![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 MARZO 2003 |
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Si sta diffondendo un sentire che rivendica
l'esistenza di doveri morali verso animali sviluppati mentre nega lo statuto di
persona (e relativi diritti) ad esseri umani con gravi deficit mentali o con
un'indebolita coscienza. L'animalismo suscita giustificati timori.
Nei primi anni Novanta, negli USA, una giovane donna fu uccisa da una femmina
di puma. L'animale, naturalmente, fu abbattuto. A questo punto, però, sorse il
problema degli orfani: due bambini e un cucciolo di puma. Lo spirito di
solidarietà che in questi casi non viene mai meno fece subito aprire due
sottoscrizioni pubbliche in aiuto degli orfani. Risultato: i tre quarti delle
offerte furono a favore del puma.
Disorientamento etico
Episodi come questo fanno sorgere perplessità riguardo ai criteri morali del
nostro tempo, o piuttosto confermano l'esigenza di criteri morali che possano
fungere da riferimento e consentano di evitare il totale disorientamento etico.
Ebbene, c'è una corrente contemporanea, l'etica animalista, che può contribuire
all'analisi del problema: il suo più noto esponente è Peter Singer. Mi dicono
che a Friburgo la sua filosofia sta godendo di crescente favore e la cosa mi
sembra strana, considerando gli esiti di questa posizione teorica.
L'utilitarismo dal quale parte la riflessione di Singer ha un fondamento
autoevidente: bene è ciò che tende a produrre vantaggio, utilità o piacere al
maggior numero di soggetti; male, ciò che provoca danno o dolore.
Dall'utilitarismo, ancora, Singer riprende e generalizza l'egualitarismo
benthamiano: un'etica pubblica deve assumere il principio di eguaglianza come
criterio guida. Il dovere morale non può fare discriminazioni in base al colore
della pelle, o al sesso, o al livello d'intelligenza - e anche questo suona
corretto alla sensibilità etica contemporanea -. Ma, adesso, tiriamo le
conseguenze: se non è lecito assumere alcun fattore discriminante per
diversificare la scelta morale, allora bisognerà ammettere che l'uomo e
l'animale hanno gli stessi diritti e che lo stesso criterio di bene vale per
l'uomo come per l'animale. Entrambi godono e soffrono, ad entrambi il dolore è
odioso e il piacere gradito: il principio di eguaglianza generalizzato impone
che il comportamento etico tratti l'uno e l'altro allo stesso modo. In questa
ottica è moralmente irrilevante il sesso o il colore della pelle, ma
altrettanto irrilevante è il numero delle zampe o l'essere o no dotato di coda;
ogni discriminazione fondata sulla specie è soltanto un pregiudizio comparabile
al razzismo e al sessismo.
La conclusione può sconcertare, ma è coerente. D'altra parte, il tentativo di
trovare un valido criterio di differenziazione fra l'uomo e l'animale che
consenta un'opportuna diversificazione del dovere morale nei confronti dei due
generi mostra un'estrema debolezza. Si può, ad esempio, sostenere che l'obbligo
morale è primariamente rivolto verso la persona, e che l'animale non lo è. Ma
che cos'è una “persona”? Al di fuori di dogmi teologici e di presupposti
metafisici che sono ovviamente inutilizzabili per un'etica laica, la
definizione di persona risulta labile e incerta e sostanzialmente affidata a
decisioni convenzionali. Se assumiamo, ad esempio, - come suggerisce John
Harris - di considerare come persona il soggetto «capace di apprezzare la
propria vita» (una variante del termine “autocoscienza”) si comprenderà allora
che non solo il feto non è persona e perciò l'aborto è lecito (cosa sostenibile
e generalmente sostenuta in campo filosofico), ma che anche l'infanticidio è
lecito: «Un bambino di una settimana non è un essere razionale e autocosciente ....
Se il feto non ha la stessa pretesa alla vita di una persona, sembra che non
l'abbia neppure il neonato, e che la vita di un neonato abbia meno valore della
vita di un maiale, un cane o uno scimpanzè». Così, appunto, scrive Peter Singer
nel suo volume Etica pratica. E si comprende che per questa via lo statuto di
persona va negato ai soggetti con grave deficit mentale, a quelli che per
incidente o per vecchiaia non sono più autocoscienti e così via. Come osserva
Luc Ferry (uno dei critici più decisi dell'indirizzo animalista) tesi del
genere sono pericolose, perché si può arrivare a sostenere l'eutanasia come
rimedio alle sofferenze umane e, contemporaneamente, lottare con ogni mezzo a
disposizione contro i sistemi industriali di allevamento delle oche.
In fondo, oltre alla problematicità intrinseca al dibattito etico
contemporaneo, la posizione animalista alla Singer evidenzia l'attualità di una
riflessione di Rousseau: «Vi sono filosofi che amano i Tartari, per essere
dispensati dall'amare i propri vicini».
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