![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 MARZO 2003 |
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Fino
allo scoppio del nazionalsocialismo, il terreno d'indagine della filosofia
sociale era ancora in gran parte determinato dai modelli interpretativi
elaborati dai, padri fondatori della sociologia tra la fine dell'Ottocento e
l'inizio del Novecento. Così nelle
diagnosi della contemporaneità (per il resto molto divergenti) figurano
sistematicamente in primo piano quegli impedimenti alla realizzazione personale
che sarebbero da collegarsi al processo di modernizzazione capitalistica: si
tratti di reificazione o di perdita del contesto sociale, di impoverimento
culturale o di aumento dell'aggressività, l'analisi presenta sempre come punto
di riferimento sociale l'unidirezionale spinta razionalizzante del
capitalismo. Con la presa del potere
dei nazionalsocialisti in Germania e con la progressiva consapevolezza del
terrore che sta dilagando in Unione Sovietica, si assiste a una profonda
trasformazione di questa analisi della contemporaneità: al centro si pone
sempre più la convergenza che pare sussistere tra dispotismo fascista e sistema
di potere stalinista. Ben presto sarà
pressoché impossibile trovare una teoria di carattere socio-filosofico che non
individui nella possibilità del totalitarismo il cuore di ogni patologia delle
società moderne. L'influenza
determinante dell'economia capitalistica finisce così sullo sfondo, mentre al
suo posto in primo piano emerge lo stato del mondo moderno nel suo complesso.
I
due libri che con maggiore intensità hanno indagato la convergenza storica tra
fascismo e stalinismo sono Dialettica dell'illuminismo di Max
Horkheimer e Theodor W. Adorno e lo studio sul totalitarismo di Hannah
Arendt, e rappresentano in maniera esemplare questo passaggio della filosofia
sociale, distinguendosi però fortemente in termini di plausibilità e di
capacità esplicativa.
Adorno
cercò per tutta la vita di rintracciare le cause del totalitarismo impostosi
nella contemporaneità, risalendo fino all'inizio della storia umana; a suo
avviso la patologia sociale che si manifesta nel sistema di potere fascista, è
talmente profonda da poter essere adeguatamente spiegata soltanto come
conseguenza di un errore evolutivo dell'intero processo di civilizzazione. Non a caso questa idea di fondo assomiglia
formalmente alla premessa dalla quale già Rousseau si era lasciato condurre
nella sua critica della cultura: anche allora il regresso allo stato di natura
era motivato dalla convinzione che lo straniamento percepito nel presente altro
non fosse che il segnale di un antico disturbo del comportamento umano. Al di là di ciò, nella rappresentazione
degli inizi della civilizzazione esistono tra i due approcci chiare
corrispondenze anche dal punto di vista metodologico. Come Rousseau non precisa se il suo schizzo dello stato di natura
sia fittizio o empirico, così Adorno lascia aperto il valore da attribuire alle
proprie digressioni sulla preistoria dell'uomo. Ma mentre per Rousseau il vizio evolutivo iniziale del processo
di civilizzazione era collegato in principio
alla comunicazione tra gli uomini, questo per Horkheimer e Adorno ha origine
nel primo atto razionale volto a disporre dei processi naturali: nello sforzo
del lavoro il soggetto sviluppa la capacità di controllare razionalmente le
proprie pulsioni naturali, mentre attraverso l'attività lavorativa l'ambiente è
ridotto a mero terreno di conquista dei fini umani.
Entrambe
le ipotesi permettono una sola interpretazione, secondo cui il processo di
civilizzazione viene ridotto, non meno che nel caso di Rousseau, a una logica
del degrado. Durante il primo atto di
dominio strumentale, con cui l'uomo impara a tener testa alla natura, si
disciplinano gli impulsi., s'impoverisce il patrimonio sensoriale e si
stabiliscono rapporti sociali di potere. Se per Rousseau il processo di degrado
culmina in uno scontro incontrollato di tutti contro tutti, per Horkheimer e
Adorno esso sfocia nel regime totalitario della contemporaneità.
La
spirale storica della progressiva reificazione raggiunge così il suo apice,
creando ail'interno della società una nuova condizione naturale in cui gli
individui, del tutto svuotati psichicamente, sono consegnati alle grandi
organizzazioni operanti secondo fini razionali, inermi di fronte a esse
esattamente come lo erano nella preistoria di fronte all'incontenibile violenza
della natura.
Ciò
che bisogna mettere in conto a questa posizione cosa concentrata sulla logica
evolutiva della ragione strumentale sono due vizi di prospettiva, che incidono
negativamente sulla diagnosi del totalitarismo.
Da
un lato restano fuori dal processo originario storico tutti quei fattori che
non abbiano una qualche relazione con il processo della razionalizzazione
tecnica. Dunque per quanto Horkheimer e
Adorno indaghino sullo sviluppo dei mass
media, per quanto si sforzino di considerare le predisposizioni del
comportamento psichico, l'analisi di questi processi viene ogni volta
ricondotta a ulteriori formulazioni del totalitarismo (alla ragione per quanto
riguarda il compito proprio della filosofia sociale, pesa ancor più il secondo
limite: poiché il regime totalitario viene visto come culmine di un processo di
razionalizzazione, i cui inizi affondano nella preistoria umana, diventa
impossibile coglierne l'anomalia. Non è
la realtà sociale del totalitarismo in sé, bensì il processo di civilizzazione
nel suo complesso a essere considerato socialmente patologico; per questa
ragione sbiadiscono anche quei passi avanti compiuti verso l'estensione delle
libertà di diritto e verso la democratizzazione delle decisioni politiche,
sullo sfondo dei quali le patologia sociali possono delinearsi in quanto errori
evolutivi storicamente situati.
Arendt
pare aver avuto davanti agli occhi esattamente questo punto debole della Dialettica dell'Illuminismo quando
elaborò la propria analisi del totalitarismo; nel suo caso infatti la nascita
del regime totalitario è concepita proprio come conseguenza di una patologia
sociale sviluppatasi solamente nelle società moderne. Arendt prende spunto
dall'idea, di derivazione antropologica, secondo la quale per loro natura i
soggetti umani hanno bisogno di essere percepiti e confermati nella sfera
pubblica. Per questa ragione per lei la
libertà individuale e la pratica pubblica sono nell'uomo con, strettamente
collegate, che solo l'esistenza di una sfera sociale nella dimensione pubblica
della politica può consentire loro di condurre una vita buona.
E'
proprio l'ideale di società derivato da questa tesi che Arendt utilizza ora
anche come metro per comprendere il regime del totalitarismo in termini di
patologia sociale. In linea di
principio ella procede in due fasi sviluppate in libri diversi: nello studio
che porta il titolo Vita activa, sostiene
che nel corso di una progressiva industrializzazione le attività tecniche della
produzione e del lavoro finiscono col predominare socialmente in maniera così
forte da rischiare di rimuovere del tutto la pratica liberatrice della
discussione e della comunicazione pubblica; ma poiché in questo modo si riduce
quella sfera di azione nella quale soltanto l'individuo può sviluppare un
rapporto di fiducia con se stesso, con il prossimo e con il mondo in generale,
la marcia trionfale della tecnica non potrà che alimentare un generale senso di
alienazione dal mondo. Sulla base di questa ipotesi evolutiva viene poi
proposta, nel secondo libro, Origini del
totalitarismo, un'interpretazione socio-filosofica del totalitarismo: gli
individui, esclusi - a causa del logoramento dello spazio pubblico - da quella
interazione generatrice di senso, e dunque ampiamente lasciati a se stessi,
trovano nei movimenti totalitari una forma di organizzazione adeguata ai loro
interessi. Queste organizzazione di massa possono però diventare stabili
soltanto se contemporaneamente sviluppano un'ideologia collettiva che orienti
fuori da sé tutta l'aggressività, concentrandola su un nemico esterno, così da
ingenerare all'interno un senso di minaccia e di responsabilità collettiva. In
questo modo nasce alla fine quel fatale, mortifero circolo vizioso, per cui i
movimenti totalitari possono restare al potere solo trasformando la loro
ideologia, passo dopo passo, in una pratica di eliminazione di massa.
Rispetto all'approccio storico filosofico di Horckeimer e Adorno, questa analisi del totalitarismo ha ambizioni modeste in termini di critica della ragione, è povera nella differenziazione psicologica e addirittura naif rispetto al funzionamento dei mass media moderni. Ma per quanto riguarda le condizioni per la nascita di un regime totalitario, per quanto riguarda la sua genesi in relazione a un'eventuale patologia sociale, la forza esplicativa della proposta di Arendt risulta decisamente maggiore: la tesi secondo cui il potere totalitario non conosce più confini nel momento in cui si assiste da una parte alla limitazione dell'agire garante delle libertà da parte dell'estendersi delle capacità tecniche; dall'altra alla disgregazione della dimensione pubblica, non solo è una tesi più visibilmente collegata ai processi storici reali rispetto a tutte le riflessioni contenute nella Dialettica dell'Illuminismo; soprattutto è una tesi che sposta lo sguardo su un'evoluzione sociale errata che doveva conservare tutta la sua scottante attualità per le società moderne anche nel momento in cui il nazionalsocialismo era stato distrutto e l'apparato stalinista aveva perso largamente i suoi tratti terroristici. Per questo non può dunque stupire se è stato dalla teoria di Arendt e non dalla Dialettica dell'Illuminismo, che la filosofia sociale ha tratto i suoi principali impulsi negli anni 50 e, 60 del Novecento.