![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 APRILE 2003 |
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«Presto
tu avrai dimenticato tutto, presto tutti ti avranno dimenticato!».
Così
annotava Marco Aurelio nei suoi Ricordi,
capolavoro del tardo « stoicismo, nel quale riportava le massime che lo
aiutavano, giorno per giorno, a svolgere il proprio dovere di vivere, ad
alleviare le proprie e le altrui sofferenze, a dare un senso alla propria vita
e alla propria azione. Vivi sempre come
se fosse l'ultimo giorno della tua vita, così potrai davvero dare importanza a
ogni cosa che fai, è forse l'esortazione più famosa del filosofo imperatore,
che non mancava di insistere sulla fragilità della condizione umana. Eppure non sempre i Ricordi (di cui Einaudi ha appena ristampato la traduzione) hanno
avuto questa interpretazione. A seconda
delle mode culturali e filosofiche sono stati via via considerati, nel '700
frammenti di un ambizioso trattato filosofico andato perduto, nell'800 brani di
un diario interiore dove l'imperatore annotava umori e stati d'animo e, nel
'900 - il secolo della psicoanalisi - la chiara espressione di una serie di
disturbi psichici. E' stato Pierre Hadot (La
cittadella interiore, Vita e pensiero, 1996) a mostrare in maniera
affascinante e convincente che Marco Aurelio, gli stoici e anche le altre
"scuole" dell'antichità, abbracciavano la filosofia come si abbraccia
un "modo di vivere". La
maggior parte dei loro scritti andrebbero interpretati dunque come degli
"esercizi spirituali", attraverso i quali dare quotidianamente
concretezza alla scelta di condurre una vita "da filosofi".
A
quel medesimo genere appartengono anche numerosi scritti di pensatori moderni,
tra cui quelli di Arthur Schopenhauer che Adelphi sta per mandare in libreria
con il titolo L'arte di conoscere se
stessi, scelto a continuazione della serie degli eccellenti volumetti
curati da Franco Volpi su L'arte di
ottenere ragione, e poi via via di
essere felici, di insultare, di farsi rispettare, ma che in realtà suona
meno bene dei precedenti. Non si tratta infatti tanto, e comunque non solo, di conoscere se stessi, ma di avere un
dialogo costante sincero con se stessi, attraverso il quale giustificare le
proprie scelte di vita traducendole in precetti e in regole pratiche - ma anche
in affermazioni tutto sommato autoconsolatorie - che ne dimostrano
l'importanza, la coerenza, la preferibilità rispetto ad altri modi di condurre
l'esistenza.
Eis heautòn, a se stesso, era
in effetti il titolo, mutuato proprio da Marco Aurelio, che Schopenhauer aveva
scelto per questo suo «libro segreto», andato perduto e ricostruito a partire
dalla biografia che l'esecutore testamentario Wilhelm von Gwinner scrisse
utilizzandone ampie parti, prima di distruggerlo come gli aveva chiesto il
filosofo. Schopenhauer iniziò a
scriverlo nel 1821, due anni dopo la pubblicazione del Mondo come volontà e rappresentazione, e continuò ad arricchirlo
nei decenni successivi di massime penetranti e assai incisive, mentre si faceva
viva in lui la consapevolezza - come scrive Volpi «Che la filosofia non sia
soltanto conoscenza teoretica dell'essere, ma anche saggezza pratica di vita».
Tra
gli "esercizi" ricorrenti in Marco Aurelio e negli stoici vi era
quello di ridimensionare la percezione della nostra importanza nel mondo, ad
esempio di descrivere o di attraversare fisicamente l'universo in tutta la sua
immensità, facendo così risaltare tutta la nostra insignificanza in confronto
ad esso. Con Schopenhauer ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso.
«Chi sono mai io?», si chiede in uno dei passi che riportiamo qui a fianco.
«Colui che ha scritto Il mondo come
volontà e rappresentazione» - si risponde -, cioè colui che ha «dato una
soluzione al grande problema dell'esistenza, tale da rendere obsolete le
precedenti».
Come
siamo lontani dal «presto tutti ti avranno dimenticato» che Marco Aurelio
rivolgeva a se stesso! Ma è grazie a
una smisurata considerazione di sé che Schopenhauer può sopportare -
stoicamente - le proprie sventure: la sua grandiosa opera dimenticata dal mondo
accademico, la carriera universitaria stroncata dalla rivalità con Hegel, la
rottura dei rapporti con la madre, i problemi finanziari legati all'eredità
paterna, le difficoltà enormi con gli altri esseri umani, e in particolare con
l'altro sesso.
Difficile stabilire se furono le sue disavventure a ingenerare in lui un forte sentimento di misantropia o viceversa. Ma le vicissitudini della vita altro non erano per lui che accidenti rispetto al compito di sviluppare le proprie notevolissime capacità intellettuali. «Volere il meno possibile e conoscere quanto più possibile è stata la massima che ha guidato la mia vita», scrive. «Non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa parte della regolare vita dell'individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole. L'esistenza degli esseri comuni si risolve in questo. La mia invece è una vita intellettuale, il cui imperturbato procedere e l'indisturbata operosità devono dare frutto nei pochi anni della piena forza mentale e del suo libero impiego per arricchire secoli di umanità». Compito nobilissimo, cui fa da contraltare una originalissima "saggezza pratica", tutta incentrata sulla svalutazione e sull'odio del resto dell'umanità. Considerando che (per dirla con Goethe) «il peggiore invidioso al mondo è quello che considera ognuno al proprio livello».