![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 FEBBRAIO 2003 |
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Lo
stesso Isaac Newton aveva studiato qui e fin dal 1755 nella cappella si trovava
la sua statua di marmo, con in mano il prisma da lui utilizzato per analizzare
la natura policromatica della luce. Lord Byron aveva studiato al Trinity, e
così Tennyson, Thackeray e Fitzgerald, e ancora lo storico Macaulay, il fisico
Rutherford e il filosofo Bertrand Russell, e anche cinque primi ministri
inglesi. E adesso, anche Ramanujan era al Trinity. Ben presto Mahalanobis lo
incontrò e i due divennero amici. La domenica mattina, dopo colazione, facevano
lunghe passeggiate, parlavano di vita, filosofia, matematica. Ripensandoci
successivamente, Mahalanobis fece risalire la nascita della loro amicizia a un
giorno dell'autunno successivo all'arrivo di Ramanujan.
Era andato a trovarlo nel suo alloggio sulla Whewell's Court, un formicaio di
stanze di pietra su tre piani costruito intorno a un quadrato d'erba, ornato da
finestre con archi a sesto acuto e interrotto a tratti dalle scalinate che
portavano alle stanze. Uno di questi portali conduceva al piccolo appartamento
di Ramanujan, al pianterreno, a pochi passi dalla corte erbosa. A Cambridge era
arrivato il freddo, e quando Mahalanobis entrò, vide Ramanujan che, con il suo
viso carnoso e butterato, sedeva rannicchiato accanto al fuoco.
Ecco l'orgoglio dell'India, l'uomo per il quale gli inglesi avevano mosso mari
e monti pur di portarlo a Cambridge. Ma gli accurati preparativi erano andati a
monte. Correva l'ignobile anno 1914 e l'Europa era entrata in guerra. I
graziosi chiostri arcuati della Nevile's Court, l'impronta immortale di Sir
Christopher Wren sul Trinity, erano diventati un ospedale da campo. A migliaia
erano già partiti per il fronte. Cambridge era deserta. E fredda. "Stai
caldo, la notte?" chiese Mahalanobis quando vide Ramanujan accanto al
fuoco. No, rispose il matematico della sempre calda Madras, dormiva con il cappotto
addosso, avvolto in uno scialle. Pensando che l'amico non avesse coperte a
sufficienza, Mahalanobis andò nella stanzetta da letto sull'altro lato del
camino venendo dal salotto.
Il copriletto era fuori posto, come se Ramanujan si fosse appena alzato. Le
coperte, però, erano assolutamente intatte e accuratamente rimboccate sotto il
materasso. Sì, Ramanujan aveva coperte a sufficienza. Il problema era che non
sapeva cosa farci. Con dolcezza e pazienza, Mahalanobis gli fece vedere come
sollevarle, farsi una piccola nicchia, scivolarci dentro... Per cinque anni,
tenuto lontano dall'India a causa della guerra, Ramanujan rimase nell'estranea,
fredda e distante Inghilterra, a costruire, con i suoi ventuno scritti
principali, un'eredità matematica duratura. In seguito sarebbe tornato a casa
in India, accolto da eroe, e lì sarebbe morto. "Srinivasa Ramanujan"
avrebbe detto in seguito di lui un inglese "era un matematico così grande
che il suo nome trascende le invidie, l'unico matematico straordinariamente grande
che l'India abbia generato negli ultimi mille anni".
Ancora oggi, settant'anni dopo la sua morte, i suoi salti intuitivi confondono
i matematici. I suoi scritti vengono ancora scandagliati per stanarne i
segreti. I suoi teoremi vengono applicati in settori difficilmente immaginabili
quando lui era in vita, come la chimica dei polimeri, l'informatica e persino
l'oncologia, come è stato proposto di recente. E sempre ricorre la fastidiosa
domanda: cosa sarebbe accaduto, se fosse stato scoperto qualche anno prima o avesse
vissuto qualche anno di più? Ramanujan era un uomo semplice. I suoi bisogni
erano semplici. E così i suoi modi, il suo carattere. Non era uno sciocco
erudito.
Era intelligente anche in ambiti estranei alla matematica, era tenace, si
impegnava duramente nel lavoro, e a suo modo aveva anche un certo fascino. Ma
sotto lo sguardo di Cambridge o, se per questo, anche sotto quello di Calcutta
o Bombay, era estremamente limitato e ingenuo. Una piccolezza come la lezione
di Mahalanobis sull'arte di mettersi sotto le coperte poteva lasciarlo
"profondamente commosso". Si sentiva umiliato dall'offesa più
insignificante.
Le sue lettere, al di là del contenuto matematico, mancano di grazia o di
acume. In questo libro mi propongo di raccontare la storia di Ramanujan, la
storia di un intelletto imperscrutabile e di un cuore semplice. E' una storia
dello scontro culturale tra l'India e l'Occidente, tra il mondo della
Sarangapani Sannidhi Street di Kumbakonam, nell'India meridionale, dove
Ramanujan era cresciuto, e il luccicante mondo di Cambridge, tra le primitive
dimostrazioni della tradizione matematica occidentale e i misteriosi poteri
intuitivi con cui Ramanujan abbagliò allo stesso modo Oriente e Occidente.
E' la storia di un uomo e della sua fede ostinata nelle proprie capacità. Ma
non è una storia che finisce con il "il genio trionferà", anche se
quello di Ramanujan, nel complesso, trionfò. Infatti mancò così poco perché gli
eventi si svolgessero diversamente, che non ci serve chissà quale immaginazione
per capire che un minimo di perseveranza o di fortuna in meno avrebbero potuto
relegarlo nell'ombra. Perciò, in un certo senso, questa è anche una storia di
sistemi sociali ed educativi, del peso che hanno e del modo in cui possono a
volte alimentare e a volte soffocare il talento.
Quanti Ramanujan, la vita ci implora di chiederci, vivono oggi in India, ignoti
e ignorati? E quanti altri in America e in Gran Bretagna, isolati in ghetti
razziali o economici, a malapena consapevoli dei mondi al di fuori del loro?
Questa è anche una storia su cosa fare del genio una volta che lo si è trovato.
Ramanujan venne condotto a Cambridge da un matematico inglese dai modi
aristocratici e dalle ineguagliabili credenziali accademiche, G.H. Hardy, cui
Ramanujan aveva scritto in cerca di aiuto. Hardy comprese che Ramanujan era un
fiore raro, di un genere inadatto a tollerare di essere metodicamente
rimpinzato di tutta la conoscenza matematica che non aveva mai acquisito in
India.
"Temevo" scrisse "che se avessi insistito eccessivamente su
questioni che Ramanujan riteneva seccanti avrei potuto annientare la sua
fiducia e spezzare l'incantesimo della sua ispirazione". Ramanujan era un
uomo cresciuto pregando divinità di pietra, che per la maggior parte della sua
esistenza chiese consiglio a una divinità domestica sostenendo che le sue
intuizioni fossero dovute a lei, un uomo i cui teoremi sarebbero stati
dimostrati al prezzo di una immane fatica intellettuale, e che comunque
avrebbero lasciato i matematici nella frustrazione per l'impossibilità anche
solo di capirci qualcosa. Perciò, questo è anche un libro su una mente
singolare e fuori dal comune, e su ciò che le sue arguzie possono lasciare
intendere in fatto di creatività, intuizione e intelligenza.