![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 MARZO 2003 |
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Il
ricercatore inglese Dylan Evans «fruga» nei fondamenti scientifici |
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Benvenute emozioni |
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Paura,
rabbia, amore: l'uomo contro la macchina |
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«Il cuore ha le sue
ragioni che la ragione non conosce», ha scritto Blaise Pascal, per il quale
sentimento e raziocinio erano due componenti distinte e contrapposte della
natura umana. Una tesi che fu contestata di lì a poco dai philosophes
illuministi, che tanti sforzi dedicarono alla «scienza del sentimento»,
considerando quest'ultimo non un ostacolo al corretto funzionamento del
pensiero logico - come aveva pensato Aristotele, - bensì anzi un suo
indispensabile corollario. E' d'accordo con i pensatori Dylan Evans, ricercatore presso il
Dipartimento di Filosofia del King's College di Londra e autore del volume
Emozioni. La scienza del sentimento (Laterza, 204 pagine, 14, 00 euro), che
si propone di offrire una «mappa ragionata» dell'universo emotivo. Per prima
cosa Evans distingue tre classi di emozione: le emozioni fondamentali, le
emozioni specifiche di una cultura e le emozioni cognitive superiori. Le
prime sono innate e appartengono a ogni individuo della specie umana
indipendentemente dalla razza, dall'età, dal grado di alfabetizzazione.
Queste emozioni - che gli studiosi identificano per lo più con gioia, paura,
rabbia, sofferenza, sorpresa e disgusto - costituiscono una sorta di
linguaggio universale che fa dell'umanità un'unica famiglia, riconoscibile
tramite quelle espressioni facciali che, catalogate dall'antropologo Paul
Eckman negli anni Sessanta, sono risultate essere comuni a tutte le civiltà. A differenza delle emozioni fondamentali, che sono le medesime in ogni
cultura, quelle specifiche sono legate all'appartenenza alle diverse civiltà.
E' necessario, ad esempio, essere un Gururumba della Nuova Guinea per
avvertire un tipo di emozione che è definita con l'espressione «essere un
maiale selvatico»: coloro che ne sono investiti si aggirano furibondi
trafugando ogni oggetto di poco valore che si trovi alla portata delle loro
mani e aggredendo chiunque incontrino. Quanto alle emozioni cognitive superiori, si formano in un arco di tempo
più prolungato rispetto a quanto accade con le emozioni fondamentali, che
invece si manifestano rapidamente come risposta istintiva a uno stimolo; esse
assomigliano dunque più allo stato d'animo che all'emozione vera e propria. Tra queste ultime si annovera anche l'amore romantico. Il quale, precisa
Evans, non è certo un'invenzione dei poeti, ma un'emozione che, pur avendo
bisogno di maggiori «condizioni speciali» per germogliare rispetto a quelle
necessarie alle emozioni fondamentali, è presente nel 90 per cento delle
culture umane più o meno con eguali caratteristiche: forte attrazione per una
persona, stato di euforia e benessere in sua presenza, tristezza e ardente
desiderio in sua assenza. L'universalità dell'amore è dovuta al fatto che, come tutti i sentimenti,
esso è un precipitato della millenaria storia dell'evoluzione. Per quanto prosaico
ciò possa apparire, infatti, se oggi noi possiamo provare paura, gioia,
rabbia o disgusto è solo perché queste emozioni si sono rivelate utili ai
nostri progenitori nella darwiniana lotta per la sopravvivenza: se non avesse
posseduto la paura, come avrebbe fatto l'uomo primitivo a mettersi al riparo
dalle belve feroci? E se non avesse avuto la capacità di provare disgusto,
come avrebbe fatto a distinguere il cibo commestibile da quello in
putrefazione? Avevano ragione dunque gli enciclopedisti francesi che individuarono nelle
emozioni le caratteristiche peculiari dell'uomo, capaci di aggiungere alla
sua intelligenza quel qualcosa in più che lo rendeva diverso da tutti gli
altri animali. Ma sono le emozioni a distinguere l'uomo anche dalle macchine?
Nell'età della tecnica, nella quale computer sempre più complessi non solo
affiancano l'uomo nelle sue attività lavorative, ma arrivano persino a
simulare una personalità e un'esistenza del tutto autonome da quelle dei loro
creatori, un'indagine sulla natura dei sentimenti non può prescindere
dall'inquietante domanda: le macchine possono provare emozioni? Questa possibilità è un topos particolarmente caro agli autori dei film di
fantascienza: si va dal computer «Hal 9000» di 2001. Odissea nello spazio, che
prima si ribella all'equipaggio dell'astronave che controlla e poi emette
grida di dolore e di paura quando i suoi circuiti vengono disattivati, ai
mutanti di Blade Runner, angosciati nello scoprire che i loro ricordi non
sono reali ma solo il frutto degli input inseriti in una memoria di silicio
dai loro programmatori; dal robot protagonista dell'Uomo bicentenario, che
ridisegna i propri circuiti in modo da poter esperire tutta la gamma delle
emozioni umane, al robot bambino di A.I., Intelligenza Artificiale, che come
un moderno Pinocchio sogna di trasformarsi in un suo coetaneo in carne ed
ossa… A partire dai primi anni Novanta, tuttavia, la possibilità di dotare le
macchine di gioia e dolore, paura e tristezza non è solo una futuribile
utopia, bensì una delle principali linee di ricerca della computer science.
Gli apprendisti stregoni della cosiddetta «Informatica Affettiva» hanno già
ottenuto risultati notevoli, costruendo macchine capaci di adottare
comportamenti che possono essere letti come manifestazioni emotive. E' il
caso, ad esempio, del famoso robot «Kismet», elaborato dai ricercatori del
MIT: dotato di un «volto» con tanto di palpebre, occhi e labbra, «Kismet» può
esprimere tristezza, contentezza e sorpresa. Simili esperimenti hanno
infiammato il dibattito intellettuale tra filosofi, psicologi ed
epistemologi, impegnati nell'arduo compito di stabilire se il fatto che un
computer sia in grado di «comportarsi» come se esperisse delle emozioni
permetta di affermare che la macchina stia effettivamente «provando» quelle
emozioni. Per dare una risposta definitiva a questa domanda bisognerebbe
prima trovare una definizione univoca della parola «emozione», ma la maggior
parte degli studiosi sono convinti che questo non sia possibile, perché
troppo complessa è la natura di questi processi mentali. Li si può descrivere facendo ricorso ai meccanismi neurobiologici ad essi
sottesi - ad esempio spiegando in quale area del nostro cervello risieda la
nostra capacità di arrabbiarci o rattristarci, innamorarci o gioire, - oppure
identificandoli con i comportamenti che tipicamente li accompagnano; si
possono definire le emozioni in base ai loro scopi, oppure descrivendo i
sentimenti soggettivi nei quali i più romantici ne individuano l'essenza
ultima. Solo una cosa è certa, e per capirlo non c'è bisogno di una laurea in
filosofia: senza emozioni la nostra vita sarebbe miseramente vuota. |