![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 FEBBRAIO 2003 |
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Chi
non è stato coinvolto, in questi giorni, in qualche appassionata discussione
pro o contro l'intervento americano in Irak? O, a partire dall'attacco dell'11
settembre, chi può dire di essersi trattenuto dal dire la sua, magari a rischio
di incrinare irrimediabilmente amicizie consolidate su come il mondo è cambiato
da quel giorno, sulle misure più adeguate per combattere il terrorismo, sullo
scontro tra civiltà, sul fondamentalismo, il ruolo dell'America nella storia,
l'esistenza o meno di complotti, cospirazioni, interessi nascosti, ecc. ecc.?
Ebbene, nel corso di queste discussioni, ci sarà sicuramente capitato di dire,
o di sentirci dire: «Questo è un fatto». Oppure, al contrario: «Questo è un giudizio
di valore». Nel primo caso avremo fatto
appello a una prova inconfutabile, definitiva, oggettiva, a favore della nostra
argomentazione. Nel secondo, invece,
avremo manifestato la sensazione di trovarci di fronte a un giudizio, magari
legittimo, ma certamente soggettivo.
Contro
questa idea - che vi siano da un lato i fatti,
che appartengono al regno dall'oggettività, e dall'altro i valori, dove domina la soggettività, e
che esista una netta distinzione tra i due versanti - si è concentrata la
riflessione di Hilary Putnam negli ultimi decenni. A partire da Ragione,
verità e storia, del 1983 (Il Saggiatore), cui sono seguiti via via La sfida
del realismo (Garzanti), Pragmatismo:
una questione aperta (Laterza), Realismo
dal volto umano (il Mulino), Rinnovare
la filosofia (Garzanti), l'oggi settantasettenne professore emerito di
Harvard è venuto affinando una visione filosofica che contrasta con il
"fisicalismo" da lui stesso sostenuto nei decenni precedenti sulla
scia di maestri del Positivismo Logico come Carnap e Reichenbach e del suo
collega ad Harvard O. W. Quine, e che si richiama invece alla tradizione dei
pragmatismo americano, quello delle origini, di Peirce, ma soprattutto di
William James e di John Dewey. Al
Realismo Metafisico del Putnam vecchia maniera si è così sostituito un realismo
con la "r" minuscola, che tiene conto dei modi mutevoli in cui
descriviamo il mondo esterno, chiamato volta a volta "realismo
interno", "realismo dal volto umano", "realismo
pragmatico".
Un
efficace esempio del suo modo di procedere è proposto nello stralcio pubblicato
qui a
fianco,
tratto da Mente, corpo, mondo, uscito
nel 1999 in edizione originale e ora tradotto
dal
Mulino. Qui Putnam, avvicinandosi alle
posizione di John McDowell e riprendendo alcune intuizioni del John Austin di
Sense and Sensibilia (1962), parla di
"realismo diretto" o "realismo naturale" e propone l'idea
di una "percezione diretta" che ci liberi dalla immagine - dominante nelle scienze cognitive
contemporanee - che interpreta i dati sensoriali come un'interfaccia cognitiva
tra mondo esterno e mente umana: che ci liberi, in altre parole, da una delle
"dicotome" che caratterizzano il Realismo Metafisico, in questo caso
quella tra mente e mondo.
Ma
tra tali dicotomie, quella tra fatti e valori è forse la più generale di tutte,
la più persistente. Ad essa Putnam
dedica il suo ultimo libro, The Collapse
of Fact/Value Dichotomy. Secondo
Quine la cultura che noi ereditiamo è una stoffa grigia. «ma di fatti e
grigia di convenzioni», ma nessuno è mai riuscito ad estrarre né un filo
completamente bianco né un filo completamente nero. Putnam aggiunge nell'intreccio i fili rossi dei valori, con
un'immagine che vale anche per le scienze della natura, dove non solo i fatti
sono "carichi di teoria", ma dove è impossibile non fare riferimento
a una serie di valori, come "coerenza", "semplicità", ma
anche "bellezza" (che fu determinante, ad esempio, per il successo
della teoria della relatività e della scoperta della struttura a doppia elica
del Dna). Neppure nella scienza, della
quale Putnam propone una versione "fallibilista", si può far
riferimento a fatti incontrovertibili validi una volta per sempre, che
corrispondono a una fantomatica immagine vera del mondo. Ma non per questo diremo che le asserzioni
scientifiche sono prive dio oggettività. Si tratta semplicemente di verità costantemente rivedibili, che posso essere
messe costantemente in discussione. Ma perché questo non dovrebbe valere anche
per la morale e per le scienze sociali?
Affermare
che vi è un mondo di fatti - quello
delle verità scientifiche - in cui si può parlare di oggettività e un mondo di
valori dove non è possibile alcuna oggettività significa
negarci
la possibilità di assegnare uno statuto cognitivo non solo alle nostre
affermazioni morale (che invece hanno quasi sempre una componente descrittiva),
ma anche buona parte delle nozioni storiche, sociologiche e psicologiche. In realtà in tutti questi campi vale la
stessa idea "fallibilista": attraverso la discussione potremo testare
la plausibilità o meno delle nostre affermazioni, assegnando loro un certo
grado di oggettività. Insomma anche sui "valori" si discute. Ed è questa la lezione che emerge
dall'accurata analisi svolta da Putnam sulle idee di Amartya K. Sen, che
proprio in questo spirito, con la sua teoria dei "funzionamenti, e delle
"capacità", ha cercato di riformare la welfare economics e la teoria della scelta razionale, anch'esse
imbrigliate nel paradigma positivista.
Chi è imprigionato nella dicotomia fatti/valori non fa che bloccare una
discussione razionale che invece è altamente auspicabile. Quando, nelle
prossime settimane, continueremo a infervorarci su questioni capitali come
guerra, pace, democrazia, tolleranza, pluralismo, forse faremo bene a ricordare
questo suggerimento di Putnam, per provare a distinguere tra le ipotesi più
stravaganti e strampalate e le posizioni sensate, basate su analisi
approfondite e giudizi ponderati. Ricordando soprattutto che, anche tra i
valori, certamente ve ne sono alcuni migliori di altri.
Hilary Putnam «The Collaps of the Fact/Value Dichotomy and Other Essays», Harvard University Press, Cambridge, Mass., 2002, pagg. 190, $ 35,00.