RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 2003
AUGUSTO ILLUMINATI
[Il tramonto del moderno principe
Opera aperta La scuola, il rapportotra produzione e lavoropolitico. Il presente interroga i «Quadernidel carcere» e l'attualità o meno del pensiero di Antonio Gramsci
L'impossibile pedagogia La perdita di ruolo dell'élite laica in un contesto segnato dall'acculturazione di massa e dalla mercificazione della formazione
Egemonia, senso comune e linguaggio. Tre termini che attraversano la riflessione gramsciana dei «Quaderni del carcere». E che costituiscono anche le coordinate del volume di Fabio Frosini «Gramsci e la filosofia»

AUGUSTO ILLUMINATI
Il libro di Fabio Frosoni Gramsci e la filosofia. saggio sui Quaderni del carcere (Carocci, pp. 198, € 17,50) inaugura la collana di saggi «Per Gramsci», promossa dal Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e dall'International Gramsci Society-Igs Italia. L'autore mira a riorganizzare i contenuti filosofici dei Quaderni in base all'edizione critica di Valentino Gerratana del 1975 e alle integrazioni suggerite negli anni successivi da Gianni Francioni - ben s'intende, con tutti i connessi e spinosi problemi di periodizzazione. Ma vorremmo qui soffermarci su alcuni spunti teorico-politici più che sulla pur inappuntabile sezione filologica, che occupa la prima parte del libro e mette spregiudicatamente in rilievo il carattere non concluso e a volte oscillante del lavoro gramsciano, anche in dipendenza da difficoltà carcerarie e da preoccupazioni esterne relative alla situazione del movimento operaio internazionale e dell'Urss. Traducibilità dei linguaggi. Egemonia. Senso comune. Tre termini dove è anche agevole testare affinità e distanze di un Gramsci profondamente organico (dall'opposizione) al modello fordista del modo di produzione capitalistico e chi vive (sempre all'opposizione) in un modello postfordista del medesimo.

La traducibilità è in qualche modo il tessuto connettivo che cuce l'esigenza di egemonia, il confronto con Croce e la messa in campo del senso comune come terreno di contesa fra proletariato e borghesia. La ricerca dell'egemonia comporta un immediato confronto con Croce, che la detiene nel campo della borghesia, abbandonando peraltro al controllo della Chiesa le grandi masse popolari incolte. Il primo compito che si propone è infatti «dotare il movimento operaio di una teoria che possieda forza egemonica, vale a dire che, prendendo le mosse dal punto di vista delle classi subalterne, pensi il modo nel quale quel punto di vista può arrivare a comprendere, spiegare e criticare il punto di vista opposto, della classe dominante», mentre sarebbe impossibile l'inverso, come dimostra appunto il fraintendimento crociano del materialismo storico. Questa è la specifica traduzione italiana dei principi teorici che hanno guidato l'esperienza del Lenin della Nep, che aveva recuperato la cultura come «luogo in cui si decide il destino economico dello stato sovietico».

La rivalutazione della sovrastruttura è ricondotta dunque all'esercizio del potere (Russia) e alla lotta di lunga durata dall'opposizione (Europa). La teoria egemonica pone ulteriormente il problema della reciproca traducibilità di filosofia e politica - per cui la prima trova realtà nella seconda e la seconda verità nella prima, come discende classicamente dalle marxiane Tesi su Feuerbach, a non voler risalire alla stessa Fenomenologia dello spirito di Hegel. Ancor più di filosofia e senso comune: aspetto, quest'ultimo, trascurato proprio per l'aristocratica riserva crociana e gentiliana della filosofia alle élites laiche. In Gramsci, invece, l'egemonia è innanzi tutto pedagogia delle masse mediante l'elevazione del loro sentire comune e delle loro esigenze più intime verso le acquisizioni della filosofia della prassi, costruzione di un ceto intellettuale capace di partecipare intimamente a tal progetto. Il «moderno Principe» - il partito comunista - deve farsi araldo e protagonista di una vera e propria «riforma intellettuale e morale», paragonabile più al protestantesimo che al rinascimento e comunque consona a un riabilitato giacobinismo.

Centrale risulterà dunque il ruolo della scuola, veicolo istituzionale principale di intervento sul senso comune. Il fallimento della riforma scolastica gentiliana viene perciò interpretato come crisi strutturale di egemonia e sostanziale resa nei confronti della Chiesa cattolica, cui era stato di fatto lasciato il monopolio dell'istruzione elementare. Nella ricerca di un principio educativo alternativo Gramsci vuole invece appropriarsi del meglio della modernizzazione capitalistica (compresi alcuni aspetti del taylorismo) per fare della scuola «il punto di partenza di una diversa, organica strategia di scioglimento della tensione nella forma della sua riflessione (nuovo nesso psico-fisico voluto consapevolmente), cioè di trasformazione dei rapporti sociali».

Anche qui è evidente la traduzione delle simpatie leniniane (in epoca Nep) per gli aspetti organizzativi e modernizzanti del taylorismo. L'assunzione neutrale della cultura ha una tonalità precisa: si tratta della cultura della modernità e della tecnica, della disciplina produttiva interiorizzata. La polemica anti-anarchica di Americanismo e fordismo sarà perfettamente congrua a tale impostazione e in genere all'obbiettivo di una «società regolata».

Qui, a parere di chi scrive, sta il limite storico di Gramsci, la sua internità (inevitabile) all'orizzonte del fordismo, che appunto «si traduce» (per usare la feconda categoria adoperata da Frosini) in sofferta adesione critica alla costruzione del socialismo reale, in un crescendo di contraddizioni che, unitamente al collasso psico-fisico dell'autore, porterà all'esaurimento del progetto dei Quaderni a partire dal 1933, quando si riduce a completamenti e trascrizioni.

La riflessione odierna non può che prendere le mosse dalle differenze di fase, che cambiano radicalmente i termini e gli strumenti di una pedagogia egemonica, in presenza di un altro tipo di traducibilità fra ideologia e senso comune e fra lavoro e politica, a causa dell'immediata produttività di attitudini e relazioni fondate su una diretta esperienza dell'astratto.

Il terreno della contesa egemonica è dunque quello risultante dall'avvenuto trionfo e superamento del modello taylorista-fordista, che rende equivoco ogni richiamo alla razionalizzazione, all'etica produttivistica e alla disciplina: all'affidamento gentiliano degli scolari delle elementari alla Chiesa succede quello morattiano dell'istruzione secondaria e universitaria alla logica aziendale. Il primo meccanismo evocava una pedagogia alternativa di massa, il secondo richiede altri strumenti, mette in gioco un'intellettualità di massa strutturalmente diversa dagli operatori professionali organici auspicati da Gramsci, pur se ne mantiene la funzione antagonistica. Paradossalmente vince l'intuizione folgorante del Machiavelli anticipatore, ma il nuovo Principe non è il Partito, così come si scioglie il vecchio blocco storico fra ideologia ed economia e cambia la «praxis» - che resta sempre attività sensibile umana, cioè «rapporto sensibile-attivo con la realtà... fusione e superamento del concetto idealistico di attività non sensibile e materialistico di sensibilità non attiva, meramente contemplativa e recettiva di un oggetto che si pretende realmente esterno al pensiero», ma nella fase postfordista non è separabile dalle prestazioni corporee e mentali di un tempo di vita indistinto da quello di lavoro.

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vedi anche
Filosofia (e) politica