![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 APRILE 2003 |
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Le scienze cognitive mettono in crisi molte convinzioni: l'influenza dei genitori sullo sviluppo dei figli è quasi nulla e il maschilismo va condannato quanto piu si riconoscono differenze tra i sessi
La
natura umana è il soggetto dell'ultimo libro di Steven Pinker, The Blank Slate. Pinker è noto al pubblico italiano per L'Istinto del linguaggio e Come funziona la mente, eccellenti opere
di divulgazione scientifica da parte di un esperto (linguista, dirige il centro
di neuroscienze cognitive del Mit).
Questo libro ha molti dei pregi e dei difetti dei libri precedenti, ma
ne ha anche di nuovi; perché il tema è senz'altro meno anodino che quello
dell'innatezza o meno del linguaggio, e le sue ramificazioni politiche sono
immediate e controverse. Parlare di
natura umana significa gettare un sasso in piccionaia. Voglio fare un esempio semplicissimo e a
portata di mano. La Costituzione
Italiana (II, 29) definisce la famiglia come «società naturale fondata sul
matrimonio», il quale però è «ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei
coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare». Evidente contraddizione (su cui agonizzano
le minute della Costituente): se la famiglia è una società naturale, si celebra
la famiglia di fatto, e quindi le leggi (certo non naturali, socialmente
decise) che regolano il matrimonio non possono contribuire a definirla. Se l'istituto sociale del matrimonio è
invece essenziale alla famiglia, non si può pensare che questa sia
"naturale". Implicazioni
difficili di questa tensione irrisolta riguardano naturalmente le famiglie
omosessuali, i ruoli rispettivi dei partner
in una famiglia, il ruolo della
famiglia nella società. Una discussione
sulla natura umana non è moralmente e politicamente indifferente.
Su
questo sfondo si inserisce la polemica virulenta di Pinker che ha due obiettivi
principali. Il primo obiettivo è una concezione
della natura umana che non regge il confronto con i dati recenti delle scienze
cognitive. Il secondo è il cattivo uso
che di questa concezione erronea ha fatto la sinistra intellettuale americana
(e, per contagio, buona parte della sinistra intellettuale mondiale). I due
obiettivi sono indipendenti logicamente, ma tra loro connessi. L'attacco al secondo è serio, e si basa su
un argomento semplicissimo. La sinistra
intellettuale fonderebbe una buona parte delle sue politiche su una concezione
precisa della natura umana.
Ma
questo espone tali politiche a un'obiezione cruciale: esse perderebbero di
senso qualora la concezione della natura umana soggiacente si rivelasse falsa.
Pinker attacca a questo punto il primo obiettivo:
vuole mostrare che tale concezione è effettivamente falsa. Il titolo del libro, che si dovrebbe
tradurre con Tabula Rasa, suggerisce
quale concezione venga presa di mira.
Secondo una tradizione che risale all'empirismo del diciassettesimo
secolo (ma che è difficile, sia detto di passaggio, attribuire a un filosofo
preciso) la mente umana alla nascita sarebbe una lavagna vuota sulla quale la
società e l'ambiente scriverebbero tutto quello che è dato di leggervi , di
fatto condizionando scelte, visioni del mondo, comportamenti, in particolare
comportamenti repressivi che a loro volta susciterebbero comportamenti
violenti, con vari gradi di sottile complessità. Pinker considera che quello
della tabula rasa sia un mito privo di fondamento scientifico, e nota che il
mito si trova tipicamente in compagnia di altri due miti altrettanto infondati,
da cui trae alimento e che informa di sé: il mito del buon selvaggio (stando al
quale in certe situazioni idilliache ed esotiche gli umani svilupperebbero
un'armonia edenica e non violenta, lo stato di natura) e il mito dello spettro
nella macchina (stando al quale gli umani non sarebbero solo delle macchine
molto complicate, ma avrebbero un supplemento non fisico, un'anima, che è la
sede del pensiero e della responsabilità).
La
prima parte del libro è dedicata a presentare la notevole messe di risultati
scientifici (in gran parte riconducibili a Chomsky per quanto riguarda la
tabula rasa) che militano in maniera preponderante contro la tesi della lavagna
vuota e i miti connessi. Questa parte
si raccomanda per la chiarezza cui Pinker ha abituato i suoi lettori:
costituisce di per sé un'ottima introduzione alle scienze cognitive e al loro
contributo al panorama intellettuale dell'ultimo scorcio del secolo. passato.
E' naturalmente dato di dissentire su svariati passaggi: il capitolo sull'arte
è per esempio assai traballante e sopra le righe; l'uso generalizzato degli
argomenti evoluzionistici è relativamente incauto, come aveva sottolineato
Diego Marconi su queste pagine (il 4 febbraio 2001) in una recensione a Come funziona la mente. Ma mi interessa soprattutto in questa
sede raccogliere il messaggio offerto nel resto del libro, un messaggio che mi
pare meriti una discussione. Lo
riassumo in tre punti.
I. Non considerare i dati fattuali legati alla natura umana, se si pensa che questi hanno una
rilevanza morale e politica, è una forma irresponsabile di autoaccecamento (del
tutto simile alla rimozione dei dati sul sesso in epoca vittoriana).
2. Di converso, non è ragionevole basare su
concezioni del tutto a priori (non
informate dai dati) della natura umana le politiche sociali, educative,
culturali, di cooperazione economica, di controllo della violenza urbana, di
disincentivazione della violenza sessuale di perequazione tra i sessi. Per esempio, i genitori sono oggi
ossessionati dall'invito (fondato su una teoria della tabula rasa) a offrire
una presenza "stimolante" ai figli in tenera età per influenzarne al
meglio lo sviluppo, e forse rendere possibile il successo della prole in età
adulta. Ma la ricerca, soprattutto su
gemelli separati alla nascita, o su famiglie con figli adottivi e naturali,
sembra mostrare che il ruolo dei genitori nel "forgiare" i figli è
prossimo a zero. La varianza tra
comportamenti dei fratelli non naturali cresciuti nella stessa famiglia sarebbe
da attribuirsi per il 50% a differenze genetiche, e la varianza tra i
comportamenti dei fratelli naturali sarebbe da attribuirsi per il 50%
all'influenza di altri bambini. Ai
genitori non resta quasi nulla da fare, e l'insistenza sull'essere di
"stimolo" ai figli sembra creare soltanto frustrazione inutile
all'interno delle famiglie.
3.
Ma al tempo stesso non si deve confondere l'attenzione alle componenti
genetiche con una forma caricaturale di determinismo genetico. Non si rinuncia a una politica o a un'azione
socialmente impegnata e moralmente informata per il semplice fatto di tener
conto di differenze o variazioni di natura non culturale. Per esempio, il maschilismo è tanto più condannabile quanto più si riconoscono
differenze anche profonde tra i sessi: il maschilismo discrimina le persone non
per quello che fanno (un principio moralmente valido, alla base della
giurisprudenza), ma per quello che sono (un principio immorale e abusivo). E i genitori che leggendo il punto 2 qui
sopra fossero tentati di abbandonare la prole a se stessa mostrerebbero quanto
poco morale era il loro atteggiamento
nei confronti dei figli sin dal principio: come se educare un figlio potesse
ridursi a desiderare di influenzare una persona, farne qualcosa di simile a sé,
forgiarla.
Steven Pinker, «The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature», Penguin Book/Alien Lanes,.2002, pagg. 510, £ 25,00.