[I 90 ANNI DEL FILOSOFO
Il maestro
dell’ermeneutica
è cittadino
onorario partenopeo
e presenza
fissa nei seminari
di palazzo
Serra di Cassano
Nato a Valence il 27 febbraio 1913, Ricoeur compie domani novant’anni. Insieme con Hans-Georg Gadamer, il maestro di Heidelberg scomparso
nel 2002, rappresenta per il nuovo secolo l’eredità preziosa dell'ermeneutica
filosofica. E come Gadamer è diventato cittadino onorario napoletano, dopo una
frequentazione intensa della città, in cui ogni anno tiene i suoi seminari
all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Una data cruciale per la storia dell’ermeneutica novecentesca è costituita dal
1960, l'anno di pubblicazione del capolavoro, lungamente preparato e meditato,
di Gadamer, Verità e metodo. Il 1960 è anche l’anno di pubblicazione di
Finitudine e colpa di Ricoeur, dove diventa esplicita l'adesione dell’autore
all'orientamento ermeneutico con modalità originali, l’interpretazione del
linguaggio mitico-simbolico attraverso il quale l'uomo dice la sua esperienza
del male e della colpa.
Non solo la problematica di partenza, ma anche le ascendenze intellettuali e lo
stile filosofico di Ricoeur sono diverse da quelle di Gadamer, per il quale è
essenziale il rapporto con Heidegger e con l'eredità platonica e umanistica.
Ricoeur si riconnette esplicitamente alla tradizione francese della
"filosofia riflessiva", rinnovandolo con l'adesione alla
fenomenologia husserliana. Nella Francia del secondo dopoguerra, caratterizzato
dalle filosofie dell'esistenza, il giovane studioso formula il progetto di una
filosofia della volontà d’ispirazione fenomenologica, la cui idea nasce come
contrappunto e integrazione della Fenomenologia della percezione di
Merleau-Ponty.
Il progetto, che lo stesso filosofo giudicherà poi troppo ambizioso, doveva
consistere in tre parti. Nel decennio successivo Ricoeur prepara il passaggio
alla seconda parte della sua filosofia della volontà, che sarà esposta nei due
volumi di Finitudine e colpa. In questi dieci anni, però, si realizza un
mutamento decisivo nel clima culturale francese, dove allo spiritualismo o al
razionalismo della tradizione accademica, da una parte, e all'esistenzialismo
militante degli intellettuali impegnati come Sartre, dall'altra, si sostituisce
una crescente influenza delle scienze umane, dalla linguistica
all'antropologia, e si afferma rapidamente l'egemonia dello strutturalismo.
È a questo punto che s'inserisce la svolta linguistico-ermeneutica di Ricoeur,
nel momento in cui egli scopre che per affrontare la condizione umana nella sua
concretezza la riflessione deve passare per l'interpretazione del linguaggio in
cui l'uomo si esprime, che nel caso concreto della problematica affrontata (il
male commesso o subito) è un linguaggio mitico-simbolico. L'Empirica progettata
diventa allora una Simbolica: La simbolica del male (che è il titolo del
secondo volume di Finitudine e colpa).
Di qui la prima ermeneutica ricoeuriana, ermeneutica dei simboli e dei miti, la
cui divisa è la celebre massima (di ascendenza kantiana) "Il simboli dà a
pensare": il simbolo non è espressione dell'irrazionale, ma ha un
contenuto di pensiero che va colto e meditato.
Il simbolo rivela alla riflessione il suo altro, rivela che non ci è dato un sapere
autofondantesi, un filosofare senza presupposti, ma nello stesso tempo Ricoeur
mantiene fermo che in tale rapporto la riflessione filosofica non deve mai
abdicare al suo compito di pensare criticamente. Egli sa bene che nella cultura
contemporanea c'è chi nel simbolo e nel mito vede altra cosa che non la
rivelazione del Sacro. Qui s'inserisce l'incontro con Freud e con quelli che
Ricoeur chiama i "maestri del sospetto": Freud, Marx, Nietzsche. Sia
pure in forme diverse questi ultimi vedono nel simbolo una maschera da
strappare, dietro di esso scorgono una realtà nascosta da portare alla luce,
distruggendo le illusioni e le false certezze della coscienza.
Per affrontare la sfida la stessa fenomenologia deve accettare di trasformarsi
profondamente: diventa necessario per il pensiero che riflette e interpreta
percorrere una "via lunga" (contrapposta alla "via corta"
di Heidegger che giunge subito al livello dell'ontologia), attraversando
l'universo dei segni e delle culture nelle quali il linguaggio si radica,
passando per il confronto con le scienze umane e la loro ricerca di obiettività
e per il conflitto delle ermeneutiche rivali, nella prospettiva di una
mediazione che non diventa però mai possesso assoluto e definitivo. Alla prima
ermeneutica ricoeuriana dei simboli seguirà una seconda centrata sul testo e
una terza attorno ai problemi dell'identità, della memoria e della traduzione.
Gli sviluppi successivi arricchiranno ma non contraddiranno le fasi precedenti.
Il filosofo francese resterà sempre fedele a questo stile della via lunga e al
paziente lavoro di pensiero che esso comporta.
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