RASSEGNA STAMPA

11 MARZO 2003
PIETRO M. TRIVELLI
[Ricerca, l’Italia
volterà pagina

«LA LUCE della scienza cerco e ’l beneficio». Il motto nell’aula del Cnr s’illumina di luci accese dai cinque continenti, per il convegno degli scienziati italiani nel mondo. Tutti cervelli in fuga? No, ma tutti in cerca del lume che rischiari il cammino per integrare il sapere scientifico “made in Italy" con quello prodotto all’estero, in un sistema di andata e ritorno.
Una sorta di “stati generali" della ricerca, promossi dal ministro per gli italiani nel mondo, Mirko Tremaglia, che si accalora per quella che lui chiama «l’altra Italia»: sessanta milioni di connazionali od oriundi sparsi per il pianeta (compresi quattrocento parlamentari). A rappresentare la scienza ne sono arrivati al Cnr un centinaio, accolti da due premi Nobel che conobbero anch’essi la “fuga": Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia. C’era pure la figlia di Guglielmo Marconi, Elettra. Nel 1895 Marconi si vide rifiutare dalle Poste la sua rivoluzionaria scoperta, accolto a braccia aperte l’anno dopo in Inghilterra. Anche un nipote di Marconi, presente al convegno, ha fatto carriera all’estero: Francesco Paresce, astronomo, direttore dell’Osservatorio europeo di Monaco. «Bisogna cambiare mentalità - dice - per convincersi che la ricerca è una fonte di ricchezza e non un hobby».
Tra i politici intervenuti a risollevare gli scienziati, anche il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, accanto al ministro degli Esteri, Franco Frattini. «Non è che la classe politica non si renda conto che la comunità scientifica nazionale soffra di una specie di emarginazione - ha detto Fini -, non siamo miopi fino a questo punto. Si tratta piuttosto di una errata valutazione della società italiana, convinta che si possa fare a meno della ricerca perché, in una logica di mercato senza frontiere, diventa più facile acquistare persino i brevetti, facendo proprio il lavoro degli altri». «Il problema - ha aggiunto il vicepresidente del Consiglio - non è tanto di richiamare in patria i ricercatori, ma di creare le condizioni affinché siano gli altri a scegliere l’Italia».
Sembra un albo d’oro, non da oggi, l’elenco degli incompresi in patria. Basti pensare ai cervelli di Volta, Pacinotti e Meucci, citati da Enrico Garaci, presidente dell’Istituto superiore di Sanità, aprendo con Lucio Bianco, presidente del Cnr, il convegno organizzato in collaborazione con i ministeri degli Esteri, dell’Istruzione, della Ricerca scientifica e della Salute. Nel mondo della scienza globalizzata - non meno che in economia - è la competizione a fare la qualità dei risultati. Impossibile senza investimenti. Mentre in altri paesi europei la crescita dei finanziamenti raggiunge il 13 per cento (per esempio Grecia e Finlandia), l’Italia resta bloccata al 2,6, dedicandovi meno dell’uno per cento della ricchezza nazionale. In rapporto alla popolazione, l’Italia conta 65.000 ricercatori, pari a 2,8 ogni mille lavoratori attivi (contro il 13 della Finlandia, al primo posto, 6,45 della Germania, 6,20 della Francia, 5,49 della Gran Bretagna). Né può consolare che il divario non è solo italiano, ma europeo, rispetto alle superpotenze delle ricerca, Giappone e Stati Uniti (che nel 2000 hanno investito 230 miliardi di dollari, contro i 141 dell’Europa). Ma proprio con il Giappone - come ha ricordato il ministro degli Esteri, Frattini - si è avviato un esperimento di laboratorio in comune, nel campo delle nanotecnologie; mentre si progetta una banca dati (chiamata “da Vinci"), per censire gli scienziati italiani paese per paese.
Basterà a controllare, se non fermare, la “fuga di cervelli"? «Non è facile offrire in Italia condizioni operative analoghe a quelle disponibili all’estero», riconosce il presidente del Cnr, Lucio Bianco, il quale propone più concretamente di coinvolgere ricercatori stranieri in progetti d’interesse italiano, offrendo ai giovani opportunità di formarsi all’estero, come libera scelta. Fu libera e obbligata al tempo stesso la scelta di “fuga" di Rita Levi Montalcini. Chissà se sarebbe giunta al Nobel per la Medicina (nel 1986, per le scoperte sui fattori di crescita) se fosse rimasta in Italia. «Non sono un’antenata della ricerca - dice con il sorriso non appassito dai suoi 94 anni - ma trovo immutato l’entusiasmo dei giovani scienziati di oggi, non paragonabile a quello che ho visto in America». Fiera e riconoscente della possibilità di far funzionare in Italia un istituto europeo per lo studio del cervello, Rita Levi Montalcini non ignora le cause dello sconforto di tanti ricercatori che alla fine se ne vanno. Non è solo mancanza di finanziamenti. C’è anche - secondo la più illustre scienziata italiana - il disinteresse dell’industria, abituata ad importare prodotti già “inventati". E c’è poi, altro freno, l’invecchiamento dei ricercatori che non si rinnovano.
Da bravo Nobel pure lui, Carlo Rubbia raffigura la situazione riassumendo la mappa dei vincitori del premio più ambito del mondo. Di quelli scientifici, nel primo quarto del secolo scorso, gli americani ne presero 3 su 71; dal 1955 al 1980, 82 su 150. Ma nemmeno Rubbia crede che sia solo questione di sostegno economico. Dà più importanza a quello che chiama “fattore umano": «Fa più progresso una singola idea innovativa - dice Rubbia - grazie al talento, come accade nell’arte». Ma è altrettanto importante l’“effetto collettivo", interdisciplinare. «Solo lavorando fianco a fianco, fisici, matematici, biologi, ed altri scienziati di campi diversi, possono dare maggiore impulso alla ricerca», assicura Rubbia, mettendo in guardia dalla burocrazia. Quanto ai cervelli in fuga - lui che ne è uno degli esempi più illustri, tanto da non nascondere l’accento americano - Rubbia non la considera una jattura: «Significa che all’estero ci apprezzano, altrimenti non ci prenderebbero», dice, portando l’esempio di cooperazione scientifica internazionale che, da cinquant’anni, si realizza nell’esperienza del Cern di Ginevra.
L’Unione europea ha fissato al 2010 la scadenza per raggiungere la leadership mondiale di un’economia basata su competenze e qualità, raggiungibili soprattutto con un forte impulso della ricerca, in tutti i campi. Una tendenza che, quanto all’Italia, sarà recepita dalla legge finanziaria, come ha assicurato Gianfranco Fini, secondo il quale si tratta di «accumulare capacità e non solo risorse», per superare il paradosso di un paese come il nostro che «importa braccia ed esporta cervelli».
E’ una promessa-premessa, affinché gli scienziati non si sentano “traditi" da una politica che si rivela compattamente bipartisan, quando si tratta di tagliare sulle spese per la ricerca (come ha lamentato Carlo Croce, direttore di un centro americano, pioniere dello studio delle cause genetiche del cancro). Basta sperare. Sorretti dalla fiducia che rendeva incrollabile la ricerca del fondatore della teoria quantistica, Max Planck (Nobel 1918). Lui diceva che «sopra i cancelli del tempio della scienza sta scritto: “Abbi fede!"». Che non sia: aspetta e spera.

 

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