![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 APRILE 2003 |
|
SONO trascorsi quasi vent’anni dalla morte, avvenuta nell’ottobre del 1983, di
Raymond Aron, uno dei più originali ed innovativi studiosi di politica del
secondo Novecento. Il convegno internazionale promosso dalla Fondazione
Ideazione e dedicato al suo pensiero, al quale parteciperanno, accanto a quelli
italiani, studiosi provenienti dalla Francia, dagli Stati Uniti, dalla Spagna,
dall’Ungheria e dall’Argentina, dovrebbe servire ad un duplice scopo: da un
lato, verificare criticamente il suo lascito scientifico, per molti versi
impressionante; dall’altro, tentare di radicare la sua figura all’interno del
contesto culturale italiano, che nei confronti di Aron ha sempre mantenuto un
atteggiamento all’apparenza rispettoso ma nella sostanza piuttosto freddo, al
limite dell’ostilità.
L’opera di Aron è stata spesso definita enciclopedica. Nei sessant’anni in cui
ha operato sulla scena intellettuale si è effettivamente interessato, sempre
con grande competenza e con originalità, ai temi più disparati. Come sociologo,
ha dedicato grande attenzione agli sviluppo della società industriale, oltre a
riscoprire figure dimenticate o neglette dalla sociologia ufficiale quali
Montesquieu e Tocqueville. Come analista di politica internazionale, ha
descritto con grande acutezza lo scenario politico-diplomatico della guerra
fredda, il dibattito sulle armi nucleari e l’evoluzione del concetto di guerra
(Pace e guerra tra le nazioni, del 1962, rimane ancora oggi un trattato
indispensabile per chiunque si interessi di relazioni internazionali). Come
scienziato politico ha scritto saggi fondamentali sulla natura peculiare dei
regimi pluralistici, sulle classi sociali e sulla struttura del potere nelle
società democratiche. La sua opera più famosa, L’oppio degli intellettuali
del 1955, lo ha invece consacrato come studioso delle ideologie, in particolare
di quelle della sinistra rivoluzionaria, delle quali ha messo in luce le
contraddizioni teoriche e le ambiguità politiche, mostrandone altresì il
carattere mitologico ed illusorio. Non bisogna poi trascurare che Aron è stato
uno dei primi studiosi a cogliere, già intorno al 1935, la tremenda novità del
totalitarismo tedesco, da lui descritto alla stregua di una religione politica.
C’è infine da considerare il suo contributo come giornalista ed analista
politico: con uno stile sobrio ed estremamente elegante, Aron ha commentato per
oltre cinquant’anni l’attualità storica, sempre con grande libertà di giudizio
e con piena autonomia intellettuale.
Cosa rimane di questa grande opera? E’ ciò che si cercherà di stabilire durante
i due giorni di convegno. Ciò che sicuramente è destinato a restare, come un
esempio per tutti, è il suo modo di concepire il mestiere dell’intellettuale:
non un dispensatore di certezze o un fabbricante di illusioni, ma un seminatore
di dubbi, mosso dal desiderio di conoscenza e nemico di ogni schema
preconcetto, al servizio della collettività e non di un partito o di un gruppo
di potere.
Questo discorso ci porta a discutere l’altra questione, relativa alla scarsa
fortuna che Aron ha incontrato in Italia sino ad oggi. Anche se i suoi libri
sono stati ampiamente tradotti, lo studioso francese non è mai stato
considerato un punto di riferimento intellettuale, se non da una sparuta
minoranza. Per quali ragioni? Il suo stile dubbioso, problematico,
antiretorico, attento ai fatti ed estremamente pragmatico, difficilmente poteva
fare presa in un Paese il cui ceto intellettuale è stato a lungo malato di
retorica e di ideologia. Nemico del fanatismo ideologico, Aron non poteva certo
piacere agli ideologi di tutte le sponde. Oggi, per fortuna, il quadro
politico-culturale italiano è molto cambiato.
Resta tuttavia da spiegare per quale ragione un liberale come Aron sia rimasto
sostanzialmente estraneo al revival che nel corso dell’ultimo decennio ha
investito il liberalismo anche nel nostro Paese e che ha visto crescere a
dismisura la fama di autori rimasti a lungo ingiustamente emarginati: da Popper
a von Hayek, da Nozick a von Mises. Ancora una volta ciò è dipeso dalla
peculiarità della sua posizione. Aron è stato il fautore di un liberalismo
politico più che economico. Non è mai stato, tanto per dire, un apologeta del
libero mercato e del liberalismo. Ha anzi difeso, in molte circostanze, il
ruolo dello Stato e dei poteri pubblici. La sua intransigente difesa della
libertà non gli ha impedito, d’altro canto, di riconoscere ad ogni passo il
ruolo fondamentale della politica.