![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 02 MARZO 2003 |
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L'autore
è allievo di John Rawls e Hilary Putnam, ma il suo iter intellettuale lo porta lontano dalla filosofia analitica, e lo
porta a incontrare (anche fisicamente) Michel Foucault, Roland Barthes, Pierre
Hadot, Carlo Ginzburg, ad avvicinarsi ad alcuni analitici "impuri e
simpatizzanti per il cosiddetto "foucaultismo americano", come Ian
Hacking, a. storici della scienza come Crombie, a storici delle mentalità come
Paul Veyne e Lucien Febvre, ai grandi storici dell'arte (da Wölfflin a
Baxandall), all'epistemologia storica , e a pensatori di conforto o di
ispirazione come Tommaso, Wittgenstein, Cavell, Jankélèvitch e Freud. Lo stile, però, resta rigorosamente
analitico: puntiglioso nelle argomentazioni (fino quasi alla pedanteria, per un
lettore europeo che non ha da convincersi, com'è invece per la comunità
intellettuale di appartenenza di Davidson, della plausibilità di un certo
tipo di ricostruzione storica), quasi dimostrativo, mai incline
all'affabulazione retorica o a "salti" puramente analogici, sempre
disposto a' un'accurata documentazione storica e filologica.
I
saggi che compongono questo libro, maturati in più di un decennio di lavoro
storico e di passione metodologica, si dividono in una parte di
"casistica" e in una parte teorica.
I casi sono per lo più relativi all'emergenza di concetti e di modi di
classificare il normale e il patologico, soprattutto in ambito psicologico e
psichiatrico. Sono esercizi di
"archeologia" svolti nel seno della storia del pensiero scientifico,
intesi a fissare il momento in cui un'idea si organizza e comincia a
condizionate il modo di vedere le cose, di renderle antologicamente perspicue
solo in quanto acquistano senso all'interno di uno "spazio
concettuale". E il caso della
perversione sessuale, per esempio, che, nel momento in cui si comincia a vedere
come una forma di disturbo funzionale dell'istinto, legato a un fenomeno di
degenerazione, non è più (non può essere) una "malattia" di cui dà
conto l'anatomia patologica, bensì una malattia psichiatrica. E' il momento in cui
la psichiatria non si occupa soltanto di forme straordinarie, estreme, dalla
condizione umana, come la follia. «L'intero dominio dell'innaturale e
dell'anormale stavano per diventare la sua provincia»; e fenomeni da sempre
noti, come le perversioni, finivano per uscire da un ambito in cui venivano
regolate dal binomio diritto/morale per entrare nel regime medicale. Prima di questo passaggio anche la parola
"perversione" non aveva il
senso che ci pare naturale conferirle oggi.
«Non
comprenderemo il concetto di
perversione - scrive Davidson, rammentando l'idea di Hacking secondo. cui solo
"stili di ragionamento" storicamente specificabili rendono gli
enunciati candidati di verita-o-falsità - finché non esamineremo il suo
comportamento governato da regole con altri concetti, per vedere quali tipi di
asserti possono essere fatti con essi».
E di più: siccome la psichiatria dell'Ottocento considerò la sessualità
come il modo migliore di rappresentare la mente, ecco che anche
l'individuazione del sé, dello specifico genere di essere umano che noi siamo
individualmente, viene regimentato da questa categoria nosografica e da quello
che "si vede" attraverso la sua definizione moderna. Nel saggio su L'orrore dei mostri, poi, dove la
mostruosità è data problematicamente soprattutto dal connubio di sembianze
umane e bestiali, non sono in gioco soltanto concetti scientifici e categorie
cognitive, ma anche il sottile intreccio tra fatti e valori, tra spiegazione
scientifica e valutazione morale e teologica, a mostrare il complicato
conformarsi della nostra esperienza della normatività.
Abbiamo
detto che il metodo di Davidson è ispirato all"'archeologia" di
Foucault (quella che troviamo esemplarmente applicata ne Le parole e le cose). L'oggetto
dell'analisi sono le pratiche discorsive che
sottendono l'intera configurazione della nostra conoscenza e, dunque, non le
scienze in senso stretto, bensì quei domini epistemologici che le attraversano
e le accomunano, seppur non tutte e non tutte nello stesso modo. All'interno di tali pratiche sono
individuabili le condizioni di possibilità della conoscenza stessa, le norme e
le regole che consentono di pronunciare il vero e il falso, insieme a quello
che Foucault, destinandolo a una sorta di "teratologia della conoscenza",
chiamava l"'errore disciplinato"; mostruoso, ma non per questo non
riconducibile a una coerenza e a una economia del discorso (coerenza ed
economia da non intendersi in senso strettamente logico e linguistico). Davidson è dunque interessato più agli
aspetti "kantiani" della lezione di Foucault, che non a quelli legati
al "potere" e ai suoi effetti di verità (che Foucault indagava
attraverso le sue "genealogie"), e intende fame il presupposto che
orienta lo sguardo dello storico nella sua ricerca, sulla scienza e sulla
conoscenza in generale.
Trovo
gli sforzi di Davidson interessanti e densi di prospettive; e, al di là della
sua strisciante polemica anti-analitica, un importante arricchimento dello
strumentario metodologico del filosofo analitico stesso (per esempio, laddove
si dia rilievo ai "contesti epistemologici". Vedi il Domenicale
del 9 febbraio scorso). Del resto,
sembra proprio che oggi Foucault trovi un'inconsueta accoglienza da parte della
filosofia analitica, come dimostra Hacking quando propone
l"'archeologia" come chiave indispensabile per l'ontologia (Historical Ontology, Harvard University Press, 2002) e
come sembra suggerire addirittura l'ultimo Bernard Williams (Truth and Truthfulness, Princeton
University Press, 2002), quando fa delle "genealogie" l'occasione
metodologica per far incontrare analisi concettuale e storia della filosofia.
Arnold I. Davidson, «The Emergence of Sexuality», Harward University Press, Cambridge MA 2002, pagg. 254, $ 26,50