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George Steiner indaga sull'invenzione e
sulla scoperta
Grammatiche della creazione
U na serrata
indagine sul mistero della creatività e nel contempo un'eloquente e
drammatica diagnosi del nostro presente. Ecco, in breve l'ultima fatica di
George Steiner, «Grammatiche della creazione» (Garzanti, pp. 317, Euro
19,70). In Occidente, nella terra del tramonto, «non abbiamo più inizi». Così
esordisce George Steiner per interrogarsi sulle maniere in cui le arti, le
religioni, la filosofia e la scienza hanno organizzato l'esperienza e la
percezione della creazione, dell'invenzione e della scoperta. Se qualche
computer può proporre algoritmi che descrivono un mondo «senza inizio» e un
universo dal tempo reversibile, l'intelletto umano, probabilmente fino ai
livelli più profondi del preconscio, continua a interrogarsi sull'esordio. La
ricerca del punto zero in astrofisica e delle fonti iniziali della vita
organica in biologia ha una controparte nell'esplorazione della psiche umana.
I bambini cercano di scoprire i fatti o i miti della nascita. L'enigma del
nulla e del silenzio è da sempre al cuore della filosofia e dell'arte, dalla
poesia alla musica. Ma, avverte Steiner, in un'epoca dominata dalla scienza e
dalla tecnologia (e non più dalle potenze della religione e delle arti)
qualcosa è forse cambiato. Questa mutazione investe i fondamenti del nostro
linguaggio e mette in dubbio la credibilità del futuro, il tempo grammaticale
della speranza. «Grammatiche della creazione» pone a confronto i fondamenti
della nostra cultura – dalla Bibbia a Platone, da Dante a Shakespeare – con
le più recenti ipotesi sul Big Bang, gli sviluppi della matematica,
l'ontologia di Heidegger, le liriche di Celan e le esperienze delle
avanguardie nelle arti visive e nella musica. Dice Steiner: «Siamo stati a
lungo ospiti della creazione, e io credo che lo siamo ancora. Al nostro
ospite dobbiamo la cortesia del domandare».
(sabato 19 aprile 2003)
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