![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 APRILE 2003 |
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Come
diceva Amleto, ci sono più cose fra la terra e il cielo che in tutte le nostre
filosofie. Se prendiamo un elenco di cose
(di ciò che senza grande difficoltà saremmo disposti a designare con questo
nome), possiamo accorgercene facilmente: Tavolo, Gamba del tavolo, Mano,
Università di Torino, Città di Amburgo, Land di Amburgo (che coincide
fisicamente con la città), Repubblica Federale di Germania, Repubblica
Democratica di Germania, Confini, Protone, Quark, Numero 5, Triangolo
equilatero, Battaglia di Waterloo, Sorriso, Bacio, Cascata, Pettinatura, Buco,
Bucefalo, Pegaso, M.me Bovary, Attuale re di Francia, Dio, Anima, Mondo, Tempo.
Appena
diamo un'occhiata alla lista, ci rendiamo conto che tutte queste cose rivelano
proprietà molto differenti, in gran parte implicite, che talvolta risultano
davvero molto difficili da esplicitare, con un lavoro in cui ciò che
normalmente chiamiamo "scienza" (cioè la fisica e le sue derivazioni)
ci può soccorrere solo molto parzialmente, o per niente. Come si è a giusto titolo osservato (Achille
C. Varzi, Parole, Oggetti Eventi e
altri argomenti di metafisica, Carocci 2001), nessuna indagine empirica
potrà stabilire se la pugnalata di Bruto e l'uccisione di Cesare siano state
un'unica azione; in termini molto generali, stabilirlo è il compito della
metrica.
Così,
la metafisica serve a "riclassificare" e a "esplicitare",
proprio come la fisica serve a spiegare attraverso il riconoscimento di cause
in un contesto empirico. E' già così nel
libri posti dopo quelli sulla fisica (metà
ta physikà biblia) di Aristotele: l'essere si dice in molti modi, però ha
un significato comune, che riguarda proprietà che trascendono le indagini
particolari circa gli enti presi sotto qualche rispetto (la matematica studia
l'essere dal punto di vista della quantità, la fisica sotto quello della natura
eccetera); la scienza che indaga l'essere nel suo complesso è per l'appunto la
metafisica, che Aristotele chiama «filosofia prima» e con altri nomi simili
(«sapienza» o «prima sapienza», «scienza della verità», «scienza dei principi
primi»).
Sul
finire del Cinquecento, si codifica la differenza tra una metafisica generale,
che tratta dei caratteri generalissimi dell'ente, e una metafisica speciale,
che tratta di quei tipi peculiari di enti che sono l'anima, il mondo e
Dio. La metafisica generale è ciò che,
nel Seicento, verrà battezzato con il nome di «ontologia», e questa
caratterizzazione, per cui l'ontologia è la parte più generale della
metafisica, vale tutt'oggi.
Seguendo
la caratterizzazione di Mulligan («Métaphysique et ontologie», in Précis
de philosophie analytique, a cura di Pascal Engel, Presses Universitaires
de France 2000), la metafisica si chiederebbe, per esempio, se esista una dea o
se siamo liberi, mentre l'ontologia cercherebbe di dirci che cosa sia
"esistere" o in che cosa consista la causalità. In questo senso, un obiettivo possibile di
un'ontologia è la costituzione di un linguaggio ontologico universale, che
possa servire alla classificazione di ogni genere di realtà, dal livello
macroscopico a quello microscopico, passando attraverso la sfera di taglia
media (mesoscopica) dell'esperienza comune.
Propongo di chiamare questo approccio "ontologia generale",
per analogia con la metafisica generale.
In un secondo approccio, motivato dalla crescente distinzione tra mondo
della fisica e mondo della vita a partire dall'Ottocento, l'ontologia si occuperebbe
della formalizzazione di quelle parti di esperienza che non risultano
regolabili dalla scienza. La sua sfera
di intervento sarebbe costituita dal mondo umano e più estesamente ecologico,
definito da una taglia mesoscopica, ed è per questo che - di nuovo per analogia
con la metafisica speciale - propongo di chiamarla "ontologia
speciale" o (fuori dell'analogia) "ontologia ecologica".
Soggiacente
a questi due modi di intendere l'ontologia (come parte astrattissima della
metafisica o come sfera di esperienza separabile dalla scienza) c'è la
differenziazione tra due atteggiamenti.
Il primo consiste nel correggere ciò che si classifica, e sta alla base
della tradizione della metafisica prescrittiva; un esempio tipico di questa'
tendenza è offerto dal fisicalismo, che considera irrilevanti o apparenti i
fenomeni, e mira a ricondurre gli enti alle loro strutture fondamentali. La
seconda opzione, quella della metafisica descrittiva, consiste invece nel
descrivere l'esperienza in base ai suoi principi. Si può dire, in generale, che l'ontologia si è sempre costruita
in base alla combinazione di queste due esigenze. In ogni caso, la tesi di
fondo che vorrei svolgere, alla luce delle problematiche contemporanee, è la
difesa di una metafisica descrittiva, visto che la metafisica prescrittiva si
difende da sola, ma al contempo rischia di risultare ridondante rispetto alla
fisica.
In ordine a questa difesa diviene interessante un'ulteriore distinzione, quella appunto tra ontologia ed epistemologia. Come accennavo un momento fa, a partire dall'Ottocento, cioè in tempi relativamente molto recenti rispetto a una storia così lunga come quella che ci accingiamo a compendiare, la differenza tra il mondo osservato e le sue spiegazioni si è fatta talmente ampia da rendere appariscente la differenza tra l'esperienza del mondo e le sue spiegazioni; ed è proprio a questo punto che una teoria dell'esperienza sembra particolarmente necessaria, come avevano intuito i teorici ottocenteschi delle scienze dello spirito. In effetti, buona parte della nostra vita si confronta con questioni di senso comune, e non abbiamo a che fare solo con protoni e virus, ma con leggi, contratti, obbligazioni, software, matrimoni, case, di cui si deve rendere conto in molti casi, indipendentemente dalla scienza. Con questa ultima osservazione, ci rendiamo conto di una differenza di fondo che intercorre tra l'ontologia classica e quella contemporanea: la prima era una super-scienza che guidava gli stessi principi di una fisica immatura; la seconda è piuttosto una metodologia che cerca di unificare la fisica matura e l'esperienza (nel caso dell'ontologia generale) o di definire i caratteri specifici dell'esperienza (nel caso dell'ontologia speciale).