RASSEGNA STAMPA

26 APRILE 2003
EVELINA PERFETTO
[Contro il mercato della salute


Che cosa deve fare un giovane laureato in medicina per diventare un buon medico? Ha ancora molto da imparare o è sufficiente il bagaglio di nozioni e di tecniche appreso in lunghi anni di studio? Per provare a rispondere a queste domande due medici affermati, Giorgio Cosmacini e Roberto Satolli hanno scritto un libro che i presidi di tutte le facoltà di Medicina d’Italia dovrebbero consegnare ai neulaureati insieme alla pergamena di laurea. Lettera a un medico sulla cura degli uomini (Laterza, pp. 157, euro 15) è infatti un lavoro lucido, documentato e costruttivo che fotografa non solo lo stato dell’arte della medicina ma anche, soprattutto, della professione medica. Cosmacini, una laurea in medicina ed un’altra in filosofia, è il maggiore storico italiano della medicina ed insegna all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. Satolli è invece un medico ma anche un giornalista e scrittore. Pur essendo indirizzato ai giovani medici, la lettura di questo libro può essere molto utile alla maggior parte di noi. Ai medici perché può aiutarli a capire quanto, in un’epoca sempre più tecnologica, sia sempre più importante la «qualità umana» del loro mestiere, ai pazienti perché possano sviluppare un «sano scettiscismo» nei confronti dei progressi medici ed imparare ad «usare» la medicina senza farsi usare.
Professor Cosmacini, la medicina non è mai stata così vicina ad essere una scienza esatta. Eppure mai come oggi c’è insoddisfazione fra i medici e diffidenza dei pazienti nei loro confronti. Perché?
«È vero. Dopo millenni di impotenza quasi completa di fronte alla malattia, oggi abbiamo a disposizione strumenti culturali e materiali capaci di comprendere le patologie a volte fino a livello molecolare e spesso di modificarne il loro corso. Ma questa presunta onnipotenza della medicina e la mancanza di autocritica da parte dei medici, sconcerta l’opinione pubblica. La gente si è convinta di poter avere soddisfatti tutti i bisogni e tutti i diritti. Ma non è così, e probabilmente non lo sarà mai, anche perché la maggior parte di questi bisogni non sono reali ma "indotti" dallo stesso sistema, che tende a medicalizzare l’intera esistenza».
Questo significa che molte medicine non servono a nulla?
«La questione è molto più complessa e non riguarda solo il consumo di farmaci. Uno dei maggiori progressi della nostra società è stato l’aver reso accessibili i farmaci a tutti i cittadini. Ma attenzione, i veri farmaci salvavita sono pochissimi. Oggi invece si spacciano per tali anche quelli contro la caduta dei capelli e contro l’impotenza, ed addirittura si "costruiscono" a tavolino o meglio al computer epidemie inesistenti. Basti pensare a quanto sta accadendo negli Usa, che come spesso accade in questi casi è il paese "pilota", con il disturbo di iperattività con difetto di attenzione. Questa etichetta descrive bambini distratti ed irrequieti, difficilmente controllabili, che un tempo sarebbero stati definiti solo vivaci e sbadati. Oggi invece sono considerati un caso clinico e come tali vengono trattati con farmaci. Se dovessimo credere alla frequenza con cui il disturbo viene diagnosticato, saremmo di fronte ad un’epidemia di dimensioni ben maggiori e più preoccupanti della Sars, la polmonite atipica. In realtà nessuno si allarma perché è chiaro che dietro tutto questo ci sia una precisa strategia del marketing degli psicofarmaci per il quale l’infanzia è un mercato vergine».
Come è possibile contrastare questi tentativi di trasformare la salute in un mercato?
«Diventando cittadini consapevoli e ben informati. Le industrie non avrebbero via libera se non si fosse radicata l’idea che per ogni difficoltà esistenziale esiste un pronto rimedio».
Ma quali sono le parole chiave per essere oggi un buon medico?
«Competenza e disponibilità. Per competenza io intendo non solo una cultura medica approfondita ed aggiornata ma anche l’umiltà di non sapere, di ammettere i limiti delle proprie conoscenze e di rendere partecipe il paziente. La disponibilità è invece la capacità di vedere sempre l’uomo, non solo il caso clinico. Di saper ascoltare il suo vissuto. Il corpo umano non è solo una macchina da sottoporre a vari test ed analisi. Oggi, forse più di molti specialisti, sono i medici di base a saper fare tutto questo e grazie a loro il sistema riesce a tenersi in piedi».

 


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