![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 FEBBRAIO 2003 |
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Se i genitori scelgono il Dna dei
loro figli
Chi sa se c’è qualcuno in
qualche parte del mondo che sta tentando di tirare su un bambino clonato? Probabilmente
no. È troppo rischioso. Ma prima o poi i rischi dell’operazione potrebbero
divenire trascurabili. Allora si porrà il problema se sia lecito mettere al
mondo un bambino con questa procedura. Il punto è in realtà ancora un altro. Quando
questa tecnica diverrà sicura, sarà possibile anche creare un individuo con
qualche gene in più o in meno, allo scopo di dotarlo di caratteristiche
biologiche specifiche o di privarlo di altre. Tale decisione potrà essere presa
dalla collettività o lasciata alla discrezione dei genitori. Non sappiamo se
questo potrà mai accadere, ma certo si porranno allora problemi non da poco. Può
l’uomo intervenire sul proprio patrimonio genetico? E se sì, secondo quali
criteri? Nel dibattito etico sulle tecnologie genetiche di oggi e di domani si
è inserito di recente Jürgen Habermas con il libretto Il futuro della
natura umana. I rischi di una genetica liberale (Einaudi). Il nostro autore
non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi di una decisione collettiva, ma
si occupa soltanto di quella che chiama genetica, meglio sarebbe eugenetica,
liberale. Con questo termine intende quella prassi che rimette alla
discrezionalità dei genitori la decisione sulle caratteristiche genetiche che
deve avere, o non avere, il futuro individuo, comprendendo in questo discorso
anche la cosiddetta diagnosi preimpianto e la sperimentazione sulle cellule
staminali. Si tratta di un’approfondita e appassionata riflessione, anche se
definita non completamente soddisfacente e provvisoria dall’autore stesso. Questo
emerge d’altra parte piuttosto chiaramente dalla lettura del volume che
contiene quattro scritti diversi, che divengono cinque con la postfazione del
curatore Leonardo Ceppa.
La risposta di Habermas è in sostanza un netto no ad ogni domanda sulla liceità
di un intervento genetico, sia che questo sia mirato a promuovere una
determinata caratteristica biologica che a scartarne un’altra. Le sue risposte
suonano uniformemente e inappellabilmente negative, anche se mette subito da
parte, perché indecidibile, l’affermazione che l’embrione sia già una persona
umana.
Dopo aver introdotto la distinzione fra dignità della natura umana e dignità
della vita umana, Habermas propone la sua tesi sulla base di due argomenti
fondamentali. In primo luogo, le persone nate in questa maniera «non possono
più considerarsi come gli autori indivisi della loro storia di vita». In
secondo luogo, ogni intervento del genere introdurrebbe un’asimmetria
insostenibile e incolmabile fra i genitori, che decidono, e i figli, che
subiscono gli effetti di tali decisioni.
È un bel libro, denso, meditato e tutto sommato equilibrato. Rimandando ad
altra occasione una riflessione più approfondita, farò solo quattro piccole
osservazioni. Primo, nonostante tutto l’apparato filosofico dispiegato e il
richiamo «a quelle strutture comunicative del mondo-di-vita che sono finalmente
emerse in tutta chiarezza» (non mi è chiaro a chi), il nostro autore raggiunge
le stesse conclusioni che portarono più di venti anni fa gli scienziati della
vita alla decisione di astenersi da una terapia genica germinale nella nostra
specie. Secondo, l’argomentazione ricorre spesso a nozioni ben poco razionali
quali percezione , ripugnanza e resistenza emotiva . Terzo,
si ha l’impressione che si finisca per dimostrare ciò che era stato assunto in
partenza. Quarto, molte argomentazioni condurrebbero a definire illecita quasi
ogni pratica clinica avanzata. Su una cosa poi non sono assolutamente
d’accordo: l’equazione che Habermas pone fra la polarità cresciuto (naturalmente)-
prodotto (artificialmente) e quella soggettivo - oggettivo