RASSEGNA STAMPA

02 MARZO 2003
ALESSANDRO PAGNINI
[Genealogia analitica della perversione

L'autore è allievo di John Rawls e Hilary Putnam, ma il suo iter intellettuale lo porta lontano dalla filosofia analitica, e lo porta a incontrare (anche fisicamente) Michel Foucault, Roland Barthes, Pierre Hadot, Carlo Ginzburg, ad avvicinarsi ad alcuni analitici "impuri e simpatizzanti per il cosiddetto "foucaultismo americano", come Ian Hacking, a. storici della scienza come Crombie, a storici delle mentalità come Paul Veyne e Lucien Febvre, ai grandi storici dell'arte (da Wölfflin a Baxandall), all'epistemologia storica , e a pensatori di conforto o di ispirazione come Tommaso, Wittgenstein, Cavell, Jankélèvitch e Freud.  Lo stile, però, resta rigorosamente analitico: puntiglioso nelle argomentazioni (fino quasi alla pedanteria, per un lettore europeo che non ha da convincersi, com'è invece per la comunità intellettuale di appartenenza di Davidson, della plausibilità di un certo tipo di ricostruzione storica), quasi dimostrativo, mai incline all'affabulazione retorica o a "salti" puramente analogici, sempre disposto a' un'accurata documentazione storica e filologica.

I saggi che compongono questo libro, maturati in più di un decennio di lavoro storico e di passione metodologica, si dividono in una parte di "casistica" e in una parte teorica.  I casi sono per lo più relativi all'emergenza di concetti e di modi di classificare il normale e il patologico, soprattutto in ambito psicologico e psichiatrico.  Sono esercizi di "archeologia" svolti nel seno della storia del pensiero scientifico, intesi a fissare il momento in cui un'idea si organizza e comincia a condizionate il modo di vedere le cose, di renderle antologicamente perspicue solo in quanto acquistano senso all'interno di uno "spazio concettuale".  E il caso della perversione sessuale, per esempio, che, nel momento in cui si comincia a vedere come una forma di disturbo funzionale dell'istinto, legato a un fenomeno di degenerazione, non è più (non può essere) una "malattia" di cui dà conto l'anatomia patologica, bensì una malattia psichiatrica. E' il momento in cui la psichiatria non si occupa soltanto di forme straordinarie, estreme, dalla condizione umana, come la follia. «L'intero dominio dell'innaturale e dell'anormale stavano per diventare la sua provincia»; e fenomeni da sempre noti, come le perversioni, finivano per uscire da un ambito in cui venivano regolate dal binomio diritto/morale per entrare nel regime medicale.  Prima di questo passaggio anche la parola "perversione" non aveva il senso che ci pare naturale conferirle oggi.

«Non comprenderemo il concetto di perversione - scrive Davidson, rammentando l'idea di Hacking secondo. cui solo "stili di ragionamento" storicamente specificabili rendono gli enunciati candidati di verita-o-falsità - finché non esamineremo il suo comportamento governato da regole con altri concetti, per vedere quali tipi di asserti possono essere fatti con essi».  E di più: siccome la psichiatria dell'Ottocento considerò la sessualità come il modo migliore di rappresentare la mente, ecco che anche l'individuazione del sé, dello specifico genere di essere umano che noi siamo individualmente, viene regimentato da questa categoria nosografica e da quello che "si vede" attraverso la sua definizione moderna. Nel saggio su L'orrore dei mostri, poi, dove la mostruosità è data problematicamente soprattutto dal connubio di sembianze umane e bestiali, non sono in gioco soltanto concetti scientifici e categorie cognitive, ma anche il sottile intreccio tra fatti e valori, tra spiegazione scientifica e valutazione morale e teologica, a mostrare il complicato conformarsi della nostra esperienza della normatività.

Abbiamo detto che il metodo di Davidson è ispirato all"'archeologia" di Foucault (quella che troviamo esemplarmente applicata ne Le parole e le cose).  L'oggetto dell'analisi sono le pratiche discorsive che sottendono l'intera configurazione della nostra conoscenza e, dunque, non le scienze in senso stretto, bensì quei domini epistemologici che le attraversano e le accomunano, seppur non tutte e non tutte nello stesso modo.  All'interno di tali pratiche sono individuabili le condizioni di possibilità della conoscenza stessa, le norme e le regole che consentono di pronunciare il vero e il falso, insieme a quello che Foucault, destinandolo a una sorta di "teratologia della conoscenza", chiamava l"'errore disciplinato"; mostruoso, ma non per questo non riconducibile a una coerenza e a una economia del discorso (coerenza ed economia da non intendersi in senso strettamente logico e linguistico).  Davidson è dunque interessato più agli aspetti "kantiani" della lezione di Foucault, che non a quelli legati al "potere" e ai suoi effetti di verità (che Foucault indagava attraverso le sue "genealogie"), e intende fame il presupposto che orienta lo sguardo dello storico nella sua ricerca, sulla scienza e sulla conoscenza in generale.

Trovo gli sforzi di Davidson interessanti e densi di prospettive; e, al di là della sua strisciante polemica anti-analitica, un importante arricchimento dello strumentario metodologico del filosofo analitico stesso (per esempio, laddove si dia rilievo ai "contesti epistemologici".  Vedi il Domenicale del 9 febbraio scorso).  Del resto, sembra proprio che oggi Foucault trovi un'inconsueta accoglienza da parte della filosofia analitica, come dimostra Hacking quando propone l"'archeologia" come chiave indispensabile per l'ontologia (Historical Ontology, Harvard University Press, 2002) e come sembra suggerire addirittura l'ultimo Bernard Williams (Truth and Truthfulness, Princeton University Press, 2002), quando fa delle "genealogie" l'occasione metodologica per far incontrare analisi concettuale e storia della filosofia.

 

Arnold I. Davidson, «The Emergence of Sexuality», Harward University Press, Cambridge MA 2002, pagg. 254, $ 26,50
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vedi anche
Il mondo dell'uomo