RASSEGNA STAMPA

28 FEBBRAIO 2003
EDOARDO BONCINELLI
[

Se i genitori scelgono il Dna dei loro figli


Chi sa se c’è qualcuno in qualche parte del mondo che sta tentando di tirare su un bambino clonato? Probabilmente no. È troppo rischioso. Ma prima o poi i rischi dell’operazione potrebbero divenire trascurabili. Allora si porrà il problema se sia lecito mettere al mondo un bambino con questa procedura. Il punto è in realtà ancora un altro. Quando questa tecnica diverrà sicura, sarà possibile anche creare un individuo con qualche gene in più o in meno, allo scopo di dotarlo di caratteristiche biologiche specifiche o di privarlo di altre. Tale decisione potrà essere presa dalla collettività o lasciata alla discrezione dei genitori. Non sappiamo se questo potrà mai accadere, ma certo si porranno allora problemi non da poco. Può l’uomo intervenire sul proprio patrimonio genetico? E se sì, secondo quali criteri? Nel dibattito etico sulle tecnologie genetiche di oggi e di domani si è inserito di recente Jürgen Habermas con il libretto Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale (Einaudi). Il nostro autore non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi di una decisione collettiva, ma si occupa soltanto di quella che chiama genetica, meglio sarebbe eugenetica, liberale. Con questo termine intende quella prassi che rimette alla discrezionalità dei genitori la decisione sulle caratteristiche genetiche che deve avere, o non avere, il futuro individuo, comprendendo in questo discorso anche la cosiddetta diagnosi preimpianto e la sperimentazione sulle cellule staminali. Si tratta di un’approfondita e appassionata riflessione, anche se definita non completamente soddisfacente e provvisoria dall’autore stesso. Questo emerge d’altra parte piuttosto chiaramente dalla lettura del volume che contiene quattro scritti diversi, che divengono cinque con la postfazione del curatore Leonardo Ceppa.
La risposta di Habermas è in sostanza un netto no ad ogni domanda sulla liceità di un intervento genetico, sia che questo sia mirato a promuovere una determinata caratteristica biologica che a scartarne un’altra. Le sue risposte suonano uniformemente e inappellabilmente negative, anche se mette subito da parte, perché indecidibile, l’affermazione che l’embrione sia già una persona umana.
Dopo aver introdotto la distinzione fra dignità della natura umana e dignità della vita umana, Habermas propone la sua tesi sulla base di due argomenti fondamentali. In primo luogo, le persone nate in questa maniera «non possono più considerarsi come gli autori indivisi della loro storia di vita». In secondo luogo, ogni intervento del genere introdurrebbe un’asimmetria insostenibile e incolmabile fra i genitori, che decidono, e i figli, che subiscono gli effetti di tali decisioni.
È un bel libro, denso, meditato e tutto sommato equilibrato. Rimandando ad altra occasione una riflessione più approfondita, farò solo quattro piccole osservazioni. Primo, nonostante tutto l’apparato filosofico dispiegato e il richiamo «a quelle strutture comunicative del mondo-di-vita che sono finalmente emerse in tutta chiarezza» (non mi è chiaro a chi), il nostro autore raggiunge le stesse conclusioni che portarono più di venti anni fa gli scienziati della vita alla decisione di astenersi da una terapia genica germinale nella nostra specie. Secondo, l’argomentazione ricorre spesso a nozioni ben poco razionali quali percezione , ripugnanza e resistenza emotiva . Terzo, si ha l’impressione che si finisca per dimostrare ciò che era stato assunto in partenza. Quarto, molte argomentazioni condurrebbero a definire illecita quasi ogni pratica clinica avanzata. Su una cosa poi non sono assolutamente d’accordo: l’equazione che Habermas pone fra la polarità cresciuto (naturalmente)- prodotto (artificialmente) e quella soggettivo - oggettivo

inizio pagina
vedi anche
Bioetica