[Il tramonto del moderno principe
Opera aperta La scuola, il rapportotra produzione e lavoropolitico. Il
presente interroga i «Quadernidel carcere» e l'attualità o meno del pensiero di
Antonio Gramsci
L'impossibile pedagogia La perdita di ruolo dell'élite laica
in un contesto segnato dall'acculturazione di massa e dalla mercificazione
della formazione
Egemonia, senso comune e linguaggio. Tre termini che
attraversano la riflessione gramsciana dei «Quaderni del carcere». E che
costituiscono anche le coordinate del volume di Fabio Frosini «Gramsci e la
filosofia»
AUGUSTO ILLUMINATI
Il libro di Fabio Frosoni Gramsci e la filosofia. saggio
sui Quaderni del carcere (Carocci,
pp. 198, € 17,50) inaugura la collana di saggi «Per Gramsci», promossa dal
Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e dall'International
Gramsci Society-Igs Italia. L'autore mira a riorganizzare i
contenuti filosofici dei Quaderni in base
all'edizione critica di Valentino Gerratana del 1975 e alle integrazioni
suggerite negli anni successivi da Gianni Francioni - ben s'intende, con tutti
i connessi e spinosi problemi di periodizzazione. Ma vorremmo qui soffermarci
su alcuni spunti teorico-politici più che sulla pur inappuntabile sezione
filologica, che occupa la prima parte del libro e mette spregiudicatamente in
rilievo il carattere non concluso e a volte oscillante del lavoro gramsciano,
anche in dipendenza da difficoltà carcerarie e da preoccupazioni esterne
relative alla situazione del movimento operaio internazionale e dell'Urss. Traducibilità
dei linguaggi. Egemonia. Senso comune. Tre termini dove è anche agevole testare
affinità e distanze di un Gramsci profondamente organico (dall'opposizione) al
modello fordista del modo di produzione capitalistico e chi vive (sempre all'opposizione)
in un modello postfordista del medesimo.
La traducibilità è in qualche modo il tessuto connettivo che
cuce l'esigenza di egemonia, il confronto con Croce e la messa in campo del
senso comune come terreno di contesa fra proletariato e borghesia. La ricerca
dell'egemonia comporta un immediato confronto con Croce, che la detiene nel
campo della borghesia, abbandonando peraltro al controllo della Chiesa le
grandi masse popolari incolte. Il primo compito che si propone è infatti
«dotare il movimento operaio di una teoria che possieda forza egemonica, vale a
dire che, prendendo le mosse dal punto di vista delle classi subalterne, pensi
il modo nel quale quel punto di vista può arrivare a comprendere, spiegare e
criticare il punto di vista opposto, della classe dominante», mentre sarebbe
impossibile l'inverso, come dimostra appunto il fraintendimento crociano del
materialismo storico. Questa è la specifica traduzione italiana dei principi
teorici che hanno guidato l'esperienza del Lenin della Nep, che aveva
recuperato la cultura come «luogo in cui si decide il destino economico dello
stato sovietico».
La rivalutazione della sovrastruttura è ricondotta dunque
all'esercizio del potere (Russia) e alla lotta di lunga durata dall'opposizione
(Europa). La teoria egemonica pone ulteriormente il problema della reciproca
traducibilità di filosofia e politica - per cui la prima trova realtà nella seconda e la seconda verità nella prima, come discende classicamente dalle
marxiane Tesi su Feuerbach, a non voler risalire
alla stessa Fenomenologia dello spirito di
Hegel. Ancor più di filosofia e senso comune: aspetto, quest'ultimo, trascurato
proprio per l'aristocratica riserva crociana e gentiliana della filosofia alle
élites laiche. In Gramsci, invece, l'egemonia è innanzi tutto pedagogia delle
masse mediante l'elevazione del loro sentire comune e delle loro esigenze più
intime verso le acquisizioni della filosofia della prassi, costruzione di un
ceto intellettuale capace di partecipare intimamente a tal progetto. Il
«moderno Principe» - il partito comunista - deve farsi araldo e protagonista di
una vera e propria «riforma intellettuale e morale», paragonabile più al
protestantesimo che al rinascimento e comunque consona a un riabilitato
giacobinismo.
Centrale risulterà dunque il ruolo della scuola, veicolo
istituzionale principale di intervento sul senso comune. Il fallimento della
riforma scolastica gentiliana viene perciò interpretato come crisi strutturale
di egemonia e sostanziale resa nei confronti della Chiesa cattolica, cui era
stato di fatto lasciato il monopolio dell'istruzione elementare. Nella ricerca
di un principio educativo alternativo Gramsci vuole invece appropriarsi del
meglio della modernizzazione capitalistica (compresi alcuni aspetti del
taylorismo) per fare della scuola «il punto di partenza di una diversa,
organica strategia di scioglimento della tensione nella forma della sua
riflessione (nuovo nesso psico-fisico voluto consapevolmente), cioè di
trasformazione dei rapporti sociali».
Anche qui è evidente la traduzione delle simpatie leniniane
(in epoca Nep) per gli aspetti organizzativi e modernizzanti del taylorismo. L'assunzione
neutrale della cultura ha una tonalità precisa: si tratta della cultura della
modernità e della tecnica, della disciplina produttiva interiorizzata. La
polemica anti-anarchica di Americanismo e fordismo
sarà perfettamente congrua a tale impostazione e in genere all'obbiettivo di
una «società regolata».
Qui, a parere di chi scrive, sta il limite storico di
Gramsci, la sua internità (inevitabile) all'orizzonte del fordismo, che appunto
«si traduce» (per usare la feconda categoria adoperata da Frosini) in sofferta
adesione critica alla costruzione del socialismo reale, in un crescendo di
contraddizioni che, unitamente al collasso psico-fisico dell'autore, porterà
all'esaurimento del progetto dei Quaderni a
partire dal 1933, quando si riduce a completamenti e trascrizioni.
La riflessione odierna non può che prendere le mosse dalle
differenze di fase, che cambiano radicalmente i termini e gli strumenti di una
pedagogia egemonica, in presenza di un altro tipo di traducibilità fra
ideologia e senso comune e fra lavoro e politica, a causa dell'immediata
produttività di attitudini e relazioni fondate su una diretta esperienza dell'astratto.
Il terreno della contesa egemonica è dunque quello
risultante dall'avvenuto trionfo e superamento del modello taylorista-fordista,
che rende equivoco ogni richiamo alla razionalizzazione, all'etica
produttivistica e alla disciplina: all'affidamento gentiliano degli scolari
delle elementari alla Chiesa succede quello morattiano dell'istruzione
secondaria e universitaria alla logica aziendale. Il primo meccanismo evocava
una pedagogia alternativa di massa, il secondo richiede altri strumenti, mette
in gioco un'intellettualità di massa strutturalmente diversa dagli operatori
professionali organici auspicati da Gramsci, pur se ne mantiene la funzione
antagonistica. Paradossalmente vince l'intuizione folgorante del Machiavelli
anticipatore, ma il nuovo Principe non è il Partito, così come si scioglie il
vecchio blocco storico fra ideologia ed economia e cambia la «praxis» - che
resta sempre attività sensibile umana, cioè «rapporto sensibile-attivo con la
realtà... fusione e superamento del concetto idealistico di attività non
sensibile e materialistico di sensibilità non attiva, meramente contemplativa e
recettiva di un oggetto che si pretende realmente esterno al pensiero», ma
nella fase postfordista non è separabile dalle prestazioni corporee e mentali
di un tempo di vita indistinto da quello di lavoro.
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