![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 MARZO 2003 |
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Richard
Rorty oltre la filosofia contro la guerra
Intervista al filosofo americano Richard Rorty, negli ultimi mesi in prima
fila tra coloro che sono impegnati contro la guerra all'Iraq. «Non ci sono
magiche pallottole intellettuali - dice - l'idea che la filosofia possa
invocare il grande potere chiamato ragione è un'idea sbagliata come quella che
i sacerdoti possano invocare il grande potere chiamato dio». In un suo saggio
recente aveva previsto che per distrarre dalla disperazione i più poveri
sarebbero stati sufficienti pseudo-eventi creati dai media, comprese guerre
occasionali, brevi e sanguinose. La casta dei nuovi ricchi creata dalla
globalizzazione ne uscirebbe rafforzata, mentre agli altri non resterà che
rammaricarsi di una così debole resistenza avanzata da una sinistra latitante
Richard Rorty è cresciuto nell'ambiente della sinistra americana, ben
prima di diventare uno dei più noti filosofi contemporanei. Entrambi i genitori
erano fedeli simpatizzanti del partito comunista fino al 1932 e poi attivi
antimilitaristi impegnati nei circoli intellettuali della sinistra libertaria e
socialista, dove i punti di riferimento privilegiati erano il poeta Walt Whitman
e il filosofo John Dewey. La dedizione di Rorty alla filosofia ha inizio nel
`46 a Chicago dove insegnava tra gli altri Rudolf Carnap, l'allievo di Frege
che, tra gli altri, ha contribuito alla diffusione della filosofia analitica in
America. Dopo aver discusso una tesi su Whitehead nel 1949, Rorty ha portato a
termine il suo dottorato a Yale nel 1956. Il Wesley College, l'Università di
Princeton, quella della Virginia e infine la Stanford University, dove ancora
insegna, hanno scandito gli spostamenti della sua carriera accademica. Dopo
essersi formato alla scuola analitica, negli anni `70 Rorty se ne allontanò in
modo clamoroso proponendo una mediazione tra filosofia del linguaggio
ordinario, pragmatismo ed ermeneutica. Si rese così protagonista di una vera e
propria svolta nella filosofia americana - già preannunciata con La
svolta linguistica del 1967 - aprendosi alla filosofia europea. Il
primo passo di questa svolta, espresso nel suo libro del `79, La
filosofia e lo specchio della natura si realizza nella critica
all'idea tradizionale, sostenuta da Cartesio fino a Husserl, che la conoscenza
sia una rappresentazione, un rispecchiamento mentale del mondo esterno. La fine
di una filosofia «spettatoriale», fondata su una verità universale che richiederebbe
la validità del criterio di corrispondenza e di conformità, è d'altronde
anticipata tanto da Heidegger, che da Wittgenstein e da Dewey, protagonisti
della incrinatura di questo paradigma epistemologico. Rorty ha rifiutato la
concezione della filosofia come «scienza rigorosa», difesa ancora dal
positivismo e dalla fenomenologia, e ha invece mirato a una trasformazione
della filosofia - come si legge in Conseguenze del pragmatismo - che deve
rinunciare ad essere paradigma di obiettività per divenire filosofia
storico-letteraria, in grado anzitutto di edificare il dialogo. E' così che
Rorty si è avvicinato alle posizioni dell'ermeneutica, sebbene il suo pensiero
si sia andato precisando in un senso fortemente etico e politico. Nella cultura
«postfilosofica» di oggi, dove sono venuti meno i tradizionali vincoli
religiosi, filosofici, politici e sociali, è necessario per Rorty rafforzare un
atteggiamento etico di simpatia e solidarietà - come scrive nel suo libro
dell'89, Contingenza, ironia e solidarietà - che siano
alla base della comunità. È in questo senso che il compito della filosofia
diviene quello di ricercare non la verità, ma la felicità. Così la filosofia
può rispondere meglio a quelle richieste, anzi a quelle urgenze, che si
presentano ogni volta in forma nuova a partire dalle diverse contingenze
storiche e individuali. Negli ultimi scritti Rorty ha offerto un panorama
complesso e variegato di quella che nel futuro molto prossimo potrebbe essere
«la filosofia dopo la filosofia». Questa intervista riflette quello che è
l'impegno recente del filosofo americano contro la guerra all'Iraq, che per
quanto sembri inevitabile, è tuttavia di giorno in giorno più delegittimata,
non solo in Europa, ma negli ambienti intellettuali degli Stati Uniti.
Vorrei iniziare chiedendole come vive un filosofo in
America questo momento. Un filosofo che, come lei, è stato sempre, per il suo
paese, una voce critica?
Tutti quelli che criticano le scelte politiche del governo
americano vivono vite più o meno tranquille e indisturbate dato che gli Stati
Uniti sono ancora un paese in cui la stampa e le università sono libere e
indipendenti. Noi americani che esprimiamo indignazione contro la politica del
governo siamo nella stessa situazione degli italiani che stanno facendo altrettanto
con Berlusconi. Forse non abbiamo alcuna influenza, ma nessuno cerca di
vendicarsi su di noi. Però, è bene dirlo, le cose potrebbero peggiorare se ci
fossero altri casi di «mega-terrorismo». L'amministrazione Bush si è servita
dell'11 settembre per diminuire gravemente le libertà civili. Per ora questi
provvedimenti hanno riguardato solo poche persone, per lo più immigranti o
comunque cittadini non statunitensi, il che è significativo. Ma è sconvolgente
che il General Attorney, il nostro ministro della
Giustizia, abbia avuto così la possibilità di mettere in galera cittadini
americani senza che questi abbiano potuto servirsi di una rappresentanza legale
e senza che la loro situazione abbia potuto essere dibattuta in tribunale. È la
prima volta, nella mia vita, che un governo americano si è permesso di avanzare
sul piano legale pretese del genere. Se Al-Quaeda avesse ancora più successo,
il General Attorney reclamerebbe poteri
maggiori; potrebbe, in breve, far sì che gli Stati Uniti diventino a tutti gli
effetti uno stato di polizia.
A più di un anno di distanza dall'11 settembre, come
riassumerebbe i cambiamenti intervenuti nella vita dei cittadini americani?
Benché le preoccupazioni iniziali siano ora diminuite, non è
detto che non tornino a rifarsi vive, soprattutto se si concretizzasse la
minaccia di un altro attacco terroristico. Il cambiamento più significativo,
però, è stato il tentativo dell'amministrazione Bush - dato che la nazione è
«in guerra» - di pretendere di dare inizio, indisturbati, a una guerra
preventiva, e a violare le libertà civili. Bush e i suoi consulenti sperano di
continuare a vincere le elezioni insistendo sul fatto che è pericoloso cambiare
cavalli nel mezzo della corsa, ovvero cambiare presidente nel mezzo della guerra.
La guerra è stata nei secoli un tema della riflessione
filosofica - una riflessione che ovviamente ha mirato per lo più alla pace,
anzi alla pace perpetua tra i popoli, anche agitando, come ha fatto Kant, lo
spettro di un ulteriore significato a cui «pace perpetua» rinvia. Nel suo libro
più famoso La filosofia e lo specchio della
natura (Bompiani) lei ha insistito sul ruolo «edificante» che può svolgere
la filosofia permettendo a tutti di partecipare alla «conversazione del genere
umano». Cosa può, oggi, la filosofia contro la guerra?
Nulla. Messe di fronte a dittatori e tiranni folli come gli
attuali sovrani dell'Iraq e della Corea del Nord, non
c'è filosofia, non c'è religione, non c'è letteratura che tenga. È come essere
messi davanti a un cane impazzito. La cosa più saggia che si possa fare sarà
probabilmente quella di rifugiarsi da qualche parte sperando che il cane muoia
o se ne vada. Dipende dalle circostanze. Tuttavia non credo davvero che ci siano buone ragioni per preferire
una guerra all'Iraq a una politica di contenimento. Credo al contrario che la
guerra sarà lunga e rovinerà l'Iraq lasciandolo nel caos. Non penso, come
sostiene l'amministrazione Bush, che la guerra durerà poco e avrà poche
vittime.
Ma lei non crede che tutto questo vada interpretato,
allora, come un fallimento della filosofia?
No. L'idea che la filosofia possa invocare il grande potere
chiamato Ragione è un'idea sbagliata come quella che i sacerdoti possano
invocare il grande potere chiamato Dio. Non ci sono magiche pallottole
intellettuali. La filosofia arriva dopo che i grandi mutamenti culturali hanno
avuto luogo e cerca di vederci chiaro. Non può far sì che accadano.
Lei è tra quei filosofi che, a partire dalla questione
della solidarietà, ha sottolineato
l'esigenza di un dialogo non solo con le culture «altre», ma anche con quelle
società che non sono edificate all'insegna della tolleranza. Eppure mai come
ora questa parola «dialogo» appare fallimentare.
Il dialogo si può avviare solo quando le relazioni di potere
si stabilizzano - anche solo temporaneamente - e quando c'è la possibilità di
una azione comune, di una cooperazione. Quando si ha a che fare con dittatori
folli, con preti fondamentalisti, e con i loro seguaci, il dialogo è
irrilevante. Persone del genere si tappano le orecchie. Non vogliono neppure
che si rivolga loro la parola.
Nel libro che in italiano si intitola Una sinistra per il prossimo secolo (Garzanti, 1999) lei
ha esaminato in modo originale, talvolta spietato, la sinistra americana. Alla
sinistra tradizionale, concentrata sulla scolastica del marxismo, lei ha
rimproverato un programma politico antiquato e rigido, fondato su una
metafisica di stampo illuminista che avanza pretese di verità universale e di
rigore scientifico. Alla sinistra culturale, nata negli anni `60, lei ha
rimproverato di confondere l'astrazione con la sovversione. Insomma, la nuova
sinistra che, richiamandosi a Nietzsche e a Heidegger, a Foucault e a Derrida,
ha lottato in nome delle «differenze», oggi le appare una spettatrice,
disgustata e sarcastica, pericolosamente lontana dalla pratica politica - sa
problematizzare e smascherare, ma non riesce a sperare. Rispetto alla
situazione che si è andata delineando negli ultimi due o tre anni cosa si sente
di rimproverare, in particolare, alla nuova sinistra?
Credo che alla sinistra europea si possa rimproverare di non
aver lavorato abbastanza duramente per l'unificazione dell'Europa e in
particolar modo per la creazione di una comune politica estera europea in grado
di rafforzare l'Onu e di far avanzare il disarmo nucleare. Troppo spesso la
sinistra europea, soprattutto quando si è trattato di questioni internazionali,
si è accontentata di un antiamericanismo comodo e a buon mercato. Per quel che
riguarda la sinistra americana, mi pare che abbia troppo spesso rifiutato di
prendere sul serio i pericoli rappresentati da dittatori come Saddam o Kim Jong
Il e da politici senza scrupoli e avidi come Yeltsin, come Mugabe o come ora in
Italia Berlusconi. Mentre per l'amministrazione Bush non si può certo parlare
di lungimiranza, l'amministrazione Clinton aveva affrontato questi pericoli se
non altro con senso pratico. E quelli che l'hanno criticata da sinistra non si
sono mai chiesti: «Cosa faremmo noi se fossimo al suo posto?». Si sono accontentati
di sparare giudizi dalle retrovie senza riflettere sulla possibilità di
politiche alternative.
Nella sua riflessione di qualche anno fa lei ha delineato
con sconcertante chiarezza uno scenario del futuro prossimo in cui era
previsto, tra l'altro, un «uomo forte» alla guida dell'America, il quale -
scrive - «evocherà la gloriosa memoria della guerra del Golfo per provocare
avventure militari che genereranno una prosperità di breve periodo». Sembra che
le sue previsioni si stiano avverando...
Fa bene a ricordarmelo. È lo scenario peggiore che si possa
immaginare, Bush lo sta rendendo via via più credibile, anche se non è detto
sia imminente. In quello stesso passaggio avevo scritto che per distrarre dalla
propria disperazione i più poveri, in America come nel mondo, sarebbero stati
sufficienti pseudo-eventi creati dai media, comprese guerre occasionali, brevi
quanto sanguinose. In tal caso la casta dei super-ricchi, che si sta formando
con la globalizzazione, avrà ben poco da temere. E sarà un disastro per il
paese e per il mondo. La gente si meraviglierà che vi sia stata una resistenza
così debole alla sua evitabile ascesa. Legittimamente si chiederà dove fosse la
sinistra americana.
Torno a riproporle una frase di Hegel su cui lei ha più
volte insistito, per chiederle se possa valere ancora: «l'America è il paese
del futuro... la terra del desiderio per tutti coloro che sono stanchi
dell'arsenale storico della vecchia Europa». Davvero l'Europa è relegata al
passato? E quale ruolo politico potrebbe svolgere, di per sé e in relazione
all'America?
Ovviamente l'Europa non è relegata al passato. È l'unico
posto al mondo, fuori dall'America del nord, in cui la democrazia e la libertà
convivono - ancora - con la ricchezza economica. Se l'Europa si unisse, si
federasse, potrebbe diventare il leader morale delle democrazie al posto degli
Stati Uniti; potrebbe evitare che persone come Bush sovvertano le istituzioni
americane e rendano gli Stati Uniti una potenza imperiale egoista e corrotta. La
resistenza di parte dell'Europa a Bush - vorrei sottolinearlo - ci incoraggia
enormemente. Se i leaders europei si rendessero davvero conto della necessità
di avere una politica internazionale indipendente da Washington, e se
proseguissero in questa direzione, a sua volta Washington potrebbe maturare dei
ripensamenti sul proprio tentativo di egemonia.
Quali conseguenze avrebbe per il mondo questa egemonia
americana?
Se l'Europa fallirà l'obiettivo di una comune politica
estera, l'America continuerà imperterrita a fare il poliziotto del mondo. È
probabile che in tal caso farà di tutto per mantenere la propria supremazia
militare. Tutto ciò rappresenterà alla lunga una sfida per la Cina; l'egemonia
americana condurrà allora a uno scontro militare - probabilmente nucleare - tra
l'America e la Cina. Certo questo non si verificherà per parecchi decenni; ma
sarà quasi inevitabile se l'Europa non interverrà creando una terza forza e
incoraggiando iniziative multilaterali per il mantenimento della pace tra
Europa, Russia, Cina e America.
Lei ha scritto che «la sinistra, per definizione, è il
partito della speranza». Al posto della conoscenza devono subentrare «sogni
utopici condivisi». Allora, quale speranza resta oggi di evitare la guerra? E,
soprattutto, qual è il compito della sinistra, in America, ma anche in Europa e
nel mondo?
La speranza è la stessa che ci ha accompagnato fin qui: la
speranza in un mondo in cui tutti i governi siano eletti democraticamente, la
stampa sia libera ovunque e le opportunità socio-economiche siano equiparate. I
sogni utopici della sinistra non sono cambiati per oltre cento anni e non è
affatto necessario che cambino. Evitare la guerra si deve, ma non sempre si
può. La seconda guerra mondiale e la guerra fredda sono state combattute per
sconfiggere dittatori come Hitler e Stalin. Dittatori
spunteranno sempre qua o là. Forse, se avremo fortuna, potremo avere un giorno
delle Nazioni Unite con un proprio esercito in grado di condurre direttamente
una guerra eventuale contro regimi dittatoriali, piuttosto che riservarsi solo
l'alternativa di intraprendere una guerra demandata a leaders opportunistici di
singoli stati nazionali, o di fermarla.