![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 APRILE 2003 |
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Intervista
con il filosofo Emanuele Severino, a Parma per una lezione del ciclo
Scientiae Munus |
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Lontano ma vicino |
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«L'Islam
è molto più occidentale di quanto si pensi» |
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Non ha l'andatura tipica del filosofo con la testa tra le nuvole. Non è un
Talete soggetto allo scherno delle servette per la facilità con cui _ secondo
l'apologo _ cade nelle buche per il troppo mirar le stelle. Emanuele Severino
ha l'aspetto e i modi calmi di un professore universitario inglese.
Vedendolo, nessuno è portato a sospettare che sotto la giacca sportiva e il
cappotto che lo ripara da questo freddo inizio di primavera si celi una
radicalità di pensiero che ha pochi uguali nel panorama filosofico italiano.
Un pensatore che non ha paura di temi impegnativi e che, se non fosse una
contraddizione di termini considerate le sue posizioni teoretiche, ha quasi
un respiro hegeliano, per il suo generoso tentativo di dar conto _ in termini
filosofici _ del mondo contemporaneo e del suo destino. Nei giorni scorsi è stato invitato a Parma per tenere una conferenza del
ciclo «Scientiae Munus», organizzato dalla Provincia e dal Dipartimento di
Fisica dell'Università. Una buona occasione per porgli qualche domanda
partendo dall'attualità. Un'attualità subito trascesa e negata dalla profondità
delle risposte. _ C'è un aforisma di Adorno _ in «Minima Moralia», un libro scritto
durante la seconda guerra mondiale, in cui il filosofo francofortese, esule
negli Stati Uniti, fa i conti con la società di massa che l'ha accolto e con
l'eredità della cultura tedesca da cui è stato costretto a prendere congedo _
che recita così: «Nelle comunicazioni relative ad attacchi aerei mancano di
rado i nomi delle ditte che hanno fabbricato gli apparecchi: Focke-Wulff,
Heinkel, Lancaster appaiono al posto di corazzieri, ulani ed ussari di una
volta. Il meccanismo della riproduzione della vita, del suo assoggettamento e
della sua distruzione è immediatamente lo stesso, e quindi industria, Stato e
réclame vengono fusi insieme». Non le pare che questa caratteristica si sia
addirittura accentuata nelle guerre contemporanee: Patriot, Cruise, Apache…
Una specie di sottolineatura del dominio della tecnica. «Indubbiamente la guerra contro l'Iraq è un aspetto della conflittualità
economica. In primo piano però sta il fatto che gli Stati Uniti _ e anche la
Russia _ hanno raggiunto uno stato di invincibilità per il quale non possono
permettersi che le varie forme di potenza _ tra cui quella economica _ di cui
dispongono vengano incrinate. Alle spalle della componente economica c'è la
volontà di sopravvivenza. Chi ha raggiunto uno stato così privilegiato tende
a perderlo e non può permettersi che il suo dominio venga incrinato. Sullo
sfondo c'è la questione della tecnica. E' la tecnica ad assicurare quella
sopravvivenza che il capitalismo ritiene di dover esso stesso assicurare. Si
sta andando da uno stato da cui il capitalismo crede di essere il difensore
della normalità sociale e in cui si presenta come lo scopo fondamentale della
società ad uno stato in cui le forme primarie della volontà di potenza
tendono a servirsi esse stesse del capitalismo. Così il capitalismo diventa
un mezzo invece di perpetuarsi come scopo, anzi lo scopo per eccellenza della
società. Le forme determinanti tendono a servirsi esse stesse del capitalismo
che non è più uno scopo, ma solo un mezzo». _ Lei, in alcuni suoi scritti recenti, ha tracciato uno specie di
parallelismo tra il fondamentalismo islamico e il pensiero occidentale.
Sembrano contrapposti - e in un certo senso lo sono - però al tempo stesso
hanno una specie di radice comune. Un'analisi che s'accorda con le risultanze
- in questo caso non filosofiche, ma sociologiche - delle ricerche di chi ha
rintracciato nei movimenti integralisti una specie di secolarizzazione e
politicizzazione del pensiero islamico, quasi parallela con la teologia
secolarizzata che secondo alcuni è alla base dei movimenti di liberazione (e
totalitari) di tipo occidentale che hanno marchiato l'epoca contemporanea. «L'Islam ha la tendenza a vedere nel capitalismo l'antagonista, il Satana
che bisogna distruggere. Se ci si avvicina al fenomeno, allora le cose
cambiano aspetto perché l'Islam non può essere considerato un fatto a noi
estraneo, non occidentale. Appartiene all'Occidente. La comune matrice
vetero-testamentaria è fuori discussione, poi l'Islam adotta anche testi
evangelici, sia pure reinterpretandoli. Ma soprattutto c'è, sia da parte
della cultura filosofica occidentale _ la filosofia è l'anima di una civiltà
_ sia da parte della cultura filosofica dell'Islam, il comune intento di
mostrare come la rivelazione religiosa sia in accordo con la sapienza greca,
considerata come la suprema forma di razionalità. Da una parte c'è San
Tommaso che intende mostrare come Aristotele sia accordabile con la
rivelazione di Cristo e sia la base razionale di questa rivelazione.
Dall'altra c'è Avicenna che compie la stessa operazione, soltanto che al
posto dell'Evangelo c'è il Corano. L'operazione è identica. Questo mostra
come la distanza dell'Islam dall'Occidente _ in particolare dall'Occidente
cristiano _ sia molto relativa». «Ma più decisivo _ prosegue Severino _ è il fatto che esiste una
contrapposizione tra il Cristianesimo e l'Islam da un lato e la cultura
filosofica degli ultimi due secoli. Una cultura filosofica che dice in
sostanza che Dio, ogni Dio, è morto. Un'affermazione che non basta
pronunciare perché abbia valore. C'è una radicalità terribile in questa
affermazione. Così il vero nemico dell'Islam è lo stesso del Cristianesimo:
quella contemporaneità che vede in Dio un cadavere. Il Satana dal punto di
vista dell'Islam _ ma allora anche del Cristianesimo _ è la forma ultima
della modernità, quella forma che mostra l'impossibilità d'ogni verità
assoluta, d'ogni certezza». «Ecco, la filosofia contemporanea così intesa _ spiega Severino _ va
alleandosi alla tecnica. I motivi di questa alleanza sono abbastanza
complessi e forse non è il caso di ricapitolarli, ma c'è questa convergenza
tra filosofia contemporanea e tecnica. Questa convergenza è vista come il
nemico, ma è anche la volontà di potenza vincente rispetto alla tradizione,
di modo che, da un lato c'è l'angoscia per la perdita dei valori della grande
tradizione occidentale _ cristianesimo compreso _, ma dall'altro c'è una nota
di relativo ottimismo. Dopo un periodo in cui sembrerà che le istanze di tipo
fondamentalistico abbiano la prevalenza, accadrà che queste istanze verranno
subordinate alla dominazione dalla tecnica. Naturalmente quando parliamo di
tecnica non dobbiamo intenderla in senso ingenuo, ma come alleanza tra
pensiero tecnologico e filosofia contemporanea. E neppure in senso
heideggeriano: secondo lui l'autentica filosofia del suo tempo _ la sua _
prende le distanze dalla tecnica. Ma non è così». _ C'è un verso di Hölderlin _ in «Patmos» _ che recita: «Là dov'è il
pericolo cresce anche ciò che salva». Un verso più volte commentato da
Heidegger. In parte mi ha già risposto, ma c'è la possibilità di andare oltre
il dominio della tecnica, oppure siamo vincolati a questo destino che
dev'essere portato fino in fondo? «L'uomo è destinato ad andare oltre la dominazione della tecnica, ma non
per i motivi che l'uomo occidentale _ od orientale _ adducono contro la
tecnica. Non in base ai valori della nostra cultura; non è un Dio che ci può
salvare, per usare un'altra metafora cara ad Heidegger. Si va oltre la
tecnica, perché si va oltre il senso di Dio e dell'uomo stesso. Tecnica, uomo
e Dio, sono figure solidali, di modo che l'oltrepassare l'una è
l'oltrepassare l'altra». |