![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 APRILE 2003 |
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Nell'ultimo
libro di George Steiner, leggiamo che «la cronologia interiore e i contratti con
il tempo che determinano così ampiamente la nostra percezione cosciente puntano
verso un tardo pomeriggio ontologico»
(Grammatiche della creazione, Garzanti, Milano 2003, pagg. 320, e
19,70). C'è l'ora dell'aperitivo anche
per l'ontologia, e il bello è che Steiner non inventa niente, ma ripropone un
cocktail che consiste in una porzione di Nietzsche, una spruzzata di Spengler e
forti dosi di Heidegger, e trasforma l'ontologia in un crepuscolare discorso di
filosofia della storia.
Ma
non è sempre stato così, neanche per Heidegger. Prima di diventare una happy
hour, l'ontologia è stata per Heidegger l'esame dell'essere umano finito,
cioè delle caratteristiche che determinano il modo in cui gli uomini si
rapportano al mondo, ma anche delle richieste e dei vincoli che il mondo impone
ai soggetti. A questa altezza,
Heidegger risulta molto attento a mostrare che non tutto è storico, come
argomenta Vincenzo Costa in un bel libro uscito di recente, La verità del mondo. Giudizio e teoria del significato in Heidegger
(Vita e pensiero, Milano 2003, pagg. 308, e 25,00), che ci mostra un
Heidegger in dialogo con Husserl, Rickert, Lask, e ancora lontano mille miglia
dalla riduzione della ontologia a visione del mondo.
Non
si tratta di una questione puramente teorica, né solo una faccenda di storia
della filosofia, e sotto questo profilo il libro di Ivan Cavicchi (che
insegna Sociologia sanitaria alla "Sapienza" di Roma) costituisce un
importante contributo di ontologia applicata, perché affronta la sfera della
medicina, dove l'Esserci fa i conti con il corpo, e lo fa dimostrando che
"realismo" non fa la rima con "naturalismo".
In effetti, l'aspetto più
significativo del lavoro di Cavicchi sta proprio nell'articolare un assunto di
matrice heideggeriana svolgendolo non nel senso di una rinnovata apologia delle
scienze dello spirito, ma piuttosto facendolo interagire con gli esiti
realistici delle ontologie e complessivamente delle filosofie analitiche,
ampiamente rappresentate insieme alle metafisiche classiche, da Aristotele a
Wolff. E senza cedere - o almeno, senza
cedere troppo - alla tentazione, così facile per chi si occupi di filosofia
della medicina, di indugiare sul carattere culturalmente determinato delle
malattie, d'accordo con il modello della Nascita
della clinica di Foucault. Una
ontologia medica si confronta con precisi vincoli concettuali e naturali che è
la prima a non poter trasgredire, pena la vanificazione del suo discorso.
Lo
si può verificare facilmente. Decidere
che ci siano malattie significa isolare una certa sfera dell'organismo,
selezionare una taglia della realtà, segmentarla in un certo modo invece che in
un altro. La polmonite è uno stato di
grande benessere per i virus, e se si decide di definirla come un male da
curare è perché si è isolato un organo che a sua volta sta in un corpo umano.
Si
tratta di uno degli esempi più lampanti del fatto che l'epistemologia è
preceduta e orientata da una ontologia, ma è anche uno dei piu pesanti
argomenti contro la riduzione della ontologia a storia, visto che i virus e il
corpo sono essenzialmente natura, non sanno niente della storia, della
tradizione e dei linguaggio, e impongono dei vincoli insuperabili anche per il
più audace dei postmoderni.
Le
conclusioni, a livello di filosofia della medicina, sono presto tratte. Non è questione di dire che è necessario un
medico "più umano" (manco fosse una ameba), o che, semplicemente,
deve avere di mira l'anima del paziente invece che il suo corpo (quasi fosse uno psicoanalista). Si tratta di sottolineare che la
determinazione delle proprietà di un corpo è una decisione che si prende prima
della scienza e in base a delle categorie ontologiche che vanno articolate e
dettagliate il vero lavoro è proprio questo, e Cavicchi fornisce un ampio
repertorio in tal senso -, ma misurandosi con
gli stessi vincoli naturali con cui avrà a che fare, a un altro livello,
l'analisi clinica, e dunque senza pretendere di sostituirsi alla scienza, o di
polemizzare con gli esperti (non ce ne sono mai abbastanza).
Ivan Cavicchi, «Filosofia della pratica
medica», Bollati Boringhieri, Torino 2002, pagg. 332, euro 26,00.