![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 FEBBRAIO 2003 |
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Nietzsche resta un
problema aperto della cultura e della coscienza contemporanea. Gli interrogativi sull'influsso che la sua opera
può aver esercitato sulla formazione della "Weltanschauung"
nazionalsocialista, sono stati sollevati da grandi spiriti: da Thomas Mann, che
nel Doktor Faustus espresse la,
dolorosa sensazione che la catastrofe della Germania fosse in qualche modo legata
all'esperienza spirituale di Nietzsche, a Benedetto Croce, che si pose il
problema del filo che connetteva Nietzsche a «quanto di torbido venne
apparendo, lungo il corso del secolo decimonono e soprattutto in questo
ventesimo, nel suo Paese e nel mondo tutto».
Emblematico, poi, il caso di Karl Loewith che, formatosi alla scuola di
Heidegger e profondamente affascinato dalla meditazione di Nietzsche, scrisse
su di lui, nel 1935, un libro importante
(Nietzsche e l'eterno ritorno); ma nella sua autobiografia (scritta nel
1940 in Giappone, dove si era rifugiato per sfuggire alle persecuzioni razziali
naziste) Loewith affermò: «Nietzsche è e rimane un compendio dell'antiragione
tedesca o dello spirito tedesco. Un abisso
lo separa dai suoi divulgatori senza scrupoli, eppure egli ha preparato loro la
strada che lui stesso non percorse». Ed
è appena il caso di ricordare l'ampio capitolo che nella Distruzione della ragione (1954) Lukacs dedicò a Nietzsche, dove
sostenne che tra il filosofo tedesco e l'ideologia nazista c'era un nesso
preciso e indissolubile. Una tesi,
questa, ripresa da Nolte poco più di una decina d'anni fa, ma all'interno di un
impianto storico completamente diverso.
In quanto "risposta" al bolscevismo, e alla sua distruzione
sociale e fisica di borghesia e contadini, il nazismo, secondo Nolte, riprese e
riattivò il pensiero di Nietzsche, anche e soprattutto nei suoi aspetti più
inquietanti: si trattò, certo, di un'utilizzazione rozza e grossolana, e
tuttavia, diceva Nolte, «senza taluni aspetti del nietzscheanesimo» il nazismo
«non sarebbe divenuto ciò che fu, più di quanto il movimento operaio sarebbe
stato ciò che è stato senza il marxismo» (Nietzsche
e il nietzscheanesimo, 1990).
Alla conferma del
rapporto Nietzsche-nazismo ha dedicato un'amplissima ricerca Domenico Losurdo
nel suo recentissimo Nietzsche, il
ribelle aristocratico. E', dunque, una lettura ideologico-politica di
Nietzsche anche quella proposta da Losurdo. Il quale è consapevole delle
difficoltà che ostano alla istituzione di un rapporto stretto e immediato fra
il pensiero del filosofo e il Terzo Reich (non foss'altro per l'ampio arco
temporale che li divide). Perciò egli
sottolinea la necessità di alcune "mediazioni": occorre accertare,
egli dice, la larga consonanza del filosofo con la reazione aristocratica della
fine dell'Ottocento, e analizzare i processi sociali, politici e ideologici che
da questo movimento di reazione conducono al nazismo; senza dimenticare mai che
a separare punto di partenza e punto di approdo sono comunque due rotture
epocali (la Prima guerra mondiale e la rivoluzione bolscevica) che hanno reso
radicalmente diversi i tempi storici in cui si collocano, da un lato, Nietzsche
e i suoi contemporanei, e, dall'altro lato, il trionfo e la disfatta del Terzo
Reich.
Detto questo, gli
aspetti del pensiero di Nietzsche sui quali Losurdo si sofferma più a lungo
sono quelli messi già in rilievo da studiosi precedenti (da Lukacs a
Nolte). C'è l'esaltazione nietzscheana
del mondo ellenico, visto non tanto nella sua espressione "classica",
quanto nei suoi esordi, nei quali il filosofo individua quell'elemento
dionisiaco, che ci spinge a cogliere l'«eterna gioia dell'esistenza». Platone costituisce già una pericolosa
deviazione da ciò, col suo dualismo tra «mondo sensibile» e «mondo delle idee»,
che preannunzia la visione giudaico-cristiana con la sua innaturale scissione
tra mondo terreno e mondo ultraterreno, e con la sua mortificazione dell'uomo
(il "peccato", la "caduta" eccetera). In questo quadro si inserisce il violento
antisemitismo di Nietzsche ( ... «gli Ebrei, i più grandi odiatori che siano
mai esistiti»). Il giudaismo è stato
infatti il presupposto e la base del cristianesimo, che ha proclamato
l'eguaglianza di tutti gli uomini in quanto creature di Dio, esprimendo con ciò
il "risentimento" dei deboli, degli inferiori, dei "paria",
cioè di tutti coloro che sono incapaci di sostenere la "tragicità"
dell'esistenza. E particolarmente, spietato
era Nietzsche verso i "malriusciti", al punto da affermare: «La legge
suprema della vita vuole che si sia senza compassione per ogni scarto e rifiuto
della vita ... E' immorale, è contro natura nel senso più profondo dire
"non uccidere"». A tutto ciò
si aggiunge, naturalmente, la critica della Rivoluzione francese, della
democrazia, del socialismo, in quanto fenomeni incardinati sul motivo
dell"'eguaglianza" e ispirati al "risentimento" di cui
sopra.
Non possiamo indugiare su questi temi, per i quali rinviamo alla dettagliatissima ricostruzione di Losurdo. Ci limitiamo qui ad alcune osservazioni. Gli scritti di Nietzsche non hanno, come è noto, struttura sistematica, bensì, per lo più, aforistica, con variazioni spesso brusche su uno stesso argomento. Cosi, per esempio, non solo l'antisemitismo di Nietzsche non fu mai razziale bensì "culturale", ma non mancano in lui pagine in cui il cosmopolitismo ebraico viene celebrato come un momento essenziale del processo di fusione dei popoli europei auspicato dal filosofo. Losurdo dà adeguato rilievo a queste discontinuità, ma le interpreta in una chiave immediatamente politica, che non sempre riesce convincente. Si resta, poi, fortemente perplessi a vedere pienamente assimilati Tocqueville e J.S. Mill a Nietzsche, sotto la categoria della «reazione aristocratica» di fine Ottocento e del rifiuto della "massificazione". Certamente Tocqueville e Mill furono critici verso la società democratica, nella quale videro gravi pericoli di conformismo, di appiattimento e addirittura di eclissi dei valori: ma la loro critica muoveva da presupposti liberali e umanistici, del tutto assenti nell'universo mentale di Nietzsche. Basti pensare all'appassionata difesa tocquevilliana di alcune libertà individuali, come la libertà di stampa e la libertà di associazione; per non parlare della difesa milliana del dissenso. Tener ferme queste distinzioni è dunque indispensabile se si vuole intendere la "provocazione" di Nietzsche nel suo carattere più proprio e inconfondibile.