RASSEGNA STAMPA

19 APRILE 2003
FRANCA D'AGOSTINI
[Un'etica fondata in quel che un cuore ha a cuore
A mezza via tra l'essere di una persona e il suo agire e conoscere morale, L'ordine del cuore - nel libro che Roberta De Monticelli gli dedica - definisce quel che siamo intimamente, il principio che orienta le nostre scelte, le nostre predilezioni, le nostre personali avversioni. Ma resta in dubbio il fatto che una teoria della persona possa davvero servire come fondamento dell'etica, e non si presti piuttosto a generare qualche problema in più
 
Che cosa abbiamo da dire, del cuore, in questi tempi di guerra? Apparentemente, poco. Ma non è così, e non tanto perché Bush e Blair non abbiano cuore, ma al contrario, probabilmente, perché ne hanno troppo, soprattutto se con questo termine si intende ciò che intende Roberta De Ponticelli, che ha pubblicato da poco un'importante messa a punto sull'argomento: L'ordine del cuore (Garzanti, pp. 316, 17,00 euro). Va detto subito che il titolo del libro può trarre in inganno. C'è poco di sentimentale, in queste pagine, ma anzi molta teoria, una forte esigenza di chiarezza e precisione, una intensa volontà di mettere ordine in un campo, quello dell'analisi della persona, e della sua vita emotiva, che - nota giustamente l'autrice - è sempre più disordinato, a dispetto di ogni naturalizzazione e computerizzazione della psiche, o forse proprio a causa di entrambe. Dunque il lettore che si sentisse attratto dal secondo dei due termini del titolo (cuore), dovrebbe anche sapere che l'ossimoro in realtà pende spesso a favore dell'altro (ordine). Anzitutto, che cosa è «il cuore», e quale è la sua specifica funzione? La risposta di Roberta De Monticelli è molto semplice, anche se sottile nelle sue ragioni. Si tratta di una particolare struttura interna alla vita affettiva di ciascun individuo, che De Monticelli chiama anche «strato del sentire personale». Ora questo strato è sede di sentimenti, cioè di «risposte affettive», ed è il fondamento dell'etica, in quanto proprio queste risposte affettive sono in grado di creare degli «ordini di priorità assiologica». La collocazione del cuore è così esattamente a mezza via tra l'essere di una persona e il suo agire e conoscere morale: cuore è quel che io sono intimamente, ed è il principio che orienta le mie scelte, predilezioni, avversioni.

Ma come si attua, precisamente, la fondazione dell'etica nell'ontologia della persona, e in particolare nel sentire? Sembra abbastanza semplice: affinché possiamo essere buoni o cattivi, e/o possiamo essere considerati tali, ci occorre anzitutto «essere», ed essere provvisti di qualche identità o identificabilità morale. Date persone, e in particolare data la loro peculiare struttura interna, ovvero il loro «cuore», si dà allora l'etica. E infatti, poiché sento affettivamente e sensibilmente (percepisco soffro gioisco ecc.), dò forma a ordini, gerarchie e strutture di valore, che orientano il mio agire, e la mia valutazione dell'agire altrui. Non soltanto: il cuore è ciò che modella il mio «stile personale», il modo peculiare che io ho di comportarmi, sentire, pensare, ed è dunque ciò che segna al tempo stesso la mia integrità (interezza - coerenza) morale e la mia riconoscibilità come persona.

Naturalmente, proprio a partire da ciò si dà anche l'etica come problema, perché gli ordini di priorità assiologica che ciascuno costruisce a partire dal suo proprio sentire sono e possono essere diversi. Dunque, ecco presentarsi la questione capitale dell'oggettività dei giudizi etici. Se nell'ordine assiologico voluto e creato dal tuo cuore stanno in posizione preminente la giustizia e la libertà e l'amicizia (e al solo sentire questi nomi e verificare i fatti relativi il tuo cuore per così dire si infiamma), mentre nel mio cuore appassionatamente freddo stanno in primo piano il denaro o il successo (e al sentire e all'essere dell'uno e dell'altro il mio sentire personale si esalta), e se tu ed io ci comportiamo di conseguenza, come possiamo capirci e giudicarci? Chi potrà dirmi che tu sei moralmente migliore di me? Se per te l'ordine economico mondiale e la conservazione di certe egemonie sono buone ragioni per la guerra (una guerra razionale, beninteso, capace di fare poco danno, e, en passant, di buttar giù un piccolo dittatore dal suo piccolo trono), mentre per me ragioni di questo genere non giustificano una guerra, e/o non esistono guerre razionali, come possiamo stabilire chi ha ragione? (E' chiaro che in una impostazione di questo tipo le ideologie e la falsa coscienza non vengono prese in considerazione, e questo forse, come dirò più avanti, è un punto che si può discutere).

La risposta di De Monticelli è che si tratta di un problema di educazione morale, intesa come educazione al sentire. Di fatto esiste «una base non negoziabile di norme universalmente obbliganti», ossia: gli ordini assiologici si incrociano e si intersecano in alcuni principi di fondo, sui quali non c'è alcuna eccepibilità. Conosciamo tali intersezioni (problema della conoscenza morale) nel momento in cui siamo in grado di valutare comparativamente ordini possibili di priorità assiologica, e abbiamo questa capacità nel momento in cui ci siamo formati un ethos «moralmente compatibile», ossia siamo in grado di collegare l'ordine assiologico inerente al nostro strato del sentire personale con «una base universalmente obbligante del sentire». Tale base universalmente obbligante secondo De Monticelli è costituita essenzialmente da un tipo di intersezione tra ordini assiologici che costituisce una specie di virtù fondamentale o meta-struttura primaria dell'orientamento morale, e si tratta del «rispetto», inteso come sentimento dell'unicità della persona.

Dunque, riassumendo: abbiamo un cuore, da cui provengono il nostro agire e valutare moralmente, in base a un ordine (e a uno «stile») assiologico che è sempre personale. La relatività degli ordini assiologici di ciascuno è essa stessa relativa, perché educarsi al sentire significa aprirsi alla considerazione degli ordini assiologici degli altri: e l'apertura stessa di tale considerazione crea il sentimento principe della moralità che è il rispetto. (Dunque, si direbbe, se l'ordine di ciascun cuore è relativo, il meta-ordine dei cuori di tutti non lo è).

I meriti della teoria sono molti. Anzitutto l'impresa che l'autrice si è proposta riesce: si delinea un'etica basata su una teoria del sentire, con una base nella fenomenologia classica (il secondo capitolo è una sintesi originale e molto brillante di quel che si può o si dovrebbe fare con la fenomenologia in filosofia), e una importante novità: il concetto di «strato del sentire personale». Quest'ultimo - il «cuore» - funziona ingegnosamente come una specie di grimaldello con cui De Monticelli riesce ad aprire con facilità la porta blindata del problema dell'interiorità morale, e del nesso tra tale interiorità e i giudizi di valore.

L'unica perplessità riguarda una struttura di fondo del discorso di De Monticelli, e in particolare si tratta del dubbio che la teoria della persona possa davvero servire come fondamento dell'etica, o non piuttosto generare qualche problema in più. Come si vede da quel che si è detto, infatti, in base alla teoria presentata nel libro, dalla persona nasce la possibilità della morale, e nella persona, ovvero nel sovrasentimento morale del rispetto, si riassumono tutte le condizioni della valutazione e dell'oggettività morale. L'andare e venire dalla persona alla persona è un po' la cifra del lavoro di De Monticelli, che con sprezzo delle molte forme di anti-umanismo e anti-soggettivismo che hanno popolato i paesaggi recenti della filosofia da anni ha rilanciato il tema dell'identità personale, attraverso una rilettura originale della fenomenologia. La prima ingenua obiezione che molti farebbero a De Monticelli è che per lo più si ha a che fare con persone (anche noi stessi) piuttosto sconnesse, che valutano e provano simultaneamente cose diverse, sentono vedono immaginano sperano cose opposte: dunque questa idea di fondare l'etica nel sentire personale sembra un lavoro complicato. De Monticelli ci dice (e forse non ha torto) che ciò corrisponde a un tipo di analisi «povera»: in realtà è vero che «ci trascendiamo» continuamente, ma questo non significa che «non ci siamo», o che di volta in volta non siamo in grado (se educati al sentire) di valutare che cosa è bene. Piuttosto, le sconnessioni e discontinuità e contraddizioni che incontriamo in noi stessi e negli altri sono «la fenomenologia del crescere e del decrescere, del maturare e del regredire della nostra sensibilità al reale, e con essa, della nostra misura di integrità». Di passaggio va detto che è molto ben congegnata la critica che De Monticelli muove al fenomenismo - una vecchia minestra scettica di cui si è cibata tutta la filosofia moderna, a partire da Cartesio, e che oggi ci viene ripetutamente imbandita da film (non per nulla americani) come Truman Show, Matrix, Strange Days.

Il problema però non riguarda tanto l'ontologia della persona, ossia: il suo esistere o non esistere; il suo essere discontinua, multiforme, primitiva, o integra ed evoluta; il suo essere «solo» corpo, o solo circuiti nervosi, oppure la sua natura spirituale, irriducibile e ulteriore; o infine: il suo essere vittima dell'inganno dei sensi (siano essi reali o virtuali). È chiaro che in questo ambito una buona mediazione tra Cartesio e Hume si potrà sempre trovare. Invece, ancora in gioco resta la domanda sulla legittimità e utilità di servirsi del concetto di «persona» (e volendo del «cuore», nella definizione che ne abbiamo dato prima) come fondamento della morale. È davvero sempre esplicativo e risolutivo tale concetto quando si tratti di orientarsi nel giudizio morale? L'ovvia risposta è: senza persone non c'è etica, perché non c'è responsabilità individuale. Ma non è proprio così: un assassino va in carcere perché «è stato lui» a uccidere, e deve andare in carcere, però il fatto giuridico della sua responsabilità può non essere fondato in un fatto ontologico. Possiamo pensare che chi ha ucciso non era «qualcuno» nel senso di una entità persistente nel tempo, e dunque non era «lui» ma solo una istanza regolativa, utile per la nostra vita associata. Tra le molte conseguenze interessanti di questo punto di vista sul piano della valutazione morale si può citare il fatto che le ragioni della pena di morte verrebbero meno. Dunque, almeno in alcuni casi, è consigliabile mettere da parte l'ontologia della persona per evitare una eccessiva severità nella condanna. Ma in altri casi ci si accorge che proprio una ambigua ontologia del cuore è all'origine della difficoltà di condannare comportamenti comunque reprensibili.

Ritornando al punto di avvio: si può dire, mentre le borse volano e il prezzo del petrolio precipita e i bambini iracheni muoiono ai posti di blocco, che Bush e Blair non hanno cuore? Ma non è forse vero che ne hanno invece o pretendono di averne in abbondanza, tanto da prendersi cura del lontano e misero popolo iracheno, vittima di una ignobile dittatura? Sembra evidente che in questo disastro il cuore - preteso, sbandierato, effettivo, assente - gioca un ruolo importante, ma anche piuttosto ambiguo. L'opinione di De Monticelli, esposta in una pagina decisiva per risolutezza di indagine e slancio etico, è che in casi come questi siamo di fronte «alla barbarie di quegli individui, tragicamente posti in posizione di potere, che sentono in modo assai più primitivo di quanto sarebbe implicito negli orizzonti assiologici già raggiunti dall'umanità». Ossia: Bush e Blair mancano di educazione morale, seguono un sentire «primitivo» che non ha riguardo per le altre culture. Si vorrebbe convenire con lei, se non fosse che questo sentire primitivo contiene come propri cavalli di battaglia quei prolungamenti sociali della nozione di rispetto che sono le idee di democrazia e di pluralismo, di evoluzione sociale e progresso: ed è proprio in nome di questi valori - i valori dell'occidente offeso e ferito - che l'attacco in Iraq si è moralmente legittimato. Allora che ne facciamo del cuore, in questi contesti? Forse quel che manca all'analisi di De Monticelli è solo il lato negativo dei concetti di cui parla. Proprio tale lato negativo è ciò che dà i maggiori problemi quando l'identità personale si trovi gettata nel mondo, e nella responsabilità dei rapporti interpersonali.

Tolta dal dialogo dell'anima con se stessa, l'etica del cuore può trasformarsi in una pericolosa ideologia del cuore, o in un eccesso di cuore che genera e maschera le peggiori efferatezze. Molti crimini sociali, i più clamorosi, ma anche i più inavvertiti e inafferrabili dal punto di vista dei nostri comuni codici di comportamento, sono proprio compiuti da persone - e con il termine persone qui si intende individualità dotate di stile, dunque anche nazioni, e culture - che presumono di essere «integralmente» persone, e lottano per conquistare o difendere la riconoscibilità del loro stile. Queste «persone» dovrebbero forse capire ciò che può definirsi, utilizzando un termine hegeliano, il senso etico dell'intero. Ossia: che non ci sono completezza e integrità e stile che non siano di tutti insieme a tutti.
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