RASSEGNA STAMPA

26 APRILE 2003
EDOARDO BONCINELLI
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LA VITA E’ ANCHE QUESTA


Una ventina di anni fa ci eravamo illusi di esserci liberati per sempre delle malattie infettive. Gli eccezionali successi della medicina e dei presidi igienici da noi escogitati e approntati ci avevano fatto pensare che quella voce fosse scomparsa dal libro paga di sorella morte. Non è così. E non poteva essere così. L’Aids, la «mucca pazza» e ora la Sars ci ricordano che siamo organismi viventi fra gli organismi viventi.
E che la vita stessa è incontenibile. Noi siamo animali di grandi dimensioni, viviamo un lasso di tempo non trascurabile, passiamo una bella frazione del nostro tempo a educarci e a plasmare un cervello di dimensioni e complessità inusitate, e grazie a tutto ciò abbiamo dato vita a un’evoluzione culturale che non ha precedenti. In virtù di quella, ci siamo procurati una vita quotidiana relativamente quieta e degna di essere vissuta e una serie di strumenti capaci di controllare molti aspetti della natura e della sua pericolosità. Non c’è ragione di sottovalutare tutto ciò, né tanto meno di rinnegarlo. Il progredire delle nostre conoscenze e dei nostri strumenti pratici rappresenta uno ktèma es aièi, un «acquisto per sempre».
Questo non significa che dobbiamo rinunciare a prendere atto del fatto che non siamo soli. Al contrario, il mondo brulica di vita. Ogni organismo, dal più grande al più piccolo, si agita e si trasforma per guadagnare e per mantenere il suo posto al sole, naturalmente e inconsapevolmente. Osservato su tempi lunghi questo formicolio si compone in un quadro armonico, caratterizzato da un sostanziale livello di convivenza. C’è posto per tutti e alla lunga il tutto compone un puzzle smussato e quasi armonioso. In questo puzzle in passato figurava anche l’uomo, predatore e preda, sfruttatore e sfruttato, sullo stesso piano di tutti gli altri viventi. Il gioco non ci è piaciuto del tutto e ci siamo parzialmente svincolati da alcune dipendenze e sudditanze. Siamo sempre più spesso predatori e sempre meno spesso prede, ma questo non significa che il quadro di riferimento generale sia cambiato e non è detto che se cambiasse troppo noi stessi potremmo sopravvivere.
Un aspetto ineliminabile di questo quadro è che di tanto in tanto il miracoloso equilibrio mostra una qualche falla, un anello che non tiene. Fino a che tutti continuano a giocare il loro gioco c’è armonia, ma di tanto in tanto qualcuno cambia campo: per esempio un agente infettivo abituato da generazioni a convivere con gli organismi di una data specie passa ad aggredire organismi di una specie diversa. Parassita e ospite non si conoscono e tendono ad esagerare. Non appena l’agente infettivo che causa l’Aids si è trovato alle prese con le nostre cellule si è istintivamente comportato senza scrupoli, ha attaccato frontalmente le nostre difese immunitarie, assicurandosi per così dire le chiavi del nostro organismo e fornendole allo stesso tempo ad altri agenti infettivi che causano altre infezioni, dette opportunistiche. Con gli anni, 7 o 8, tale agente ha perso un po’, appena un po’ intendiamoci, della sua virulenza e continuerà a perderne.
Questo perché alle lunghe un parassita non ha interesse ad uccidere l’organismo che lo ospita. E’ meglio trovare un modo per convivere. Ogni specie convive da generazioni con schiere di parassiti.
Oggi la nostra specie ha incontrato l’agente infettivo della Sars (la sigla che identifica questa sindrome polmonare acuta), si dice un virus delle famiglia dei coronavirus, che agisce probabilmente in associazione con altri agenti, virali, batterici o fungini; e l’effetto di questo primo incontro è devastante. Il numero di casi non è altissimo ma la virulenza inusitata. Si parla di mortalità intorno al 5%, un valore enorme che non può che declinare. Nel frattempo però non possiamo fermarci. Dobbiamo isolare e individuare tale agente, curare o alleviare i sintomi del morbo, iniziare a preparare un vaccino, anche se non si tratta di un’operazione che richiede giorni né settimane, e non dobbiamo cessare di curare l’igiene e di comportarci da esseri civili.
Nessun pericolo giustifica l’abbandono dei presidi della civiltà, né l’abbandonarsi al «tanto peggio, tanto meglio»: c’è sempre un domani. E c’è sempre un dopodomani. Altri virus, altri batteri e altri morbi verranno a trovarci, anche transitoriamente.

 


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