|
|
Schopenhauer aveva un’aspirazione: comunicare un pensiero unico: il mondo è
volontà e rappresentazione. Cioè non è solo conoscenza, ma anche e
soprattutto forza, una forza onnipotente e irrefrenabile che tutto governa e
tutto travolge. Scrisse, già a 26 anni, un’opera a cui diede il titolo Il
mondo come volontà e rappresentazione . Nel titolo aveva detto già tutto,
ma temeva che non tutti ne capissero le implicazioni. Allora, sotto il
titolo, appese 750 pagine. Poteva dunque essere soddisfatto. O meglio, perché
ciò che lo muoveva era uno scrupolo, poteva essere tranquillo. Ma quand’uno è
scrupoloso non finisce mai di esserlo. Che cosa fece allora, sia pure a molti
anni di distanza? Scrisse altre 750 pagine di Supplementi , che
formano adesso il secondo volume del Mondo . E così veramente le cose
erano chiare.
Ma sopravvenne uno scrupolo ulteriore: e se già l’inizio fosse difficile? Se
già per capire quello ci volesse non meno di un trattatello? Bene, si disse
Schopenhauer, mettiamocelo. Tanto io l’ho già fatto, come tesi di laurea. Basta
modificare, tagliare e incollare, e sarà come nuovo. Lo fece e lo premise al Mondo
, come premessa indispensabile. Era Sulla quadruplice radice del
principio di ragione sufficiente . «Dev’essere roba di farmacia», disse
la mamma quando sentì questo titolo. Ma tra Schopenhauer e la mamma non
correva buon sangue. Non era un prodotto farmaceutico. Con le tre parti
insieme, comunque, l’opera era diventata pachidermica. Ma comunicava sempre
un pensiero unico. Su ciò Schopenhauer era fermo. Ma i temi che si toccavano
in essa non avevano tutti lo stesso valore. C’era per esempio la
"volontà" che creava una svolta epocale. Tutti i filosofi, prima,
avevano infatti puntato sulla ragione, sulla coscienza, sulla conoscenza come
le cose principali. Ma la ragione che era? Uno strumento della volontà,
serviva a cercare l’occorrente per vivere. La cosa più importante era la volontà:
un mostro di forza insaziabilmente affamato di vita e crudele
strumentalizzatore di tutti gli esseri, fatti gli uni agli altri nemici, per
alimentare il conflitto universale di cui si pasce.
Era l’irruzione negli ordinati campi della filosofia dell’irrazionale, che da
allora tanta carriera ha fatto. Dunque questo tema meritava uno sviluppo a
parte. Nasce così La volontà nella natura . Ma, ahimè, anzi ahilui,
anzi ahinoi, questo non era il solo tema che sovrastava gli altri. A noi che
succede in conseguenza della volontà irrazionale? Rimane libera la volontà
nostra? E visto il putiferio che essa scatena, noi come dobbiamo comportarci?
Dobbiamo comportarci moralmente? Ma su quale fondamento? Va be’ ho capito,
disse Schopenhauer: qui ci vogliono due saggi su questi due temi, poi li
mettiamo insieme e abbiamo anche l’etica. In essa assegniamo alla bontà il
primato sul genio, al carattere il primato sull’intelletto ed eleviamo a
massimo valore morale la compassione e la rinuncia alla vita. Di più non possiamo
fare.
Rimaneva ancora qualcosa dopo tutto ciò? Certamente niente di
quintessenziale. Solo spigolature, lavoretti separati, saggi complementi... Raccolti
in due volumoni: Parerga e paralipomena , permisero a Schopenhauer di
sfondare, dopo essersi battuto e dibattuto disperatamente per tutta la vita. Ebbe
delle rose bianche, come le chiamò. Ma erano meglio che niente, visto che il
suo grande discepolo Nietzsche, che aveva sgobbato mica male anche lui, non
ebbe neanche quelle, né, con quelle, quel lusso di superbia, di sfoghi e di
bizze che solo la celebrità consente.
Ormai monumentale, l’opera esprimeva purtuttavia sempre quel pensiero unico,
il seme che aveva fatto crescere la quercia. Nietzsche, che era un po’ matto
anche prima di diventarlo, lamentò che l’opera non avesse avuto sviluppo,
storia, cioè cambiamenti nel tempo. Ma noi, che non siamo matti, e io in
particolare, visto che mi è toccato e mi tocca tradurla, ci guardiamo bene
dal lamentarci; anche perché Schopenhauer dice che per capirla bisogna
leggerla due volte, una volta dal principio alla fine e un’altra dalla fine
al principio. Comunque il lamento può valere per tutti i filosofi, che sono
tutti sottosviluppati. Al loro sviluppo pensano quelli che vengono dopo
(altrimenti cosa farebbero?).
Nietzsche comunque non aveva ragione. Perché la concezione di Schopenhauer
pretende di cogliere le prime e ultime cose, sub specie aeternitatis ,
sicché poteva solo essere smentita o confermata, non trasformata. Come decifrazione
del mondo , comunque, Il mondo rimane un’opera mirabile, anche
perché il filosofo era inoltre uno stilista e un moralista di prim’ordine. Come
tale, essa ha esercitato un influsso enorme nella cultura occidentale
(Wagner, Nietzsche, Thomas Mann, Einstein, Kafka, Gide, Borges, Marx,
Turgenev, Tolstoj, Freud, Gehlen, Horkheimer ecc.), e, secondo noi, più
ancora lo eserciterà. Il suo segreto è di fondarsi, come il sistema kantiano,
sull’esperienza, ma, a differenza di questo, di interpretare, anche,
l’esperienza come un tutto e di oltrepassarla sul suo stesso slancio, senza
però mai perdere il contatto con essa. L’esperienza, infatti, non si spiega
da sé e rimanda all’oltre di sé, cioè alla metafisica. A questa si accede non
tramite la ragione, ma per via interna, attraverso il sentimento diretto
delle forze della vita. In base alla doppia conoscenza che noi abbiamo del
nostro corpo: una volta come oggetto della mente (al pari di tutti gli altri
oggetti) e un’altra come oggetto della coscienza, possiamo attribuire la
doppia e coincidente realtà che ne risulta anche a tutte le altre cose e al
mondo stesso. Questo diventa così un macroantropo (fatto cioè solo di volontà
e rappresentazione), mentre per gli altri filosofi era l’uomo che diventava
un microcosmo. C’è il pessimismo. Non infondato, ma esagerato. Guardi che un
grigio scuro basta, non c’è bisogno del nero assoluto, gli disse a Berlino
Chamisso. Per Jean Paul Il mondo era «un melanconico lago norvegese
circondato da alte rocce, in cui non si specchia mai il sole ma soltanto il
cielo stellato». Però il sole c’è, quando sì quando no, dove più dove meno, e
illumina buoni e cattivi, come tutti sappiamo.
|