RASSEGNA STAMPA

13 FEBBRAIO 2003
AUGUSTO GRAZIANI
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Il rigore della logica, non solo per algoritmi

Ricorre il ventesimo anniversario della morte di Piero Sraffa e l'Accademia dei Lincei ha dedicato un convegno all'analisi del suo pensiero chiamando a dare il loro contributo tutti i suoi più illustri seguaci. Molti altri incontri si sono succeduti in questi venti anni; ma il convegno che si è svolto a Roma in questi giorni si distingue per un aspetto particolare, che è di dare spazio ad un aspetto specifico, finora mai affrontato in un dibattito pubblico e poco trattato anche da singoli studiosi: l'uso che Sraffa fece dello strumento matematico nell'elaborare le sue teorie. Nel vasto campo degli studi economici, Sraffa ammetteva una distinzione precisa, tra studi di economia applicata, necessariamente sintetici e approssimativi, e analisi teoriche per le quali egli esigeva invece il più grande rigore logico. Per molti aspetti, non si va lontani dal vero affermando che l'intera sua opera fu un grandioso lavoro di ricerca del ragionamento rigoroso e una instancabile battaglia contro le incongruenze delle teorie dominanti. Ne è prova la stessa ricerca di uno stile letterario sempre più asciutto, mirante all'essenziale, nemico dell'arricchimento e della divagazione. Al tempo stesso, resta suo messaggio implicito che, per salvaguardare il rigore della logica, non è necessario fare ricorso al linguaggio matematico: quello che occorre è la lucidità del pensiero e il controllo delle espressioni verbali. Sraffa infatti, si espresse in linguaggio verbale: la traduzione del suo pensiero in linguaggio matematico è opera degli epigoni.

Se gettiamo uno sguardo alle scuole di pensiero che oggi signoreggiano sulla scena, e ancor più all'insegnamento che viene impartito nella stragrande maggioranza delle sedi accademiche di tutto il mondo, dovremo constatare il ritorno, convinto o addirittura trionfante, dell'impostazione tradizionale della teoria economica. In un recente intervento, Giacomo Becattini parlò infatti anche di una «omologazione del pensiero economico italiano - malgrado alcune, anche importanti, ma marginali resistenze (e qui Becattini porta ad esempio l'opera di Manlio Rossi-Doria) - al filone centrale dell'economica mainstream quale si è venuta dispiegando all'estero sotto la leadership degli anglosassoni». Ma egli stesso aggiungeva subito: «Scuola di Cambridge a parte», là dove per scuola di Cambridge si intende appunto la scuola di Sraffa, scuola che, se pur minoritaria, resiste valorosamente all'omologazione dominante.

Gli economisti di oggi, trascurando gli apporti innovativi di Sraffa (come del resto anche quelli di Keynes), tornano dunque a battere le comode vie consolari della scuola neoclassica, o marginalista (quella di Marshall, di Walras, di Menger), magari rivestendo le vecchie idee di complicati algoritmi quantitativi. Non si tratta però di mera pigrizia intellettuale, bensì di adesione ad un'ideologia precisa, imbevuta di un contenuto politico, a volte ostentato, altre volte inconsapevole. I dogmi di questa visione politica, che gli autori lo sappiano o meno, ruotano intorno al problema della distribuzione del reddito, e precisamente della così detta distribuzione funzionale, o distribuzione fra classi sociali, e quindi della ripartizione del prodotto nazionale fra salari e profitti: problema che già Davide Ricardo, agli inizi del secolo XIX, considerava il cuore dell'analisi economica.

La teoria dominante sostiene che, in un mercato di concorrenza perfetta, il reddito viene distribuito secondo un principio preciso: ad ognuno una quota del prodotto sociale corrispondente al suo contributo produttivo. Si tratta di un principio già sostenuto da Ferdinando Galiani alla metà del secolo XVIII. La scuola marginalista, sviluppando lo stesso principio attraverso una costruzione analitica durata decenni, ha cercato anzitutto di individuare una misurazione precisa di quello che si può intendere per contributo produttivo; al tempo stesso ha inteso dimostrare che il mercato realizza automaticamente questo ideale di giustizia sociale; che le deviazioni da questo risultato sono causate da elementi di potere monopolistico che si insinuano nel mercato privandolo dei requisiti della concorrenza perfetta; che la distribuzione del reddito effettuata dal mercato secondo questo principio realizza anche la migliore utilizzazione delle risorse produttive, dando luogo così al più elevato benessere della collettività; e infine che ogni deviazione dal principio della distribuzione proporzionale al contributo produttivo è fonte di inefficienze nell'utilizzazione delle risorse e di una perdita di benessere collettivo.

Sraffa attaccò questa impostazione in due tempi. In un saggio giovanile del 1925, mostrò come la teoria tradizionale (qui Sraffa prendeva di mira soprattutto la formulazione di Marshall), basata sull'ipotesi della concorrenza perfetta, fosse viziata da gravi errori analitici. Il suo attacco definitivo venne molti anni dopo, con la pubblicazione nel 1960 del famoso volumetto Produzione di merci a mezzo di merci.

Qui Sraffa mostrò che anche assumendo, per ipotesi, un mercato di concorrenza perfetta, il sistema risulta perfettamente vitale ed efficiente, quale che sia la distribuzione del reddito fra le due classi dei salariati e dei capitalisti-imprenditori; e che, dunque, il problema della distribuzione del reddito è un problema che la teoria economica pura non è in grado di risolvere e che esso appartiene invece alla sfera del conflitto sociale. Quando nel 1960 il libro di Sraffa apparve, il movimento sindacale italiano lo adottò come giustificazione teorica inoppugnabile delle proprie rivendicazioni, e lo utilizzò contro le posizioni confindustriali che vedevano nell'avanzata dei lavoratori conseguenze non soltanto dannose per l'impresa, ma distruttive per l'intera economia nazionale.

La rievocazione solenne del pensiero di Sraffa, assume oggi un duplice significato. Anzitutto si tratta di mostrare alle scuole dominanti che esiste un modo diverso, e forse meno miope, di leggere i fenomeni economici; e al tempo stesso di ricordare che la scienza economica non appartiene al mondo della tecnica ma possiede la natura di scienza sociale e come tale conosce il rigore ma non una autentica neutralità. Sraffa, maestro di rigore ma anche, non dimentichiamolo, legato ad Antonio Gramsci da lunga e affettuosa amicizia, continua a ricordarcelo.

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