RASSEGNA STAMPA

13 MARZO 2003
MARINA VALNSISE
[Bioetica, ma senza dogmi

Coi progressi della genetica e delle biotecnologie, siamo arrivati all'uomo creatore di se stesso?  Il tema è nuovo e per molti versi sconcertante.  Così, mentre in Senato si discute la legge sulla fecondazione assistita, nell'opinione pubblica il dibattito langue.  Affrontarlo, infatti, significa riflettere sul senso della vita e sul futuro della specie; sfiorare l'abisso di un'umanità che ha scoperto il segreto della vita ed è in grado di riprodurlo, plasmando i propri geni, sino a fabbricare in provetta esseri umani ad hoc, magari immuni alle radiazioni nucleari, secondo l'ipotesi descritta da Giovanni Berlinguer in "Bioetica quotidiana", per farne poi degli impiantisti capaci di sopravvivere agli incidenti provocati dall'errore umano.

Delle sfide che il mondo d'oggi deve superare, dei dilemmi morali e filosofici che esse impongono, mettendo fine alla casualità della nascita, o decretando per via genetica la disponibilità dell'esistenza altrui, non capita spesso di sentire parlare in modo responsabile.  In Italia, dove permangono le divisioni tra destra e sinistra e l'antagonismo tra progressisti e conservatori, è raro assistere a una discussione tra esperti che ragionino sui pro e i contro e riflettano senza ipocrisie sulla necessità di porre limiti alla scienza, per rispettare la dignità dell'uomo e i principi della morale universale.  In Germania, paese ad alta intensità filosofica e di tormentata eredità storica, invece è più facile.  Lo dimostrano le polemiche intorno alla legge sull'importazione delle cellule staminali prodotte da embrioni, discussa dal Bundestag l'anno scorso, o il dibattito sollevato' dall'ultimo saggio di Jürgen Habermas ("Glauben und Wissen.  Die Zukunft der menschlichen Natur.  Auf dem Weg zu einer liberalen Eugenetik?" Credere e sapere.  Il futuro della natura umana.  Verso una eugenetica liberale? - appena tradotto da Einaudi in modo leggermente diverso, "Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale"), saggio in cui il filosofo di scuola francofortese si richiama all'etica classica e all'universalismo per porre il problema di come tutelare la vita in un sistema liberale come il nostro, dove la scienza in generale e la genetica in particolare rischiano d'affidarsi ai meccanismi di mercato.

 

Non per niente, per avere un'eco a Roma del dibattito tedesco sulle biotecnologie e sulle implicazioni etiche e morali della libertà di ricerca, bisogna frequentare il Goethe Institut.  E' lì infatti che la settimana scorsa s'è svolto un convegno organizzato da Giancarlo Bosetti per la rivista Reset, che nel prossimo numero tenta una mappa di tutte le questioni delle bioetica.

Riuniti nell'anfiteatro di via Savoia, davanti a un'attentissima platea in cui spiccavano esperti di fama come Giovanni Berlinguer e l'attuale presidente della Commissione nazionale di bioetica, Francesco d'Agostino, c'erano un saggista, poeta e provocatore come Hans Magnus Enzensberger, che da anni cerca di combinare scienza e letteratura e adesso ha appena pubblicato un'antologia di scritti assai dibattuta ("Die Elixiere der Wissenschaft", Suhrkamp editore, in corso di traduzione presso Einaudi), scritti in cui se la prende con lo scientismo contemporaneo, la fiducia acritica nel progresso, l'onnipotenza dei ricercatori e l'indifferenza etica che ostentano verso le conseguenze delle loro scoperte.  Accanto a lui, e a lui vicino in termini di preoccupazione etica, prova tangibile di quanto debba essere trasversale, per essere davvero efficace, una discussione sulle promesse e i confini della bioetica, sedeva un vescovo della Chiesa cattolica come il cardinale Karl Lehmann.  Oltre a essere il presidente della Conferenza episcopale tedesca, ad aver preso posizione in difesa del diritto alla vita, a essersi battuto perché venissero riconosciuti i limiti etici da imporre alla ricerca scientifica - rifiutando sia l'utilizzazione degli embrioni congelati a fini scientifici sia la liceità d'importare cellule staminali prodotte da embrioni  -  il cardinale Lehmann è membro dell'Accademia europea delle Scienze di Salisburgo nonché del Senato di uno dei massimi centri di ricerca europeo come il Max Planck Institut di Monaco.  Infine, per parte italiana, al Goethe Institut sono intervenuti il neurobiologo Edoardo Boncinelli che, pur non avendo mai fatto ricerca applicata, come egli stesso ha ammesso, s'è trovato a doverne fare la difesa d'ufficio.  E accanto a lui il vicepresidente della Convenzione europea, Giuliano Amato, che da tempo lavora sui diritti dell'embrione, e di recente ha avanzato una proposta per garantire la ricerca sugli embrioni congelati, ispirandosi all'analogia con l'espianto di organi da bambini morti, che avviene solo previo consenso dei genitori, proposta che non ha mancato di sottoporre agli interlocutori del Goethe.

In via Savoia, dunque, la discussione è stata pacata, ma tutt'altro che accademica o priva di punti di frizione.  Enzensberger ha esordito lanciando un j'accuse contro il relativismo filosofico imperante, e contro quegli scienziati "sciamani" che antepongono la libertà di ricerca a qualsiasi preoccupazione di tipo etico, pronti a difendere la corporazione di fronte a ogni possibile censura o ingerenza esterna.

Il saggista e poeta tedesco ha offerto anche una sua interpretazione del fenomeno, cercando d'inquadrarlo nel contesto attuale.  Il tentativo di trasformare Adamo in un uomo nuovo, ha detto Enzensberger, è sempre esistito nella storia dell'umanità.  Un tempo era appannaggio delle religioni. Poi è diventato il fulcro dei grandi totalitarismi secolari del XX secolo. Il problema è che una volta tramontata l'utopia politica, dopo il crollo del comunismo e dei regimi del socialismo realizzato, il sogno di rigenerare l'uomo per cambiare la società è passato alla scienza della natura, in particolare alle bioscienze, che mirano a eliminare il dolore e assicurare l'immortalità: "Oggi - ha detto Enzensberger non esistono più governi democratici che professano la rigenerazione dell'uomo, come succedeva nei regimi totalitari del XX secolo.  Quest'energia millenaria è passata dall'utopia politica alla scienza della natura.  Con la differenza che il progresso della scienza è inarrestabile, oltreché incontrollabile, e l'umanità si trova oggi a doverlo seguire pedissequamente".

Le cose non stanno proprio così, come sostiene il poeta-scienziato di Monaco, obietta Giuliano Amato, uomo di legge col gusto della storia.  Affidarsi alla scienza con la speranza d'un futuro migliore non è un effetto del crollo delle religioni della politica, ha spiegato Amato, perché fa parte della nostra storia, come dimostrano i positivisti dell'Ottocento, o gli scienziati del Rinascimento sin dai tempi di Leonardo da Vinci.  "Se oggi il legame tra scienza e futuro è più saldo - ha detto Amato - è soltanto per effetto dello stesso progresso scientifico che amplifica il nostro bisogno di certezze, spingendoci continuamente a ridurre l'ignoto attorno a noi".

La prova di questo l'ha subito fornita il neurobiologo Boncinelli: "L'uomo ha imparato qual è il segreto della vita. Ha decifrato il gigantesco testo che sta nelle nostre cellule e contiene le istruzioni per crescere, svilupparsi, riprodursi e morire: il genoma, tre miliardi di lettere per un argomento scabroso.  Ancora trentanni fa per i tumori si brancolava nel buio.  La causa di tanti difetti ereditari adesso si conosce e la diagnosi diventa infallibile.  La vita media si è allungata.  La prima bambina concepita in provetta ha compiuto 25 anni.  Dalle cellule staminali, grazie all'uso di embrioni congelati, dimenticati nei laboratori da coppie in cura per la sterilità, siamo in grado oggi di costruire pezzi di ricambio anche se questo al momento vale solo per alcuni tessuti, come la pelle, e per alcuni organi, come la cornea".

Dunque le applicazioni scientifiche dell'embrione e delle cellule staminali sono ancora limitate.  E' per questo che secondo Boncinelli non è il caso di litigare.  Certo, è vero che, ha annunciato Boncinelli, conoscendo oggi la mappa del genoma sappiamo che tra cinque anni quasi tutte le malattie saranno diagnosticabili, e si potranno intaccare patologie multifattoriali come il diabete, la predisposizone ai disturbi neurovegetativi e cardiocircolatori.  E' vero che la stessa potenza diagnostica della scienza potrebbe portare a una discriminazione fra i soggetti predisposti alla malattia sia da parte dei datori di lavoro sia da parte delle assicurazioni.  Ma per ora la clonazione, ha ribadito Boncinelli, non rappresenta nulla di preoccupante. Fra dieci anni potrebbe essere possibile la clonazione riproduttiva e forse, ha aggiunto Boncinelli, si farà pure senza drammi.  "In fondo, i gemelli clonati saranno simili ai gemelli monozigoti che hanno passato insieme nove mesi nel ventre materno.  Il problema vero si porrà quando la clonazione umana non presenterà più problemi tecnici.  A quel punto, forse si potranno aggiungere geni per sviluppare alcune caratteristiche o toglierne altri per modificarle.  E si dovrà stabilire non solo se è lecito o meno intervenire sul nostro patrimonio genetico, ma se a deciderlo dovrà essere la società, la religione, o la famiglia".

Quella che per il biochimico è una preoccupazione remota, non fa dormire sonni tranquilli al filosofo, (tant'è che il professor d'Agostino, presidente della commissione di Bioetica, è intervenuto per smentire Boncinelli, dicendo che è "la stessa scienza a essere preoccupante, quando identifica ciò che funziona con ciò che è bene per l'uomo") e rappresenta una spinosa questione di natura antropologica nella riflessione del teologo.

"Qual è lo status morale di un esserino creato in vitro?  A partire da quale momento l'embrione va considerato un essere umano?" si è chiesto infatti il cardinale Lehmann, squarciando il velo di serenità steso da Boncinelli.  "Le risposte del passato, che parlavano del quarantesimo, ottantesimo o centoventesimo giorno dal concepimento, la dottrina di San Tommaso sull'anima del feto, non bastano più.  L'embrione di per sé è un esserino che partecipa al controllo del proprio sviluppo, insieme all'organismo della madre. Non posso dimostrare che abbia un'anima, ma sin dall'inizio è un essere umano, per il quale si può usare il termine 'persona'.  Pertanto, merita di essere protetto.  Se il suo status morale va inserito nell'ordinamento giuridico, il suo uso indiscriminato a fini scientifici impone una riflessione sul prezzo che siamo disposti a pagare per assicurare il progresso. Possiamo permettere che gli embrioni congelati vengano uccisi?"

Il contrasto a questo punto è parso inevitabile.  Per quanto il laico Amato si sia sforzato di trovare un punto di incontro, cercando di raggiungere un compromesso, riconoscendo all'embrione lo status di persona, e proclamandosi d'accordo col cardinale Lehman sulla difesa del diritto alla vita e sulla protezione degli embrioni, alla fine le posizioni del giurista laico e del vescovo della Chiesa non potevano che risultare distanti, quando non incompatibili.

Amato ha ammesso di aver molto apprezzato il libro di Habermas, anche se ha ribadito che il filosofo tedesco parlava dei limiti dell"'eugenetica liberale", non della "genetica" come si legge nelle traduzione italiana dove l"'eu" è stato cancellato.  Ha replicato alla lettura estremistica e della casualità proposta dal professor Boncinelli (che paradossalmente s'è chiesto: "Chi preferisce essere malato per caso, anziché sano per scelta?  Nel 1938 si moriva di polmonite perché non c'erano antibiotici.  Oggi noi mandiamo in giro i miopi, i diabetici, gli emofiliaci, che un tempo avevano pochissime possibilità di vita.  L'uomo si è sempre ribellato all'arbitrio, ha sempre cercato correttivi alla casualità, che di per sé non è un valore").  E ha ribadito, Amato, la tesi di Habermas sull'indisponibilità dell'essere umano, sull'intangibilità del principio di causalità delle nascita, che verrebbe a essere compromesso dalla manipolazione genetica, compromettendo il principio universale di eguaglianza sul quale si fonda la nostra civiltà.  "Habermas - ha spiegato Amato - nel suo saggio non fa una critica al principio di casualità tale da renderlo contrario alla cura delle malattie.  Si riferisce solo alla casualità della nascita".  Amato, infine, ha persino riconosciuto che esiste un problema dei limiti della scienza, ammettendo la necessità di stabilire un ponte tra scienza e morale: "Discutendo con gli scienziati - ha detto il vicepresidente della Convenzione europea - mi sono trovato a dover contrastare la propensione corporativa secondo la quale lo scienziato si pone il problema della libertà della scienza e della ricerca, mentre il problema morale riguarda i religiosi".  "E' sbagliato - ha concluso Amato, cercando nell'etica kantiana il punto d'incontro con la morale religiosa - l'essere umano non è diviso tra il filosofo che fa scelte morali e lo scienziato che fa scelte scientifiche.  Ogni scelta di un essere umano è scelta morale, perché - a meno che non viva in assoluta solitudine - egli compie scelte che riguardano il suo rapporto con gli altri.  E appartiene al nostro essere persone porre il problema di cosa accada agli altri in ragione di ciò che facciamo".  E' questo, secondo Amato, il punto base, la "Grundnorm" della vita, che rende l'essere umano assolutamente uguale a tutti gli altri in questa sua entità.  "Non potendo negare se stesso, l'uomo ha l'obbligo morale di non negare gli altri".

Se le cose stanno così, bisogna porsi alcune domande circa i limiti della ricerca scientifica e affrontare la questione dell'uso degli embrioni congelati.  Per esempio, si è chiesto Amato, "è moralmente lecito per uno scienziato fare ricerca applicata quando non si conoscono gli effetti che si possono produrre attraverso queste ricerche?" E' questa la domanda che il vicepresidente della Convenzione europea ha posto alla platea del Goethe Institut, cercando di stabilire i criteri per l'autolimitazione non della ricerca scientifica, ma della sperimentazione scientifica, autolimitazione fondata sull'idea di evitare i danni a terzi che ne potrebbero derivare.

Per esempio un malato terminale, ha spiegato Amato, può acconsentire alla sperimentazione su di lui di farmaci dagli effetti ignoti, e ciò può avvenire solo con il suo consenso. I fisici invece, di fronte al problema del nucleare, garantiscono la macchina ma non i danni provocati dall'errore umano.  La verità è che "non puoi ritenerti moralmente estraneo a quell'errore umano, perché hai prodotto una macchina non a prova di errore".  Lo scienziato, dice il giurista Amato, non va lasciato solo.  Quando fa ricerca applicata soltanto lui può e deve porre il problema degli effetti che la sua ricerca produce sugli altri.  Ma quando si tratta di applicare i risultati della sua ricerca, deve dialogare col sistema democratico, e il sistema democratico, al meglio, non vuol dire tirannia della maggioranza, non vuol dire che chi ha più voti decide perché ha ragione, ma vuol dire volontà, generale, equilibrio, rispetto dei diritti, tutela della vita.  Il principio che si può codificare in diritto è solo quello della dignità umana.  Tu non puoi disporre di altri esseri umani, li devi rispettare come rispetti te stesso".  E' questo, secondo Amato, il limite assoluto della scienza, il principio morale in base al quale il vicepresidente della Convenzione europea ritiene la clonazione umana inammissibile.  "Non perché porti due gemelli con lo stesso patrimonio genetico a essere uguali, come peraltro già succede ai gemelli monozigoti, ma perché non posso programmare il destino degli altri".

Posto e ammesso questo limite assoluto, Amato ha sottolineato la differenza tra l'etica individuale e l'etica collettiva, che rende individualmente accettabili soluzioni che su larga scala producono effetti opposti, con motivazioni rovesciate.  Esempio: se sono un povero giardiniere di un ricco signore e ho sette figli da mantenere, e il ricco signore si trova con un rene solo e ha bisogno di un altro rene, e io gli cedo il mio, e in cambio il ricco signore mantiene per anni i miei figli, quel rapporto umano non si può condannare moralmente sul piano individuale.  Perché è un rapporto munifico tra individui generosi. Ma lasciatelo espandere per un numero infinito di volte e avrete creato il mercato degli organi, che invece va regolato tenendo conto del fatto che non c'è corrispettivo tra gli effetti di una soluzione individuale e la sua adozione su larga scala.

A volte, ha osservato Amato, alcuni limiti vengono posti d'autorità.  "La Chiesa eccelle nell'inventarli, ma c'è sempre la percezione d'una deformazione dei fenomeni su larga scala.  Quanto agli embrioni che si accumulano nei laboratori e nei centri di fecondazione assistita, qualcosa va pur fatto: "Alcuni scienziati - ha riferito Amato - mi dicono che tra 15 anni lavorando sul trasferimento genetico (clonazione non a fini riproduttivi) si potrà ottenere quello che oggi si cerca di ottenere operando attraverso gli embrioni.  Nel frattempo, questi embrioni esistono a migliaia conservati nei frigoriferi del mondo, e se ne continueranno a produrre.  La Chiesa lo sa.  Allora, domando al cardinale Lehmann, possiamo permettere che questi embrioni che io considero creaturine, come dice lui (il profeta Mohammad dice che lo diventano a partire dal centesimo giorno dal concepimento), che da quando esistono sono un progetto di vita che potenzialmente sarà, vengano eliminate, facendole morire a migliaia inutilmente dentro i congelatori?  Un paese moralmente attento, che non cerchi solo di combattere stupide battaglie tra destra e sinistra, dovrebbe riflettere seriamente sul disegno di legge sulla fecondazione artificiale, in corso d'approvazione al Senato".

A questo punto, Amato ha riproposto al cardinale Lehmann la soluzione concepita ultimamente per superare l'impasse sull'uso a fini scientifici degli embrioni congelati: "Quando un bambino muore, i genitori devono dare il consenso affinché i suoi organi vengano espiantati per il trapianto.  Non si   può studiare un'analogia tra il consenso alla donazione degli organi di un figlio morto e la donazione delle cellule staminali tratte dall'embrione che è mio figlio?  Si tratterebbe, insomma, di chiedere a chi produce l'embrione il consenso, nel caso non venisse usato a fini procreativi, di utilizzare le cellule staminali.  Ma, è l'obiezione avanzata da alcuni ricercatori, a rigore d'analogia se avviene l'esportazione delle cellule vuol dire che l'embrione è ancora vivo.  E dunque non si possono mettere sullo stesso piano il bambino morto e l'embrione.  Anche se sarebbe comunque possibile verificare quali embrioni fra i tanti congelati siano ancora in vita e quali no, e quali abbiano cellule staminali utilizzabili allo stesso modo di embrioni vitali.  Non poniamo un divieto assoluto.  Troviamo forme che permettano a queste vite di non scomparire inutilmente ma di migliorare la vita altrui".

Per quanto ragionevole e ragionevolmente fondato, l'appello di Giuliano Amato non è riuscito a fare breccia nel cardinale Lehmann.  "Posso capire l'analogia tra l'espianto e la donazione di un ovulo fecondato", ha risposto infatti il presidente della Conferenza episcopale tedesca.  "Ma tra la donazione degli organi di un bambino che non può più tornare alla vita e la possibilità di disporre di embrioni ritengo che ci sia una differenza notevole.  Questi embrioni - ha insistito il cardinale Lehmann quando diventano vita, quando diventano persona?  A quanti giorni dal concepimento?  Qui rientriamo nella protezione dell'essere.  Riguardo la produzione di embrioni in sovrannumero non esistono soluzioni accettabili.  Meglio dunque domandarci ancora e seriamente: quale prezzo siamo disposti a pagare per il progresso della scienza?"]]

 

 

 

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