![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 APRILE 2003 |
|
È il momento giusto, a venti anni dalla morte, per discutere seriamente di
Raymond Aron, il poliedrico intellettuale francese che potremmo definire
l’anti- Sartre. Se l’éngagement, l’impegno, è stato infatti la cifra
predominante dell’uomo di cultura, non solo francese, del secolo scorso, Aron
si pone agli antipodi del modello già con il suo stile: sobrio, borghese, poco
propenso alle affermazioni apodittiche e agli improvvisi e accesi fervori. Del
tutto inattuale nel suo tempo, nonostante la diffusione e influenza delle sue
opere, Aron era probabilmente un anticipatore.
«Dire che il liberalismo sia uscito vincitore dalla battaglia ideologica del
Novecento - osserva Domenico Mennitti, direttore di "Ideazione" - è
giusto, ma non è sufficiente. Occorre che il liberalismo non venga ridotto a
una serie di formule statiche, ma si misuri con acutezza e umiltà con la realtà
complessa del nostro tempo. In questo Aron ci è di aiuto più di altri». Se a
ciò si aggiunge che si tratta di un liberale sostanzialmente conservatore, si
capisce l’interesse che ha portato la rivista di Mennitti a organizzare il
colloquio internazionale che si svolge domani e l’11 presso la Sala Igea
dell’Enciclopedia Italiana a Roma («Pensare la poltica: Aron tra impegno
intellettuale e ricerca scientifica»: relatori, fra gli altri, Angelo Bolaffi,
Luciano Cavalli, Dino Cofrancesco, Giacomo Marramao, Luciano Pellicani,
Marcello Pera, Gaetano Quagliariello, Gian Enrico Rusconi).
«Sì, Aron - dice Cofrancesco - è stato anticipatore ma anche continuatore. Egli
è il vero erede di Tocqueville: un liberale attento alle dinamiche della
società e della politica e del tutto estraneo alla follia programmatoria delle
ideologie novecentesche. Il suo liberalismo non nasce sul terreno della teoria
della conoscenza, come quello inglese, ma è il modo per affrontare in un’ottica
di apertura le precipitose trasformazioni vissute dalla Francia». Aron, sempre
secondo Cofrancesco, «è molto vicino al nostro Croce e conferma le tesi di
Siedentop sulla diversità sostanziale del liberalismo continentale rispetto
all’anglosassone: crede che il liberalismo debba nascere non nella mente, ma
all’incrocio fra cuore e mente».
Sicuramente, da questo punto di vista, l’autore con il quale Aron ha contratto
il debito maggiore è stato sicuramente Max Weber. Per Aron, dice Angelo
Bolaffi, «Weber è un autore aporetico. La sua intenzione è sicuramente
liberale, come liberale è il disincanto con cui egli affronta le cose del
mondo. Il disincanto è però in lui talmente radicale da essere pericolosamente
incline a derive totalitarie. Giusta la critica alla burocratizzazione, ma la
soluzione non è certo nel dare tutto il potere alle personalità carismatiche. L'esperienza
concreta dell’evoluzione della repubblica di Weimar sta lì a ricordarcelo».
Aron è invece sicuramente debitore di Weber per quel che concerne la concezione
del ruolo e della responsabilità dell'intellettuale. Dice Bolaffi: «L’uomo di
scienza deve rifuggire la profezia, deve servire non i partiti ma solo la
verità: in una parola il suo ruolo è di coscienza critica della società». Più
netto ancora Cofrancesco: «Aron era, e riteneva che l'uomo di cultura dovesse
essere non seminatore di certezze, ma di dubbi». Aron ci ha dato testimonianza
di come deve essere l'intellettuale moderno anche da un punto di vista pratico:
alla brillante carriera accademica ha saputo unire la capacità di rivolgersi a
un pubblico più vasto. In questo senso Aron riteneva che l'attività
giornalistica fosse il giusto pendant, per un uomo di cultura, fra la teoria e
la prassi. Redattore, nell’esilio inglese, della rivista gaullista «France
Libre», Aron ha sviluppato le sue tesi in memorabili articoli comparsi prima su
«Le combat» e poi su «Le Figaro». La sua attività scientifica, nata
nell'ambiente dell’Ecole Normale (ove conobbe Sartre e Nizan), si è svolta
invece in un primo tempo in Germania (ove ha potuto verificare in presa diretta
l'ascesa del nazionalsocialismo e ove si è addottorato nel 1938) e poi a Parigi
fra Sorbona e Ecole pratique des hautes études.
Le principali opere di Aron possono essere considerate l’ Introduzione alla
filosofia della storia, del 1938; L'oppio degli intellettuali, del 1955 e
Pensare la guerra. Clausewitz. A proposito di quest'ultimo argomento,
particolarmente attuale in questi giorni, Aron si è tenuto sempre equamente
distante sia dalle ideologie belliciste sia da quelle del pacifismo astratto.
In particolare, egli riteneva che, fin tanto che l'ambito della politica
internazionale fosse occupato da una pluralità di stati, sia il diplomatico sia
il guerriero avevano ragion di essere. Solo da un accorto uso delle due figure
sarebbe stato possibile infatti preservare le fragili ma insostituibili conquiste
della civiltà occidentale.
.