RASSEGNA STAMPA

4 APRILE 2003
UMBERTO ECO
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LA VERSIONE DI ECO

Il grande semiologo anticipa il suo libro sui passaggi da una lingua all’altra

«Un compromesso tra l’originale e i destinatari»

Che cosa vuole dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi «dire la stessa cosa»: e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa . Infine, in certi casi, è persino dubbio che cosa voglia dire dire . Non abbiamo bisogno di andare a cercare (per sottolineare la centralità del problema traduttivo in molte discussioni filosofiche) se ci sia una Cosa in Sé nell’ Iliade o nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia , quella che dovrebbe trasparire e sfolgorare al di là e al di sopra di ogni lingua che li traduca - o che al contrario non venga mai attinta per quanti sforzi un’altra lingua faccia. Basta volare più basso.
Supponiamo che in un romanzo inglese un personaggio dica it’s raining cats and dogs . Sciocco sarebbe quel traduttore che, pensando di dire la stessa cosa, traducesse letteralmente piove cani e gatti . Si tradurrà piove a catinelle o piove come Dio la manda . Ma se il romanzo fosse di fantascienza, scritto da un adepto di scienze dette «fortiane», e raccontasse che davvero piovono cani e gatti? Si tradurrebbe letteralmente, d’accordo. Ma se il personaggio stesse andando dal dottor Freud per raccontargli che soffre di una curiosa ossessione verso cani e gatti, da cui si sente minacciato persino quando piove? Si tradurrebbe ancora letteralmente, ma si sarebbe perduta la sfumatura che quell’Uomo dei Gatti è ossessionato anche dalle frasi idiomatiche. E se in un romanzo italiano chi dice che stanno piovendo cani e gatti fosse uno studente della Berlitz, che non riesce a sottrarsi alla tentazione di ornare il suo discorso con anglicismi penosi? Traducendo letteralmente, l’ignaro lettore italiano non capirebbe che quello sta usando un anglicismo. E, se poi quel romanzo italiano dovesse essere tradotto in inglese, come si renderebbe questo vezzo anglicizzante? Si dovrebbe cambiare nazionalità al personaggio e farlo diventare un inglese con vezzi italianizzanti, o un operaio londinese che ostenta senza successo un accento oxoniense? Sarebbe una licenza insopportabile. E se it’s raining cats and dogs lo dicesse, in inglese, un personaggio di romanzo francese? Come si tradurrebbe in inglese? Vedete come è difficile dire quale sia la cosa che un testo vuole trasmettere, e come trasmetterla. (....)


LEOPARDI - Ed ecco che a questo punto ciò che fa problema non è più tanto l’idea della stessa cosa, né quella della stessa cosa , bensì l’idea di quel quasi . Quanto deve essere elastico quel quasi ? Dipende dal punto di vista: la Terra è quasi come Marte, in quanto entrambi ruotano intorno al sole e hanno forma sferica, ma può essere quasi come un qualsiasi altro pianeta ruotante in un altro sistema solare, ed è quasi come il sole, poiché entrambi sono corpi celesti, è quasi come la sfera di cristallo di un indovino, o quasi come un pallone, o quasi come un’arancia. Stabilire la flessibilità, l’estensione del quasi dipende da alcuni criteri che vanno negoziati preliminarmente. Dire quasi la stessa cosa è un procedimento che si pone, come vedremo, all’insegna della negoziazione . (....)
Ci si potrà domandare quali siano le parti in gioco in questo processo di negoziazione. Sono molte, ancorché talora private di iniziativa: da un lato c’è il testo fonte, coi suoi diritti autonomi, e dalla parte del testo talora emerge la figura dell’autore empirico - ancora vivente - con le sue eventuali pretese di controllo, e tutta la cultura in cui il testo nasce; dall’altra c’è il testo d’arrivo, e la cultura in cui appare, con il sistema di aspettative dei suoi probabili lettori, ma ci può essere persino l’industria editoriale, che prevede diversi criteri di traduzione a seconda se il testo d’arrivo sia concepito per una severa collana filologica o per una serie di volumi d’intrattenimento. Un editore può persino pretendere che nella traduzione di un romanzo poliziesco dal russo si eliminino i segni diacritici per traslitterare i nomi dei personaggi, onde permettere ai lettori di individuarli e ricordarli più facilmente. Il traduttore si pone come negoziatore tra queste parti reali o virtuali, e in tali negoziazioni non sempre è previsto l’assenso esplicito delle parti. Ma una negoziazione implicita si ha anche per i patti di veridizione , diversi per lettori di un libro di storia e per lettori di romanzi, ai quali ultimi si può richiedere, per millenario accordo, la sospensione dell’incredulità .
(....) Ora, per quanto un teorico possa asserire che non vi sono regole per stabilire che una traduzione sia migliore di un’altra, la pratica editoriale ci insegna che, almeno in casi di errori palesi e indiscutibili, è abbastanza facile stabilire se una traduzione è errata e va corretta. Sarà solo questione di senso comune, ma il senso comune di un normale redattore editoriale gli consente di convocare il traduttore, matita alla mano, e di segnalargli i casi in cui il suo lavoro è inaccettabile.
Naturalmente occorre essere persuasi che «senso comune» non sia una brutta parola, e che sia anzi un fenomeno che non a caso molte filosofie hanno preso molto sul serio. D’altra parte invito il lettore a un esperimento mentale elementare ma comprensibile: supponiamo di avere dato a un traduttore uno stampato in francese, formato A4, in carattere Times e corpo 12, che conta 200 pagine, e che il traduttore riporti come risultato del suo lavoro uno stampato nello stesso formato, carattere e corpo, ma di 400 pagine. Il senso comune ci avverte che quella traduzione deve avere qualcosa che non funziona. Credo che si potrebbe licenziare il traduttore anche senza aver aperto il suo elaborato. Se, di converso, avendo dato a un regista cinematografico A Silvia di Leopardi, questi ci riportasse un nastro della durata di due ore, non avremmo ancora elementi per decidere se si tratti di un prodotto inaccettabile. Dovremmo prima vedere il filmato, per capire in che senso il regista ha interpretato e trasposto in immagini il testo poetico. (....)


CENSURE - Sia chiaro che, per definire la traduzione propriamente detta, prima o anziché tentare speculazioni mistiche sul comune sentire che deve realizzarsi tra autore originale e traduttore adotto dei criteri economici e di deontologia professionale, e spero proprio che questo non scandalizzi alcune anime belle (....) Se compero la traduzione italiana di un’opera straniera, sia essa un trattato di sociologia che un romanzo (e certamente sapendo che nel secondo caso corro più rischi che nel primo) mi attendo che la traduzione possa dirmi al meglio possibile cosa c’era scritto nell’originale. Riterrò come truffaldini tagli di brani o di interi capitoli, certamente m’irriterò per evidenti errori di traduzione, e a maggior ragione mi scandalizzerò se poi scoprirò che il traduttore ha fatto dire o fare a un personaggio (per imperizia o per deliberata censura) il contrario di quel che aveva detto o fatto. Nei bei volumi della Scala d’Oro Utet che leggevamo da ragazzi ci venivano «riraccontati» i grandi classici, ma sovente si procedeva ad aggiustamenti ad usum delphini . Ricordo che, nella riduzione dei Miserabili di Hugo, Javert, preso dalla contraddizione tra il suo dovere e la riconoscenza che doveva a Jean Valjean, invece di uccidersi rassegnava le dimissioni. Trattandosi di un adattamento, quando ho scoperto la verità leggendo l’originale non mi sono sentito offeso (ho anzi rilevato che l’adattamento mi aveva per molti versi trasmesso bene e la trama e lo spirito del romanzo). Ma se un incidente del genere avvenisse in una traduzione, che si presenta come tale, parlerei di violazione di un mio diritto.
Si potrà obiettare che queste sono appunto convenzioni editoriali, esigenze commerciali e che tali criteri che non hanno nulla a che fare con una filosofia o una semiotica dei vari tipi di traduzione. Ma io mi domando se questi criteri giuridico-commerciali siano davvero estranei a un giudizio estetico o semiotico.
Immagino che quando a Michelangelo è stato chiesto di disegnare la Cupola di san Pietro la richiesta implicita era non solo che fosse bella, armonica e grandiosa, ma anche che stesse su - e lo stesso si domanda oggi, che so, a Renzo Piano se gli si domanda di disegnare e costruire un museo. Saranno criteri giuridico-commerciali ma non sono extra-artistici, perché fa parte del valore di un’opera d’arte applicata anche la perfezione della funzione. Chi ha chiesto a Philippe Starck di disegnargli uno spremiagrumi ha posto nel contratto che una delle funzioni degli spremiagrumi sia non solo quella di far colare il succo ma anche quella di trattenere i semi? Ora, lo spremiagrumi di Starck lascia cadere i semi nel bicchiere , forse perché al designer una qualsiasi «balconata» che trattenesse i semi sembrava antiestetica. Se il contratto avesse specificato che un nuovo spremiagrumi, indipendentemente dalla sua nuova forma, doveva avere tutte le caratteristiche di uno spremiagrumi tradizionale, allora il committente avrebbe avuto il diritto di restituire l’oggetto al designer. Se non è avvenuto è perché il committente non voleva un vero e proprio spremiagrumi, ma un’opera d’arte e una conversation piece che gli acquirenti avrebbero desiderato come scultura astratta (molto bella a vedersi, peraltro, e inquietante come un mostro degli abissi) o come oggetto di prestigio, non come strumento praticamente usabile.


L’ARABO - D’altra parte ricordo da sempre una storia che sentivo raccontare da bambino, quando era ancor fresca la memoria della conquista italiana della Libia e della lotta, durata vari anni, contro bande di ribelli (erano ancora vivi coloro che vi avevano preso parte). Si raccontava dunque di un avventuriero italiano al seguito delle truppe di occupazione, che si era fatto assumere come interprete di arabo, senza conoscere affatto quella lingua. Dunque, si catturava un presunto ribelle, che veniva sottoposto a interrogatorio; l’ufficiale italiano poneva la domanda in italiano, il falso interprete pronunciava alcune frasi in un suo arabo inventato, l’interrogato non capiva e rispondeva chissà cosa (probabilmente che non capiva nulla), l’interprete traduceva in italiano a suo piacimento, che so, che quello si rifiutava di rispondere, o che confessava tutto, e di solito il ribelle veniva impiccato. Immagino che qualche volta il mascalzone abbia agito anche pietosamente, mettendo in bocca ai suoi sventurati interlocutori frasi che li salvavano. In ogni caso non so come sia finita la storia. Forse l’interprete ha vissuto onorevolmente col denaro che gli veniva corrisposto, forse è stato scoperto - e il peggio che può essergli successo è che sia stato licenziato.
Ma, ricordando quella storia, ho sempre ritenuto che la traduzione propriamente detta sia una cosa seria, che impone una deontologia professionale che nessuna teoria decostruttiva della traduzione potrà mai neutralizzare.

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