[Il
linguaggio carne e voce dell'uomo
Biologia e linguistica,
due convitati tradizionalmente pronti a congedarsi già all'atto delle
presentazioni, approdano finalmente a un destino di inseparabilità grazie al
lavoro magnifico di Franco Lo Piparo, «Aristotele e il linguaggio» (Laterza). Banco di prova,
cinque righe del trattato «Sull'interpretazione»: un passaggio esplosivo, dov'è
in gioco il rapporto tra pensiero e linguaggio, tra mente umana e fatti del
mondo
Capita a tutti, di tanto
in tanto, di imbattersi in un materialista immaginario che oppone il «corpo
desiderante» all'algido logos; o, all'inverso, in un letterato squisito cui
ripugna ogni riferimento all'apparato fonatorio quando ci si occupa della
capacità propriamente umana di significare. Casi estremi e un po' pacchiani, si
dirà. Vero, salvo aggiungere che l'alterna rivendicazione di una carne
taciturna o di un verbo disincarnato dà a vedere con disarmante schiettezza una
difficoltà assai diffusa, contro cui urtano anche i progetti filosofici più
sofisticati degli ultimi decenni: la difficoltà a intendere le enunciazioni
verbali come una attività pienamente naturale, anzi corporea. Nonostante il
fervore con cui ci si augura la convergenza di biologia e linguistica, i due
convitati sembrano prendere congedo già al momento delle presentazioni. Se
biologia, non ancora linguistica; se linguistica, non più biologia. Il libro di
Franco Lo Piparo, Aristotele e il linguaggio (Laterza) rompe questo sortilegio teorico. Per mal
che vada, a lettura ultimata si è indotti almeno a prendere sul serio, cioè
alla lettera, l'espressione «animale linguistico». Diventa plausibile, cioè,
considerare la sintassi e la semantica come l'autentico contrassegno biologico
di quella tappa del processo evolutivo che è l'organismo umano. Narrare,
commuovere, mentire, calcolare, negare, ipotizzare, scegliere: di questo è
fatta la storia naturale della nostra specie. Di questo, cioè di attività
inconcepibili al di fuori del linguaggio verbale. Conseguenza necessaria: una
descrizione biologica dell'Homo sapiens è attendibile se, e solo se, riesce a dar conto di
ciò che fa di una proposizione una proposizione, di una metafora una metafora,
di una deduzione una deduzione. E viceversa, una buona analisi linguistica è
quella, e solo quella, che incardina ogni finezza espressiva alla voce, cioè
alla scansione del respiro e alla configurazione delle labbra. Ecco, detto d'un
fiato, il chiodo su cui batte e ribatte il libro di Lo Piparo. Libro
formidabile e strano. Per un verso, lettura di un classico condotta con acribia
filologica; per l'altro, primo trattato contemporaneo di bio-linguistica. I due aspetti sono inseparabili,
e anche indiscernibili. Proprio la delucidazione puntigliosa di un termine
tecnico aristotelico fa balenare un dispositivo teorico innovativo, destinato a
scompaginare le dispute usuali tra saussuriani e chomskyani, cultori delle
scienze cognitive e patiti dell'ermeneutica, fan della «natura» e tifosi della
«cultura».
Il banco di prova prescelto dall'autore è circoscritto, anzi
risicato: appena cinque righe del trattato di Aristotele Sull'interpretazione. Righe radioattive, però, in cui ne va
del rapporto tra pensiero e linguaggio, come pure di quello tra mente umana e
fatti del mondo. I fraintendimenti che gravano su questo brano hanno
condizionato la riflessione occidentale sul linguaggio. E ancora si fanno
valere di soppiatto, come un prepotente inconscio filosofico, nel lessico e
nelle categorie con cui lo studioso che-più-aggiornato-non-si-può discute dei
significati verbali. In rotta di collisione con una lunga tradizione esegetica
(da Ammonio e Boezio a Pagliaro e Coseriu), Lo Piparo scorge nelle fatidiche
cinque righe il possibile atto inaugurale di una concezione coerentemente
naturalistica del linguaggio umano. Per commentarle, chiama in causa la quasi
totalità delle opere aristoteliche, riservando un posto di riguardo agli
scritti biologici, di solito negletti dai linguisti di professione. Non
meravigli troppo, dunque, se l'analisi di «cosa fa di una lingua una lingua»
passa talvolta per il funzionamento della moneta, il canto degli uccelli,
l'aspirazione alla felicità, le proprietà di un triangolo.
Il punto d'onore della bio-linguistica - di quella
aristotelica, certo, ma anche della prossima ventura - sta nel riconoscere che
il linguaggio non è uno strumento da impiegare
in vista di qualcos'altro, bensì una «attività vitale di organi naturali». Chi
parla, compie un'azione fine a se stessa, nel medesimo senso in cui può dirsi
fine a se stesso il vedere o il respirare. Parlare e vedere e respirare sono
azioni che manifestano il modo di essere di un determinato organismo biologico,
concorrendo al suo «vivere bene». Parliamo, ma non perché abbiamo constatato
che l'uso del linguaggio sia vantaggioso; così come viviamo, ma non perché
riteniamo utile la vita. Il parlare, in quanto «respiro dell'anima umana», non
è una funzione supplementare, un semplice sovrappiù rispetto alle disposizioni
affettive e cognitive che l'uomo condivide con le altre specie viventi. Al
contrario, il linguaggio verbale riplasma da cima a fondo tutte queste
disposizioni. La percezione, l'immaginazione, la memoria, il desiderio, la
socialità assumono una inflessione specificamente umana soltanto perché pervase
da congetture, inferenze, giudizi.
La non-strumentalità del linguaggio ha un importante
corollario. Aristotele chiama «prassi» l'attività il cui risultato non è separabile
dall'azione stessa, e «produzione» quella che, invece, dà luogo a un oggetto
indipendente. Lo Piparo osserva che questi due comportamenti hanno la propria
matrice, o condizione di possibilità, nell'azione di enunciare. Non essendo un
mezzo, ma una attività fine a se stessa, il linguaggio è, in primo luogo,
prassi. Il suo funzionamento non può essere desunto da eventuali scopi
estrinseci, ma è autoregolato. Tuttavia, e sia pure in modo secondario, le
nostre parole danno luogo anche a prodotti esteriori: documenti, opere
letterarie, progetti edilizi, bombardamenti su Baghdad. In estrema sintesi: il
linguaggio verbale, se per un verso è il fondamento biologico delle azioni
etico-politiche che non lasciano opere dietro di sé, per l'altro è il luogo in
cui «la natura si autotrasforma in tecnica».
Nel trattato Sull'interpretazione
Aristotele afferma che i suoni della voce sono «il simbolo delle affezioni
dell'anima». Ma che cosa deve intendersi per `simbolo'? Forse una convenzione
utilizzata per esprimere un empito emotivo o un contenuto concettuale già
definiti in ogni dettaglio? Se così fosse, il linguaggio sarebbe pur sempre un
utensile, l'utensile del pensiero. Ma così non è: per i greci, osserva Lo
Piparo, la parola `simbolo' indica la relazione tra aspetti complementari e
indisgiungibili, nessuno dei quali gode di vita autonoma. Le scansioni della
voce e le «affezioni dell'anima» sono connesse come le parti simmetriche di una
tavoletta: impossibile attribuire a una parte o all'altra quel significato che
sussiste solo a partire dalla loro sutura. Nomi, verbi, discorsi non hanno
alcunché di convenzionale-strumentale: conviene piuttosto riconoscere in essi
l'esito instabile e variato di un processo generativo naturale cui concorrono,
a pari titolo, l'articolazione fonatoria e le operazioni logico-cognitive.
Nessuno di questi due elementi «viene prima dell'altro: né in senso
cronologico-empirico né in senso logico. La relazione simbolica non è
assimilabile a nessun tipo di relazione causale o fondativa».
Quando pure si sia ammesso che il linguaggio non è uno
strumento, né tanto meno una convenzione, ma un'«attività vitale di organi
naturali», resta però da chiedersi in che modo esso riesca a dar conto dei
fatti del mondo. La bio-linguistica non può certo eludere il problema del
riferimento alla realtà oggettiva. La parola-chiave con cui Aristotele designa
la relazione mente-mondo è omoiosis,
«similarità». In uno dei capitoli più affascinanti e complessi del libro, Lo
Piparo mostra fino a che punto il termine sia radicato nella geometria greca.
Se ricollocato nel suo luogo di orgine, esso significa: proporzionalità,
analogia, isomorfismo. «L'uomo può pensare il mondo e parlarne perché le
operazioni logico-cognitive della sua anima e i fatti di cui è intessuto il mondo
hanno conformazioni simili». La mente dell'animale linguistico non crea i fatti
(come vorrebbe un idealismo senza freni), né si limita a rispecchiarli mediante
immagini-copie, ma è commensurabile con essi. L'omoiosis,
la similarità tra rappresentazione e stati di cose, non garantisce in alcun
modo la verità del discorso umano, costituendo semmai «la condizione necessaria
perché la stessa distinzione tra vero e falso possa sorgere». Senza la biologica commensurabilità tra mente e ambiente, senza un
naturale isomorfismo tra struttura delle proposizioni e struttura dei fatti,
non vi sarebbe semantica né logica. Niente di troppo diverso da quanto
affermerà, molti secoli dopo, Wittgenstein nel Tractatus.
Mera assonanza o indizio di una plausibile genealogia bio-linguistica?
Una scommessa. Non mancherà, tra gli specialisti di
Aristotele, chi sosterrà che il libro di Lo Piparo non gli compete più di
tanto, trattandosi di un saggio di linguistica generale. Né mancherà, tra i
linguisti, chi addosserà prudentemente l'onere del giudizio agli storici della
filosofia greca. Buon segno, in fondo. Quello dello scaricabarile è il rischio
in cui incorre ogni libro di pensiero. Per valutare l'importanza di queste
pagine (che è cosa diversa dall'assenso), il lettore non spensierato soppesi con cura il loro potere costrittivo:
obbligo a considerare aspetti finora trascurati, impedimento a ripetere a cuor
leggero cantilene simili in tutto a una «scientifica» coperta di Linus.
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