RASSEGNA STAMPA

22 MARZO 2003
ALBERTO OLIVERIO
[Un saggio di Alberto Oliverio
su promesse e contraddizioni della ricerca
Questa scienza “onnipotente"
che crea anche insicurezza


I CRITICI del cosiddetto «programma illuministico» sottolineano oggi un aspetto che è stato sottovalutato in una concezione eccessivamente riduzionistica e meccanicistica della scienza e che invece è stato rivalutato dalle teorie della complessità, dei sistemi e del rischio: vale a dire che l’ottica con cui bisogna considerare i sistemi complessi non coincide con la somma delle loro parti e che man mano che aumenta il livello di controllo esercitato da scienza e tecnologia aumenta anche il livello di incertezza e di rischio potenziale. Al centro di questa posizione è il concetto che la nostra conoscenza di un sistema naturale è imperfetta e che i sistemi complessi — come l’ecosistema terrestre, il genoma umano o il cervello — non sono né completamente conoscibili né prevedibili con i tradizionali strumenti di analisi in quanto sono caratterizzati da proprietà emergenti (Kauffman 1993).
In base a questa concezione sistemica, la protezione dei sistemi naturali complessi comporterebbe l’abbandono del concetto di «controllo», implicito nella scienza «illuministica» e la sua sostituzione con l’idea che molte azioni umane hanno conseguenze imprevedibili sulla natura, dal famoso buco nell’ozono all’innalzamento della temperatura terrestre. Sarebbero perciò le conseguenze involontarie delle azioni volontarie, cioè le ricadute impreviste del controllo tecnologico, a limitare la validità dell’approccio scientifico «oltre un certo livello», anche se è tutt’altro che facile stabilire quale sia il livello oltre il quale il controllo comporta rischi e ricadute conseguenze negative. Ad esempio, una medicina che salva la vita di un malato ha anche effetti negativi, legati alla sua tossicità o ad altri effetti secondari, a breve o a lunga durata: come stabilire quali sono i limiti del suo impiego?
Ma ritorniamo al punto centrale delle critiche nei confronti della scienza che si prefigge di prevedere e modificare la realtà, per quanto possibile.
La scienza, nella sua struttura attuale, comporterebbe un eccessivo determinismo e non sarebbe in grado di cogliere un aspetto centrale delle nuove sfide: il fatto che esse abbiano caratteristiche globali, difficilmente affrontabili con la classica ottica riduzionistica in quanto essa si rivolge alle parti, non al tutto.
Tra gli esempi di questi fenomeni globali si possono enumerare le variazioni del clima — peraltro al centro di discussioni accese sul loro significato —, l’espansione di malattie come l’Aids, la diffusione di specie invasive, vegetali o animali: tutti fenomeni che dimostrano la difficoltà di controllare i sistemi complessi e soprattutto l’interdipendenza delle diverse variabili. Uno dei casi più citati, ad esempio, è quello del famoso buco nell’ozono che rappresenta una conseguenza inintenzionale del modello di crescita industriale del pianeta. Un ulteriore esempio è quello della crescita del livello degli oceani, esacerbato dal fatto che si è intensificato il fenomeno migratorio delle popolazioni in direzione delle regioni costiere.
Un problema emergente, soprattutto dal momento che si è sviluppata una nuova sensibilità da parte dell’opinione pubblica, è quello della crescente disparità tra paesi ricchi e poveri, fra Nord e Sud del mondo: i paesi poveri non hanno tratto benefici dallo sviluppo di una scienza «illuministica» o ne hanno tratti pochissimi e questo divario tende ad accrescersi in quanto le priorità scientifiche riguardano generalmente i problemi tipici dei paesi ricchi, implicano l’esistenza di un elevato livello di competenze scientifico-tecnologiche, richiedono risorse economiche che non sono alla portata dei paesi poveri. A tale proposito, il caso dell’Aids è esemplare: i farmaci contro l’infezione da virus Hiv hanno un prezzo elevato, richiedono protocolli sperimentali complessi, non alla portata di strutture mediche essenziali, come quelle che spesso caratterizzano i paesi del Terzo Mondo. Gli investimenti nella ricerca delle case farmaceutiche comportano prezzi elevati, e anche se il rapporto investimenti-costi sul mercato è stato posto in discussione, resta il fatto che anche a prezzi più contenuti la terapia anti-Aids non è oggi disponibile per milioni di malati, appartenenti soprattutto ai paesi africani.
La gravità della situazione africana e di altri paesi in via di sviluppo ha spinto alcuni governi a rimettere in discussione le leggi sulla brevettabilità dei farmaci — in particolare quelli utilizzati nella prevenzione e terapia dell’Aids — e a minacciarne le multinazionali che li producono di iniziare la produzione in modo autarchico, così da poter dare una risposta forte all’epidemia in atto. I farmaci contro l’Aids hanno in effetti prezzi proibitivi per gli africani o per i paesi poveri e una riduzione del loro costo potrebbe avere conseguenze positive. Le società farmaceutiche, però, si sono opposte ad ogni passo, «legale» o illegale, che metta in discussione i diritti brevettuali dei farmaci e hanno trattato con il governo sudafricano e con quello cubano per arrivare a un prezzo «politico» che però salvaguardi i diritti brevettuali.
Nella contesa tra produttori e consumatori — in qualche modo risolta attraverso un accordo tra case farmaceutiche e paesi come il Sudafrica — rischia però di passare in seconda linea il vero problema della lotta all’Aids nel Terzo Mondo: come spesso avviene nel caso dei sistemi complessi, la proliferazione della malattia, soprattutto nei paesi centrafricani, non è tanto o soltanto dovuta al costo di farmaci, quanto alle politiche di prevenzione del contagio e al sistema sanitario di questi paesi. Un problema simile dal punto di vista concettuale è emerso, circa trent’anni fa, quando per ovviare allo stato di denutrizione infantile dei paesi del Terzo Mondo sono state distribuite grandi quantità di latte in polvere o condensato: malgrado la disponibilità del latte, donato o venduto a basso costo per diversi motivi da alcune multinazionali, la carenza di personale medico e paramedico e la scarsa preparazione degli assistenti sociali o degli insegnanti trasformarono tale iniziativa in un mezzo disastro. Le madri africane, per cui il latte in polvere o condensato era al di fuori dei propri schemi culturali, praticavano diluizioni eccessive e non sterilizzavano i biberon, cosicché la mortalità postnatale dei bambini, che non venivano più allattati naturalmente, aumentò in modo impressionante.
In sostanza, per i farmaci anti-Aids vale lo stesso principio che si applica anche ad altre tecnologie: una innovazione funziona in un particolare sistema, difficilmente o non sempre ha una sua vita e una sua penetrazione autonoma in un altro, il che implica la necessità di adattare le innovazioni alla cultura che ne usufruisce o di potenziare le capacità e le culture locali anziché stravolgerle attraverso innovazioni che possono dissestare un sistema culturale troppo diverso.

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