RASSEGNA STAMPA

30 APRILE 2003
PAULO BARONE
[Strutturalismo di passaggio
Dal tentativo di spiegare la realtà attraverso un sistema impersonale e autoregolato di contrapposizioni binarie, al paradossale ritorno al soggetto, privato di ogni giustificazione teorica: la parabola del «Pensiero libero», di Davide Tarizzo
 
Esiste uno spazio ancora agibile che il discorso filosofico possa legittimamente rivendicare come proprio, in cui lasciarsi riconoscere con precisione, attraverso cui marcare una distanza di sicurezza sia dal crudo paradigma scientifico che dal mero modulo narrativo, tanto dai canoni argomentativi della metafisica tradizionale quanto dalle loro immancabili derive relativistiche? E, in caso affermativo, quale forma possiede un simile spazio? Qual è, insomma, lo stato attuale del pensiero? Un libro recente di Davide Tarizzo, Il pensiero libero, edito da Cortina, ci aiuta a mettere mano in simili quesiti affrontandoli senza troppi preamboli e con ciò risparmiandoci, o, almeno, riducendo al minimo quella inevitabile quota di enfasi retorica che essi si portano sempre appresso. L'idea-guida di Tarizzo si lascia riassumere con apparente semplicità: se diamo retta al percorso filosofico di alcuni autori francesi estremamente rappresentativi - Deleuze, Barthes, Nancy, Lyotard, Derrida, Foucault - ci accorgiamo che esso può essere per tutti caratterizzato da una `fase' strutturalista e da una successiva, più o meno tangibile, fuoriuscita da questa, ovvero da un comune passaggio attraverso lo strutturalismo. Più che, tuttavia, fenomeno culturale in senso stretto, dominante la scena francese negli anni cinquanta e sessanta, di cui eventualmente ricostruire il frastagliatissimo profilo, lo strutturalismo è qui preso in considerazione in virtù delle sue emblematiche caratteristiche generali.

Qualunque sia stato, infatti, il contesto specifico in cui è venuto applicandosi - linguistica, antropologia, psicoanalisi, storia - questo termine ha sempre indicato il tentativo di spiegare il funzionamento della realtà attraverso un sistema impersonale e autoregolato di contrapposizioni binarie, del tutto indipendente dalla coscienza, dai comportamenti intenzionali, dalle coloriture soggettive. Con lo strutturalismo insomma, con la sua regola generale almeno, si è provato a eliminare una volta per tutte dalla partita delle cose il `soggetto' cartesiano e metafisico per eccellenza, principio e fondamento razionale di se stesso, l'Uomo con la lettera maiuscola, autonomo, provvisto per definizione di buoni sentimenti, buone ragioni, buona volontà, buone istituzioni; si è tentato di ridurre il peso, l'importanza e la centralità degli atti consapevoli (come ancora sembrava accadere con la fenomenologia e l'esistenzialismo), di fare piuttosto dell'Io una variabile, delle sue prestazioni un effetto di superficie, qualcosa di deperibile e non permanente: una figura sulla sabbia, per dirla con Foucault, tra una bassa e un'alta marea. Ma, ed è questo il punto, di cosa si è trattato a proposito di una simile dichiarazione di morte dell'Uomo? A ben vedere di un risultato conseguito soltanto epistemologicamente, all'interno di un dispositivo tutto concettuale, ottenuto magari sulle ceneri della ragione tradizionale ma non davvero fuori da questa, e dunque di un'ebbrezza, di un'euforia, di un «rigurgito» esclusivamente teorici. E con ciò finendo col pagare un conto salatissimo e non preventivato: l'accreditamento di un'idea deterministica, `positivistica' della realtà e la condanna del discorso filosofico alla più completa illocalizzabilità (nessuno che possa dire ormai chi parli e da dove). Come se ci trovassimo in presenza di un ennnesimo, esasperato, perentorio riverbero di panlogismo hegeliano (dimostrando così quanto sia difficile emanciparsene davvero, o, alternativamente, quanto efficace e inaggirabile sia la sua costruzione). Ebbene, suggerisce Tarizzo, l'aspetto più significativo che si può rinvenire dopo lo strutturalismo è per l'appunto una fuoriuscita da questo eccesso di teoria e, insieme, un tentativo di rilocalizzazione del discorso. Un'uscita dal paradigma epistemologico e un ripristino del valore dell'esperienza, della testimonianza in prima persona, delle voci in carne ed ossa. Un abbandono degli automatismi concettuali e un ingresso nella libertà: in un modo d'essere, cioè, che nessuna teoria può più garantire né proteggere. Col passaggio attraverso lo strutturalismo assisteremmo così ad una vera e propria `svolta' etica della filosofia in generale, ad una nuova stagione di pensiero segnata da un quantomai paradossale ritorno al soggetto, privato però questa volta di qualunque giustificazione teorica o certezza preventiva, separato tanto dall'idea di una sua sicura sussistenza, quanto da quella di una sua, altrettanto scontata, insussistenza, spinto al di là dell'arco concettuale che, per l'appunto, queste due `sicurezze' descrivono.

Nel nuovo spazio filosofico verrebbe meno la possibilità stessa di veder proferite parole definitive, ultimative, assolute, mentre sarebbero tollerate e sollecitate solo argomentazioni indefinitamente interlocutorie, e dunque solo posizioni irriducibilmente molteplici, plurali, relazionate. In tal senso non dovremmo troppo preoccuparci del modo diseguale con cui la rosa di autori selezionata da Tarizzo sostiene una simile tesi. Perché è ovvio: al soggetto si farebbe ritorno sempre ed esclusivamente secondo l'andatura specifica di ciascuno, che è inevitabilmente differente caso per caso. Sorge nonostante tutto la domanda: è così resa davvero giustizia a tutti gli autori considerati?

La prima impressione è che ad alcuni sia concesso un privilegio tematico che altri invece semplicemente subiscono. Nella scelta stessa di parole d'ordine come libertà, soggetto, testimonianza, etica sono soprattutto i nomi (e i percorsi, le impostazioni, le vicissitudini concettuali) di Derrida e Nancy, (e quelli di Vattimo e Rovatti, indicati nel libro quali contraltari italiani di Derrida, e implicitamente quelli di Lévinas, Ricoeur, Pareyson) a balzare in primo piano, a dominare la scena, a monopolizzarla. In fondo lo stesso Leitmotiv di un `ritorno al soggetto' dopo la sbronza strutturalista sembra un vestito tagliato sulle misure esatte dell'evoluzione di Derrida, che dal crescente manierismo della sua prima `fase' decostruzionista è passato ad occuparsi di questioni più squisitamente etiche - amico/nemico, ospitalità/ostilità, eccetera - uscendo così, in un certo senso, allo scoperto (lasciando peraltro a molti la netta sensazione di non aver saputo mantenere quello che aveva, tanto pirotecnicamente, promesso). Magari una simile prospettiva riesce ad essere ancora bastevole per Barthes o Lyotard. Ma che dire quando tenta d'imbarcare al proprio interno anche uno come Deleuze, che per tutta la vita si è battuto a favore di un `piano d'immanenza' radicale, che ha definito Spinoza il principe dei filosofi, che ha provato ad immaginare cose e persone come nuvoli di gocce, variazioni atmosferiche, che ha tirato in ballo, alla lettera, i pidocchi di mare, le zecche, i balzi di un cane, le smorfie del neonato per indicare le posizioni esiziali del pensatore a venire, i soli modi attraverso cui il pensare è creativo e vitale? Anche ammesso che un lembo della stra-articolata officina di concetti deleuziana entri senza attrito nel cono d'ombra del discorso di Tarizzo (ed è indubbio che vi entri), vale davvero la pena valorizzare solo questo a danno di tutto il resto?

La questione della rappresentatività non è però la sola, e proprio il riferimento a Deleuze ci aiuta a mettere a fuoco quella immediatamente successiva. Per bene che vada, la soggettività deleuziana ha le dimensioni di un punto, le brevissime movenze di un insetto. Per gli altri autori la cosa non va troppo diversamente. Il soggetto di cui si può ancora parlare è impalpabile, evanescente, inconsistente. Esposto, abbandonato, tenuto a bada, spettrale. Elettivamente diviso in se stesso. Semi-cosciente piuttosto che dotato di auto-coscienza. Non a caso lo spazio filosofico che si vorrebbe improntato dal suo ritorno è decisamente risicato: a costituirlo, ci spiega bene Tarizzo, sono margini, bordi, limiti, soglie, pieghe. La sua voce è perciò aporetica, contraddittoria: si esprime esclusivamente per ossimori, per continui paradossi. La sua presenza va e viene, è intermittente. La sua posizione inassegnabile, indecidibile, strozzata tra impossibilità e necessità. Ebbene, un soggetto del genere segna davvero un passo innanzi, una fuoriuscita, rispetto allo strutturalismo di partenza? Un soggetto infinitesimale, quale quello che qui si delinea, non è forse, piuttosto, l'abitante ideale del `fonema zero' di Jakobson, del `mana' di Lévi-Strauss, del `grado zero' di Barthes, del `fallo' di Lacan, e così via, ovvero di tutte quelle zone vuote, anonime, neutre, infinitesimali che fanno muovere automaticamente le contrapposizioni binarie dello strutturalismo (trascinando alla deriva le mediazioni concettuali tradizionali)? Più che di un `avanzamento' allora si tratterebbe di un completamento della fase precedente. In tal caso, questi elementi infinitesimali esprimerebbero il culmine, il colmo, l'apice raffinato dello strutturalismo, e più in generale, lo stato di sazietà, di saturazione, raggiunto dal movimento dialettico (ordinario o aporetico che sia).

Immaginare di reinserire simili elementi in un nuovo, ennesimo, ciclo produttivo di senso non equivarebbe forse a disperderli, a dilapidarli, a tradirli? Per degli elementi valorosamente giunti sull'orlo della pattumiera come questi, e perciò senza altro margine di manovra che quello di finirci dentro, il solo passo avanti ipotizzabile dovrebbe essere di rompere, di arrestare le formule paradossali - che mentre `dicono' subito `contraddicono'- in cui stanno ormai mimeticamente inchiodati, in cui non ha più senso lasciarli un secondo di più, perché giusto dopo un secondo tutto può sembrare un inutile gioco di parole. Fermarsi agli infinitesimi, spezzare il respiro filosofico, pensare attraverso rottami dialettici: non sarebbe male, per una volta, che il pensiero sperimentasse il medesimo stato di guerra in cui si trovano normalmente le cose, che si facesse carico del loro essere sistematicamente violate, umiliate, espropriate, rotte, che si sintonizzasse con questo livello senza più, ad alcun titolo, giustificarlo.

inizio pagina
vedi anche
Cultura e societ…