![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 MAGGIO 2003 |
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Contraddittorio
se non schizofrenico: così si potrebbe fotografare il rapporto con la
conoscenza dell'uomo moderno; il quale, se da un lato non si nega alcun gadget
della tecnologia, dall'altro guarda spesso con malcelato fastidio, se non con
netta ostilità, ai progressi ulteriori della scienza e della ricerca,
mascherando magari con una carica ideologica la propria sostanziale
ignoranza. L'economia della conoscenza,
quella che ha permesso al capitalismo occidentale di diventare la più poderosa
macchina di trasformazione economica, sociale e politica della storia, rischia
così di restare solo un'etichetta per i convegni, e di non poter spiegare le
sue straordínarie potenzialità.
Il
libro di Joel Mokyr, tra i maggiori studiosi statunitensi di storia
economica, indica appunto le condizioni perché il percorso di progresso
scientifico e tecnologico che ha fatto il tempo moderno possa essere proseguito
con successo.
Non
uso a caso i due aggettivi "scientifico" e
"tecnologico". Perché per
Mokyr essenziale è comprendere il ruolo che le due forme di conoscenza, le due
facce della conoscenza «utile», possono svolgere: la prima è la conoscenza sul
"cosa", la conoscenza di proposizioni sui fenomeni naturali e sulle
regolarità; le seconda è la conoscenza sul "come", la conoscenza
prescrittiva, le tecniche.
Mokyr
dimostra efficacemente una prima realtà: le due forme di conoscenza non sono
staccate l'una dall'altra. Le tecniche,
è vero, possono non nascere nei laboratori scientifici, ma dall'esperienza di
un artigiano intelligente piuttosto che dalla buona sorte di un'osservazione
casuale. Ma anche la fortuna, per dirla
con Pasteur, aiuta «gli animi predisposti».
Ossia, senza un deposito ricco e condiviso della prima forma di
conoscenza, quella teorica e di ricerca, la seconda non ha incentivi e
motivazioni: senza ricerca, dunque, non c'è tecnica, o non ce n'è a livelli sufficienti per assicurare sviluppo
economico.
Lo
conferma la storia della Rivoluzione industriale che si poté consolidare grazie
alla diffusione delle scoperte scientifiche, non meno che alla divulgazione affidata a pubblicazioni, enciclopedie e
formazione professionale diffusa, e che diede la vittoria a partire dalla Gran
Bretagna, a un nuovo sistema politico che riconobbe e rese l'attività
imprenditoriale più attraente rispetto alla semplice rendita.
Illudersi
insomma che l'innovazione nasca in fabbrica è pericoloso. A una società che voglia davvero cogliere le
opportunità dell'economia della conoscenza servono un sistema di ricerca
diffuso e frequenti contatti tra il mondo accademico e scientifico e quello
della produzione: «La conoscenza deve scorrere da quelli che sanno cose a
quelli che fanno cose».
La
storia ci ricorda che il progresso scientifico e tecnologico non è stato né
semplice né indolore: le lobby minacciate dall'avanzata delle tecniche hanno
sempre saputo ingaggiare una resistenza senza quartiere. Magari facendo leva su paure ancestrali e
timori indimostrabili dell'opinione pubblica.
Ma è proprio la resistenza di queste lobby, come ha dimostrato Mancur
Olson, che minaccia il funzionamento e la dinamica delle società
democratiche, che debbono dunque darsi volontà e strumenti per resistere alle
gilde e alle corporazioni di oggi, schierate come ai tempi dei luddisti contro
il cambiamento solo per corposi interessi personali. Così, gli organismi geneticamente modificati non è chiaro se
facciano male alla salute, ma fanno certamente male a molte aziende agricole,
il che spiega resistenze e campagne dì autentico terrorismo ammantate da ottimi
propositi. Come ha dimostrato Virginia
Postrel in un altro bel libro («The Future and Its Enemics», The Free Press,
1998), passa, ormai da qui l'autentico discrimine ideologico del nostro tempo,
che oppone i fautori di una società statica a chi crede nelle virtù e nelle
potenzialità della creatività, del progresso e dell'impresa.
Per
una efficace politica per l'innovazione, conclude Mokyr, non basta dunque
aumentare a dismisura le spese per la ricerca: contano assai di più un sistema
politico e un assetto istituzionale che contribuiscano a diffondere conoscenza,
a favorire l'interazione tra scienza e tecnologia, a confidare nel progresso, a resistere agli interessi
organizzati.
Joel Mokyr, «The Gifts of Athena - Historical Origins of the Knowledge Economy», Princeton, Princeton University Press, 2002, pagg. 360, $ 35.