![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 MARZO 2003 |
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I CRITICI del cosiddetto «programma illuministico» sottolineano oggi un aspetto
che è stato sottovalutato in una concezione eccessivamente riduzionistica e
meccanicistica della scienza e che invece è stato rivalutato dalle teorie della
complessità, dei sistemi e del rischio: vale a dire che l’ottica con cui
bisogna considerare i sistemi complessi non coincide con la somma delle loro
parti e che man mano che aumenta il livello di controllo esercitato da scienza
e tecnologia aumenta anche il livello di incertezza e di rischio potenziale. Al
centro di questa posizione è il concetto che la nostra conoscenza di un sistema
naturale è imperfetta e che i sistemi complessi — come l’ecosistema terrestre,
il genoma umano o il cervello — non sono né completamente conoscibili né
prevedibili con i tradizionali strumenti di analisi in quanto sono
caratterizzati da proprietà emergenti (Kauffman 1993).
In base a questa concezione sistemica, la protezione dei sistemi naturali
complessi comporterebbe l’abbandono del concetto di «controllo», implicito
nella scienza «illuministica» e la sua sostituzione con l’idea che molte azioni
umane hanno conseguenze imprevedibili sulla natura, dal famoso buco nell’ozono
all’innalzamento della temperatura terrestre. Sarebbero perciò le conseguenze
involontarie delle azioni volontarie, cioè le ricadute impreviste del controllo
tecnologico, a limitare la validità dell’approccio scientifico «oltre un certo
livello», anche se è tutt’altro che facile stabilire quale sia il livello oltre
il quale il controllo comporta rischi e ricadute conseguenze negative. Ad
esempio, una medicina che salva la vita di un malato ha anche effetti negativi,
legati alla sua tossicità o ad altri effetti secondari, a breve o a lunga
durata: come stabilire quali sono i limiti del suo impiego?
Ma ritorniamo al punto centrale delle critiche nei confronti della scienza che
si prefigge di prevedere e modificare la realtà, per quanto possibile.
La scienza, nella sua struttura attuale, comporterebbe un eccessivo
determinismo e non sarebbe in grado di cogliere un aspetto centrale delle nuove
sfide: il fatto che esse abbiano caratteristiche globali, difficilmente
affrontabili con la classica ottica riduzionistica in quanto essa si rivolge
alle parti, non al tutto.
Tra gli esempi di questi fenomeni globali si possono enumerare le variazioni
del clima — peraltro al centro di discussioni accese sul loro significato —,
l’espansione di malattie come l’Aids, la diffusione di specie invasive,
vegetali o animali: tutti fenomeni che dimostrano la difficoltà di controllare
i sistemi complessi e soprattutto l’interdipendenza delle diverse variabili.
Uno dei casi più citati, ad esempio, è quello del famoso buco nell’ozono che
rappresenta una conseguenza inintenzionale del modello di crescita industriale
del pianeta. Un ulteriore esempio è quello della crescita del livello degli
oceani, esacerbato dal fatto che si è intensificato il fenomeno migratorio delle
popolazioni in direzione delle regioni costiere.
Un problema emergente, soprattutto dal momento che si è sviluppata una nuova
sensibilità da parte dell’opinione pubblica, è quello della crescente disparità
tra paesi ricchi e poveri, fra Nord e Sud del mondo: i paesi poveri non hanno
tratto benefici dallo sviluppo di una scienza «illuministica» o ne hanno tratti
pochissimi e questo divario tende ad accrescersi in quanto le priorità
scientifiche riguardano generalmente i problemi tipici dei paesi ricchi,
implicano l’esistenza di un elevato livello di competenze
scientifico-tecnologiche, richiedono risorse economiche che non sono alla
portata dei paesi poveri. A tale proposito, il caso dell’Aids è esemplare: i
farmaci contro l’infezione da virus Hiv hanno un prezzo elevato, richiedono
protocolli sperimentali complessi, non alla portata di strutture mediche
essenziali, come quelle che spesso caratterizzano i paesi del Terzo Mondo. Gli
investimenti nella ricerca delle case farmaceutiche comportano prezzi elevati,
e anche se il rapporto investimenti-costi sul mercato è stato posto in
discussione, resta il fatto che anche a prezzi più contenuti la terapia
anti-Aids non è oggi disponibile per milioni di malati, appartenenti
soprattutto ai paesi africani.
La gravità della situazione africana e di altri paesi in via di sviluppo ha
spinto alcuni governi a rimettere in discussione le leggi sulla brevettabilità
dei farmaci — in particolare quelli utilizzati nella prevenzione e terapia
dell’Aids — e a minacciarne le multinazionali che li producono di iniziare la
produzione in modo autarchico, così da poter dare una risposta forte
all’epidemia in atto. I farmaci contro l’Aids hanno in effetti prezzi
proibitivi per gli africani o per i paesi poveri e una riduzione del loro costo
potrebbe avere conseguenze positive. Le società farmaceutiche, però, si sono
opposte ad ogni passo, «legale» o illegale, che metta in discussione i diritti
brevettuali dei farmaci e hanno trattato con il governo sudafricano e con
quello cubano per arrivare a un prezzo «politico» che però salvaguardi i
diritti brevettuali.
Nella contesa tra produttori e consumatori — in qualche modo risolta attraverso
un accordo tra case farmaceutiche e paesi come il Sudafrica — rischia però di
passare in seconda linea il vero problema della lotta all’Aids nel Terzo Mondo:
come spesso avviene nel caso dei sistemi complessi, la proliferazione della
malattia, soprattutto nei paesi centrafricani, non è tanto o soltanto dovuta al
costo di farmaci, quanto alle politiche di prevenzione del contagio e al
sistema sanitario di questi paesi. Un problema simile dal punto di vista
concettuale è emerso, circa trent’anni fa, quando per ovviare allo stato di
denutrizione infantile dei paesi del Terzo Mondo sono state distribuite grandi
quantità di latte in polvere o condensato: malgrado la disponibilità del latte,
donato o venduto a basso costo per diversi motivi da alcune multinazionali, la
carenza di personale medico e paramedico e la scarsa preparazione degli
assistenti sociali o degli insegnanti trasformarono tale iniziativa in un mezzo
disastro. Le madri africane, per cui il latte in polvere o condensato era al di
fuori dei propri schemi culturali, praticavano diluizioni eccessive e non
sterilizzavano i biberon, cosicché la mortalità postnatale dei bambini, che non
venivano più allattati naturalmente, aumentò in modo impressionante.
In sostanza, per i farmaci anti-Aids vale lo stesso principio che si applica
anche ad altre tecnologie: una innovazione funziona in un particolare sistema,
difficilmente o non sempre ha una sua vita e una sua penetrazione autonoma in
un altro, il che implica la necessità di adattare le innovazioni alla cultura
che ne usufruisce o di potenziare le capacità e le culture locali anziché
stravolgerle attraverso innovazioni che possono dissestare un sistema culturale
troppo diverso.