RASSEGNA STAMPA

19 FEBBRAIO 2003
DONATELLA DI CESARE
[Dialogo infinito tra Derrida e Gadamer

Nessuno sopporta la vita da solo. Con questo verso di Hölderlin si è chiuso il discorso commemorativo che Jacques Derrida ha tenuto il 15 febbraio nell'aula magna dell'università di Heidelberg per ricordare Hans-Georg Gadamer scomparso un anno fa. Ma non è per nulla ovvio che sia stato proprio Derrida, l'ebreo algerino, il marrano della filosofia, il grande provocatore del pensiero francese, a commemorare Gadamer, il più famoso e autorevole filosofo tedesco degli ultimi decenni. Tanto più che i rapporti tra filosofia francese e filosofia tedesca non sono ancora oggi dei migliori, e tanto più che il decostruzionismo di Derrida e l'ermeneutica di Gadamer, le due correnti principali della filosofia continentale, pur provenendo entrambe dalla svolta filosofica di Heidegger, sembrano essersi ignorate a lungo reciprocamente. Il discorso commemorativo di Derrida ha però un titolo significativo e programmatico: Il dialogo ininterrotto: tra due infiniti, il poema.

Tra ermeneutica e decostruzionismo c'era stato un primo dialogo che sembrava essersi interrotto. Ha avuto luogo il 25 aprile del 1981 in occasione di un convegno organizzato dal Goethe-Institut di Parigi. Lo scopo era stato quello di un confronto pubblico. Partecipanti e testimoni sono stati però pressoché unanimi nel considerarlo un dialogo tra sordi. Gli atti, pubblicati tempo dopo in Francia, in Germania e negli Stati Uniti, sembrano confermarlo. La parola-chiave per definirlo è quella usata dal curatore francese Forget: un «dibattito improbabile». Eppure, quel dibattito fece epoca. L'edizione americana Dialogue and Deconstruction: The Gadamer-Derrida Encounter del 1989 contiene nuovi contributi di filosofi appartenenti a entrambi i fronti che, prolungando lo scambio ancora virtuale, tentano di interpretare quella che nel suo discorso di Heidelberg Derrida chiama «la strana cesura».

Ma di che «cesura» si tratta? Perché prolungare un dibattito già interrotto dai due protagonisti? E per di più un dibattito «improbabile»? O non si dovrebbe forse rivedere questo giudizio - è la domanda che più di ogni altra riecheggia nelle parole di Derrida - alla luce della nuova costellazione che dopo Gadamer si sta delineando nella filosofia contemporanea?

È in riferimento alla decostruzione dei testi praticata da Derrida che Gadamer a Parigi aveva pronunciato la conferenza introduttiva intitolata Testo e interpretazione. Il giorno dopo Derrida replicava con tre brevi domande e una conferenza su Nietzsche e Heidegger che non conteneva nessuna allusione all'ermeneutica. Negli anni successivi al loro incontro in diversi saggi (basti ricordare Distruzione e decostruzione, Ermeneutica e logocentrismo, Ermeneutica sulle tracce) Gadamer accoglie la sfida lanciata dal decostruzionismo e cerca di precisare la propria posizione. Mostra così di tenere in seria considerazione quel dibattito e soprattutto di stimare e apprezzare Derrida. Non a caso, oltre a Wittgenstein, indicherà in Derrida e in Celan i nomi più significativi in cui si imbatte dopo la pubblicazione di Verità e metodo. Da parte sua Derrida non si confronterà più con l'ermeneutica di Gadamer se non occasionalmente e solo per rimarcarne la differenza.

Uno dei motivi per cui il dibattito di Parigi si è prolungato fino ad oggi va ricercato forse nella fondamentale questione del comprendere su cui era centrato. Dietro lo sforzo dell'ermeneutica, volto a comprendere l'altro, Derrida scorge una «buona volontà di comprendere» che riconduce alla «volontà di potenza» di Nietzsche. E allora si pone la prima domanda: chi vuole comprendere, non vuole forse esercitare un potere sull'altro, non vuole alla fin fine dominarlo? Questo dominio, che è totalitario perché in vista di un «consenso» (ma qui il bersaglio di Derrida è piuttosto Habermas) tende a cancellare e reprimere ogni forma di individualità, ogni differenza e ogni dissidenza; perciò va smascherato, seguendo la lezione di Heidegger, come l'ultima propaggine della metafisica. La seconda domanda, a cui fa da sfondo l'integrazione problematica tra ermeneutica psicoanalitica e ermeneutica generale, ha di mira il «dialogo vivente», centrale per Gadamer. Nella terza, infine, Derrida si chiede se la condizione del comprendere, lungi dal coincidere con la disponibilità illimitata al dialogo che l'ermeneutica sollecita, non sia piuttosto «l'interruzione, la rottura (rupture) del rapporto, un certo rapporto di rottura, la sospensione di ogni mediazione».

Gadamer replica cercando di far emergere le contraddizioni intrinseche alla posizione del suo interlocutore: «Faccio fatica a comprendere le domande che mi sono state rivolte. Ma mi sforzerò come fa chiunque voglia comprendere un altro o voglia essere compreso da un altro». E aggiunge ancora: «chi apre la bocca per parlare, desidera essere compreso» - a meno che non intenda nascondere o dissimulare qualcosa. E Derrida non fa eccezione. Senza negare la possibilità della rottura, Gadamer ritiene legittimo, nel processo di comprensione, muovere dall'accordo che va formandosi nel parlare e nel comprendere, nel «dialogo vivente». Percepisce un accordo anche nel punto della «rottura», pur non facendosi illusioni sulla possibilità che Derrida lo riconosca, che si dica d'accordo con lui. Più tardi scriverà: «Chi vuole che io prenda a cuore la decostruzione, e insiste sulla differenza, non si trova alla fine, ma all'inizio di un dialogo».

È sull'accordo dunque che Gadamer pone l'accento, perché l'accordo è più originario del disaccordo e dopo il disaccordo può essere ristabilito l'accordo. Non si tratta di ottimismo alla buona. «Il linguaggio è dialogo»: è il nucleo della filosofia di Gadamer. Il famoso verso di Hölderlin, Da quando siamo un dialogo..., viene interpretato in un senso radicale. Non solo noi siamo già sempre nel dialogo e parliamo da quel flusso infinito. Di più: noi siamo dialogo. Il dialogo è l'universo ermeneutico in cui respiriamo. Il parlare è sempre parlare con gli altri, è cioè articolare la comunanza del mondo che è dato nella lingua comune. Il dialogo non è allora il luogo dello scambio di idee già formate. Piuttosto il comune pensare si sviluppa nel comune parlare. La disponibilità illimitata al dialogo è perciò motivata dalla fiducia riposta nel linguaggio e nella sua capacità di accomunare. Per ricercare un accordo occorre continuare a parlare. Ma l'accordo non è mai garantito. La comprensione non è appropriazione dell'altro. E l'ermeneutica ha mostrato che ogni comprendere è sempre anche un non-comprendere. Come non scontrarsi nei limiti di tutto quello che si vorrebbe dire, e non si riesce a dire, di tutto quello che si vorrebbe comprendere, e non si riesce a comprendere? Per questo il dialogo non può mai pienamente riuscire. Per questo il dialogo, sia quello tra un io e un tu, sia quello interiore, tra l'io e il tu dell'anima, dovrà essere infinito.

Mentre per l'ermeneutica è centrale la comunità che si costruisce nel dialogo orale, per la decostruzione è centrale la differenza, il differire, a cui rinvia la scrittura. Gadamer lo sa e sa che Derrida pone l'accento sulla rottura, sull'interruzione. Ogni parola, e tanto più quella di un testo poetico, costituisce l'esperienza-limite di un momento di rottura. Eppure ciò che è differente non cancella ciò che è comune: su questo insiste l'ermeneutica. Così il dialogo può venire interrotto. Ma l'interruzione è una sospensione che non pregiudica l'apertura infinita del dialogo e prelude già alla ripresa.

A Heidelberg, dunque, Derrida riprende da quella interruzione rievocando in modo del tutto nuovo e imprevisto il dialogo con Gadamer. «Dialogo»: la parola è testimonianza di ammirazione e affetto. Derrida, che l'ha sempre evitata, la accoglie e la ospita come una parola straniera che viene dalla lingua di un altro, dalla lingua dell'amico, dalla filosofia di Gadamer. E precisa che il dialogo ininterrotto è anzitutto un «dialogo interiore»: Derrida lascia che Gadamer parli ancora dentro di lui. Il dialogo interiore è iniziato con quella «strana interruzione» di Parigi, non un malinteso, ma «la pazienza di un'attesa indefinita, di una epoké, che trattiene il respiro, il giudizio, la conclusione». Quell'incontro non è stato un incontro mancato; al contrario è «riuscito» lasciando una traccia, una promessa per il futuro. Il segreto di quel dialogo è stata una estraneità singolare legata a una intima familiarità.

Ma ora Gadamer, l'amico, e insieme colui nel quale Derrida riconosce «l'immenso testimone», il filosofo della sua generazione, è morto. La malinconia senza tempo, già avvertita a Parigi, è ora infinitamente aggravata dalla morte. «A jamais». E questo A jamais non può non ricordare l'Adieu che Derrida ha tributato a Levinas nel 1996. La malinconia è anche questa triste certezza che un giorno la morte ci separerà, che un giorno uno dei due amici vedrà l'altro morire. «Il dialogo, per quanto virtuale possa essere, sarà per sempre amputato da un'ultima interruzione». È di fronte a questa ultima interruzione che ora Derrida si trova; la prima interruzione non ha fatto altro che precederla, anticiparla implacabilmente. Ma quest'ultima interruzione è una separazione non paragonabile ad altre: la separazione tra la vita e la morte. Cosa avverrà dopo questo sigillo che la morte ha impresso al dialogo? Il dialogo continuerà? Sarà pur sempre un dialogo interrotto?

La promessa e l'impegno trovano espressione in un verso di un altro amico che li accomuna entrambi: Paul Celan, il poeta della Shoah. Il mondo non c'è più, io debbo portarti. Il dialogo continua in colui che sopravvive e che dentro di sé lascerà una volta di più la parola all'amico scomparso e da solo si farà carico di proseguire il dialogo al di là dell'interruzione. Il tema della morte si intreccia così, nell'intenso discorso di Derrida, con il tema del dialogo, ma anche - sulle tracce di Gadamer - con quello della poesia. Fanno da sfondo qui due opere a cui Derrida continuamente si riferisce: Gedicht und Gespräch (Poesia e dialogo) che Gadamer pubblica nel 1990 e il libro precedente del 1986 dedicato a Celan Chi sono io e chi sei tu? - dove si sostiene che è la poesia il luogo del dialogo infinito, quello in cui si impara a vivere con l'altro, come l'altro dell'altro. Attraverso la poesia di Celan il dialogo continua.

Il mondo non c'è più, io debbo portarti. Per quasi un'ora Derrida, seguendo un principio ermeneutico applicato da Gadamer nel suo libro su Celan, isola l'ultimo verso della poesia Grosse, glühende Wölbung (Grande, infocata volta), tratta dal ciclo Atemwende (Svolta del respiro), e ne fa l'aforisma, il verdetto della sua commemorazione. Che cos'è la morte dell'altro? La morte dell'altro è «il mondo dopo la fine del mondo». Ogni volta in modo singolare, insostituibile, infinito, la morte non è la fine di qualcosa o di qualcuno nel mondo, ma è piuttosto, e ben di più, la fine del mondo. La morte «marca ogni volta, ogni volta sfidando l'aritmetica, la fine assoluta del solo e unico mondo», del mondo di quell'unico essere vivente che non c'è più. E chi sopravvive resta solo. È privato del mondo. «Die Welt ist fort: il mondo è fuggito, il mondo ci ha lasciato, il mondo non è più, il mondo è lontano, il mondo è perduto, [...] il mondo è deceduto». E chi resta si sente il solo a dover portare l'altro e il suo mondo.

Ma che significa portare? Che cosa significa ich muss dich tragen (io debbo portarti)? Qual è la portata, o la gravità, di questa parola? Per pensarla occorre pesarla. E Derrida avvicina qui con una figura etimologica, che contrappone quasi al Denken-Danken (pensare-ringraziare) di Heidegger, il francese penser e peser, pensare e pesare. Per pensare e pesare occorre allora portare, portare in sé e portare su di sé.

Pensare a Gadamer sembra voler dire anzitutto rivolgersi ancora una volta a lui, ancora una volta lasciarlo parlare. Derrida lo fa riprendendo l'ultimo verso che a sua volta Gadamer aveva isolato nella breve poesia di Celan Wege im Schatten-Gebräch (Passaggi nel conglomerato d'ombre). Il tema è quello della benedizione: scavando convulso estraggo la tua benedizione pietrificata. La benedizione qui non è data, ma è cercata, e sembra anzi estorta. È come se la benedizione, esercitando una pressione, cercasse di aprire una mano già richiusa su di sé e sul suo senso. Ma una benedizione - si chiede Derrida - può essere estorta, o non deve forse sempre restare «improbabile»? Improbabile ci ricorda il dibattito di Parigi, ci suggerisce una continuità e anche qualcosa di più. La benedizione è anzitutto quella del poema. È sotto il suo segno che Derrida vuole iscrivere questo momento di commemorazione. La mano benedicente che sembra aprirsi nel groviglio delle linee interrotte e delle pieghe è forse quella di Gadamer. La mano di Gadamer si confonde con quella del testo poetico. In entrambi i casi il testo della mano è destinato a sopravvivere, in un processo «infinito», ma «discontinuo», finito e infinito insieme, alla decifrazioni di tutti i lettori a venire. Proprio la sua illeggibilità è la risorsa che gli permette di benedire, di dare, di dare a pensare. Questo resto di illeggibilità è ciò che ha reso possibile l'ermeneutica e che l'ermeneutica rende possibile

È in nome dell'ermeneutica, tentando di esserle fedele, portando l'ermeneutica, per quell'alterità singolare che ha in sé, al di là di se stessa, che Derrida legge la costellazione del poema di Celan, la configurazione delle stelle in quella «grande volta infocata». In primo piano, nel paesaggio ebraico che Derrida percorre, c'è l'ariete, l'animale del sacrificio e dell'olocausto, le cui corna sono lo strumento dello shofar suonato a Rosh ha-Shana, il primo giorno dell'anno e a Yom Kippur, il giorno dell'espiazione: tra queste due date fatidiche la scrittura di Dio può portare gli uni e non portare gli altri nel libro della vita.

Quando il mondo è morto con te, io ti devo portare, te solo in me e in me solo. Non c'è più mondo che ci sostenga. Resta solo forse «l'altitudine abissale di un cielo». Rimasto solo al mondo, davanti a te, che ora dipendi da me, devo portarti e assumerti, devo assumermi la responsabilità a cui devo rispondere davanti a te e per te. Portare, verbo della nascita (una madre porta in grembo un figlio), è anche verbo della morte (si porta il lutto). È con Freud, Husserl e Heidegger, che Derrida precisa il valore di portare. «Portare non vuol dire `comportare', includere, comprendere in sé, ma portarsi verso l'inappropriabilità infinita dell'altro, incontro alla sua trascendenza assoluta dentro di me, cioè in me e fuori di me». Io devo portare l'altro ma anche l'altro deve portare me. Portare si rivela allora trasportare, tradurre. È il «violento sacrificio del passaggio al di là». Qui più che mai, in questo passaggio, alla ricerca di un orientamento nel mondo - e forse di un nuovo pensiero del mondo, dopo che il mondo non c'è più - c'è bisogno dell'altro, di portare l'altro, di essere portati dall'altro. Qui - dice Derrida - «c'è ancora bisogno di lui», di Gadamer, «là dove parla in noi e davanti a noi».

Queste parole, pronunciate con forza, suonano come «una dichiarazione e un impegno» nei confronti del maestro del dialogo a partire da quella solitudine assoluta di chi si trova solo al bordo della fine del mondo - che forse mai la filosofia ha avvertito come ora. Io ti devo portare. Questa la promessa intima, questo l'impegno segreto che tuttavia Derrida ha voluto pubblicamente offrire a Gadamer. In questo impegno di pensare l'altro, portare l'altro, rispettandone l'alterità, c'è anche e soprattutto l'impegno da parte della decostruzione di continuare il dialogo con l'ermeneutica guardando, oltre a ciò che è differente, anche a ciò che è comune.

È un impegno, quello di Derrida, verso il fondatore dell'ermeneutica filosofica, verso l'ermeneutica filosofica, verso quella che viene chiamata «filosofia continentale» e rispetto alla quale Gadamer si chiedeva: ma non è la filosofia? È un impegno allora verso la filosofia.



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