione
naturale). Fitness e selezione naturale
erano da Darwin in una cornice squisitamente storica, ispirata allo schema
esplicativo introdotto da Malthus in Essay on
Population (1798) per evidenziare i fenomeni evidenziati in un gruppo
demico dallo scarto tra incremento aritmetico delle risorse e incremento
geometrico del tasso demografico, coincidenti di fatto con una gigantesca lotta
per la sopravvivenza riguardante tutti gli individui e tutte le specie (struggle for life).
A dispetto della sua validità complessiva, questo schema interpretativo
suscita qualche interrogativo. La selezione naturale è il solo veicolo
dell'evoluzione? In altre parole, come si spiega la persistenza, nell'organismo
delle specie, di caratteri che, quando non sono decisamente svantaggiosi,
paiono inutili o, quanto meno, ridondanti e superflui? Se il principio base
dell'evoluzione è la lotta per la vita, come si spiegano gli eventi di
coevoluzione? Il punto di partenza della vita, comparsa quattro miliardi e
mezzo di anni fa, è con ogni evidenza quello del caos, ma allora come si spiega
il carattere «meraviglioso» della vita, vale a dire la sua distribuzione in
forme organizzate?
Una prima risposta a queste domande ci può venire dal fatto
che gli esseri viventi sono sistemi complessi e che la complessità è l'organizzazione
che viene a disporsi ai margini del caos, seguendo percorsi che, rappresentati
matematicamente, hanno un certo livello di regolarità. Come dire che qualsiasi
essere vivente (e dunque ogni specie), al di là dell'altissima imprevedibilità
della sua evoluzione, è destinato a muoversi, come sostiene Pievani,
all'interno di un bacino che attrae e modula tutti i suoi percorsi di
trasformazione. E' questo l'attrattore.
Per paradossale che possa sembrare, il referente ideale più
idoneo a rappresentare questo stato di cose è il grandioso disegno cosmogonico
del Timeo nel quale Platone ricostruisce la
creazione della vita da parte del demiurgo non già come configurazione di
specie, ma di forme, dunque di strutture
permanenti all'interno delle quali può prendere avvio l'esistenza dei viventi
in una continua transizione dal disordine (chaos)
all'ordine (kosmos). In altre parole, il
materiale non eliminato dalla selezione naturale (materiale
esattativo) può essere utilizzato per altre funzioni, così come i vincoli
interni (genetici) possono essere rimodulati e, allo stesso modo, possono
essere fronteggiate le sfide ambientali, operati scambi di geni con altre
specie, ecc. Questo spiega, tra l'altro, perché i primi osservatori pensassero
all'universo vivente come a un insieme di specie fisse. Si trattava, in realtà,
piuttosto che di un errore, di un fraintendimento - non esiste, non può
esistere, la fissità delle specie, ché, se fosse così, la vita sul nostro
pianeta sarebbe scomparsa da un pezzo - ma di una regolarità di forme (attrattori) che garantiscono la continuità dell'evoluzione.
In realtà, come spesso accade nella storia della scienza, gli antichi erano
stati giocati da un errore di prospettiva: la regolarità, magnifica ossessione
matematica della scienza greca, era stata confusa con la presunta fissità delle figure geometriche, e questa confusione si
era riverberata nello studio dei viventi. Nonostante lo sviluppo della
geometria, specie a partire da Euclide e Archimede, non ci si era accorti che
le vere forme geometriche non coincidevano con configurazioni fisse, ma con tre
concetti primitivi, punto, retta e piano, suscettibili di generare tutte le
figure piane e solide, dunque con veri e propri attrattori matematici, già in
qualche modo previsti nel Timeo, e questi sì
veramente immutabili e dotati di una sostanziale regolarità. Forse, se gli
studiosi della vita avessero condotto una buona riflessione su queste forme, il
destino della biologia occidentale sarebbe stato del tutto diverso, poiché i
processi di trasformazione in geometria, descritti da Euclide e Archimede,
sarebbero stati applicati all'esame delle specie viventi.
Pievani, in un bel libro pubblicato alla fine dell'anno
scorso (Homo sapiens e altre catastrofi. Per
un'archeologia della globalizzazione, Meltemi) ha applicato fruttuosamente
questi nuovi strumenti concettuali. Nello studiare la comparsa del linguaggio
articolato nell'Homo sapiens, lo studioso
avanza la seguente ipotesi: sappiamo che il linguaggio verbale comporta
l'esistenza di una particolare area cerebrale (area
di Wernicke) e una peculiare conformazione anatomo-fisiologica
dell'apparato di fonazione. Tuttavia il sapiens
cominciò a parlare molto più tardi. A questo punto dobbiamo chiederci: era
necessario, sin dal momento della definitiva messa a punto di questa
strutturazione, saper parlare per sopravvivere. Ovviamente no, ma allora perché
non ipotizzare che queste strutture costituissero un materiale esattativo prima
non utilizzato e poi, più tardi, attivato per sviluppare funzioni che si resero
a un certo punto necessarie? Osservazioni simili possono farsi per il pensiero
astratto e le tramature simboliche che contrassegnano il sapiens sin dal paleolitico. Di qui la proposta di Pievani:
studiare le origini della nostra specie anche e soprattutto come sfruttamento
di condizioni esattative a partire da una particolare forma, quella di Homo, che dall'Africa prese a colonizzare l'intero pianeta.
Non potrebbe, in questa prospettiva, esser considerato un tipo di sfruttamento
di exaptation il senso collettivo di
responsabilità, sia pure ancora larvale, che pare oggi coinvolgere una parte
rilevante degli esseri umani?
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