RASSEGNA STAMPA

13 APRILE 2003
ROBERTO CASATI
[L'illusione della tabula rasa

Le scienze cognitive mettono in crisi molte convinzioni: l'influenza dei genitori sullo sviluppo dei figli è quasi nulla e il maschilismo va condannato quanto piu si riconoscono differenze tra i sessi

 

La natura umana è il soggetto dell'ultimo libro di Steven Pinker, The Blank Slate.  Pinker è noto al pubblico italiano per L'Istinto del linguaggio e Come funziona la mente, eccellenti opere di divulgazione scientifica da parte di un esperto (linguista, dirige il centro di neuroscienze cognitive del Mit).  Questo libro ha molti dei pregi e dei difetti dei libri precedenti, ma ne ha anche di nuovi; perché il tema è senz'altro meno anodino che quello dell'innatezza o meno del linguaggio, e le sue ramificazioni politiche sono immediate e controverse.  Parlare di natura umana significa gettare un sasso in piccionaia.  Voglio fare un esempio semplicissimo e a portata di mano.  La Costituzione Italiana (II, 29) definisce la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio», il quale però è «ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare».  Evidente contraddizione (su cui agonizzano le minute della Costituente): se la famiglia è una società naturale, si celebra la famiglia di fatto, e quindi le leggi (certo non naturali, socialmente decise) che regolano il matrimonio non possono contribuire a definirla.  Se l'istituto sociale del matrimonio è invece essenziale alla famiglia, non si può pensare che questa sia "naturale".  Implicazioni difficili di questa tensione irrisolta riguardano naturalmente le famiglie omosessuali, i ruoli rispettivi dei partner in una famiglia, il ruolo della famiglia nella società.  Una discussione sulla natura umana non è moralmente e politicamente indifferente.

Su questo sfondo si inserisce la polemica virulenta di Pinker che ha due obiettivi principali.  Il primo obiettivo è una concezione della natura umana che non regge il confronto con i dati recenti delle scienze cognitive.  Il secondo è il cattivo uso che di questa concezione erronea ha fatto la sinistra intellettuale americana (e, per contagio, buona parte della sinistra intellettuale mondiale). I due obiettivi sono indipendenti logicamente, ma tra loro connessi.  L'attacco al secondo è serio, e si basa su un argomento semplicissimo.  La sinistra intellettuale fonderebbe una buona parte delle sue politiche su una concezione precisa della natura umana.

Ma questo espone tali politiche a un'obiezione cruciale: esse perderebbero di senso qualora la concezione della natura umana soggiacente si rivelasse falsa.  Pinker attacca a questo punto il primo obiettivo: vuole mostrare che tale concezione è effettivamente falsa.  Il titolo del libro, che si dovrebbe tradurre con Tabula Rasa, suggerisce quale concezione venga presa di mira.  Secondo una tradizione che risale all'empirismo del diciassettesimo secolo (ma che è difficile, sia detto di passaggio, attribuire a un filosofo preciso) la mente umana alla nascita sarebbe una lavagna vuota sulla quale la società e l'ambiente scriverebbero tutto quello che è dato di leggervi , di fatto condizionando scelte, visioni del mondo, comportamenti, in particolare comportamenti repressivi che a loro volta susciterebbero comportamenti violenti, con vari gradi di sottile complessità. Pinker considera che quello della tabula rasa sia un mito privo di fondamento scientifico, e nota che il mito si trova tipicamente in compagnia di altri due miti altrettanto infondati, da cui trae alimento e che informa di sé: il mito del buon selvaggio (stando al quale in certe situazioni idilliache ed esotiche gli umani svilupperebbero un'armonia edenica e non violenta, lo stato di natura) e il mito dello spettro nella macchina (stando al quale gli umani non sarebbero solo delle macchine molto complicate, ma avrebbero un supplemento non fisico, un'anima, che è la sede del pensiero e della responsabilità).

La prima parte del libro è dedicata a presentare la notevole messe di risultati scientifici (in gran parte riconducibili a Chomsky per quanto riguarda la tabula rasa) che militano in maniera preponderante contro la tesi della lavagna vuota e i miti connessi.  Questa parte si raccomanda per la chiarezza cui Pinker ha abituato i suoi lettori: costituisce di per sé un'ottima introduzione alle scienze cognitive e al loro contributo al panorama intellettuale dell'ultimo scorcio del secolo. passato. E' naturalmente dato di dissentire su svariati passaggi: il capitolo sull'arte è per esempio assai traballante e sopra le righe; l'uso generalizzato degli argomenti evoluzionistici è relativamente incauto, come aveva sottolineato Diego Marconi su queste pagine (il 4 febbraio 2001) in una recensione a Come funziona la mente.  Ma mi interessa soprattutto in questa sede raccogliere il messaggio offerto nel resto del libro, un messaggio che mi pare meriti una discussione.  Lo riassumo in tre punti.

I.       Non considerare i dati fattuali legati alla natura umana, se si pensa che questi hanno una rilevanza morale e politica, è una forma irresponsabile di autoaccecamento (del tutto simile alla rimozione dei dati sul sesso in epoca vittoriana).

2.         Di converso, non è ragionevole basare su concezioni del tutto a priori (non informate dai dati) della natura umana le politiche sociali, educative, culturali, di cooperazione economica, di controllo della violenza urbana, di disincentivazione della violenza sessuale di perequazione tra i sessi.  Per esempio, i genitori sono oggi ossessionati dall'invito (fondato su una teoria della tabula rasa) a offrire una presenza "stimolante" ai figli in tenera età per influenzarne al meglio lo sviluppo, e forse rendere possibile il successo della prole in età adulta.  Ma la ricerca, soprattutto su gemelli separati alla nascita, o su famiglie con figli adottivi e naturali, sembra mostrare che il ruolo dei genitori nel "forgiare" i figli è prossimo a zero.  La varianza tra comportamenti dei fratelli non naturali cresciuti nella stessa famiglia sarebbe da attribuirsi per il 50% a differenze genetiche, e la varianza tra i comportamenti dei fratelli naturali sarebbe da attribuirsi per il 50% all'influenza di altri bambini.  Ai genitori non resta quasi nulla da fare, e l'insistenza sull'essere di "stimolo" ai figli sembra creare soltanto frustrazione inutile all'interno delle famiglie.

3. Ma al tempo stesso non si deve confondere l'attenzione alle componenti genetiche con una forma caricaturale di determinismo genetico.  Non si rinuncia a una politica o a un'azione socialmente impegnata e moralmente informata per il semplice fatto di tener conto di differenze o variazioni di natura non culturale.  Per esempio, il maschilismo è tanto più condannabile quanto più si riconoscono differenze anche profonde tra i sessi: il maschilismo discrimina le persone non per quello che fanno (un principio moralmente valido, alla base della giurisprudenza), ma per quello che sono (un principio immorale e abusivo).  E i genitori che leggendo il punto 2 qui sopra fossero tentati di abbandonare la prole a se stessa mostrerebbero quanto poco morale era il loro atteggiamento nei confronti dei figli sin dal principio: come se educare un figlio potesse ridursi a desiderare di influenzare una persona, farne qualcosa di simile a sé, forgiarla.

 

Steven Pinker, «The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature», Penguin Book/Alien Lanes,.2002, pagg. 510, £ 25,00.
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vedi anche
Scienze Cognitive