![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 FEBBRAIO 2003 |
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Il prezzo da pagare per il diritto
di parola
Ritrovo in Bruno tutto ciò che considero come l’esperienza filosofica per
eccellenza: eliminare il punto di vista parziale e partigiano dell’io
individuale, scoprirsi come parte cosciente e agente del Tutto, elevandosi in
tal modo ad un livello trascendente di universalità e di oggettività (...).
L’Infinito divino è inaccessibile, ma la sua presenza può essere percepita
nell’infinità della Natura, che è come l’ombra o il riflesso dell’Infinito
divino. Non si possono guardare negli occhi Apollo o il Sole, ma Diana sì
(...). Anche Faust di Goethe, all’inizio del Secondo Faust , rinuncerà a
cercare di guardare fisso il sole, ma lascerà riposare il suo sguardo
sull’arcobaleno che risplende nella cascata: «Soltanto nei colori del suo
riflesso ci è dato possedere la vita». A tale proposito, si dovrebbero evocare
le profonde analisi in cui Ordine dipana tutte le implicazioni (...) dei miti
di Narciso e di Atteone, il cacciatore dell’infinito che in qualche modo
diventa preda di ciò che sta cercando. Contemplare l’infinità della natura
invita ad una ricerca che è essa stessa a sua volta infinita. Come dice Bruno
nel De immenso «l’indagine e la ricerca non si appagheranno nel
conseguimento di una verità limitata e di un bene definito». È a giusto titolo
che Ordine colloca all’inizio del suo libro un testo di Lessing che, due
secoli dopo Bruno, sembra fargli eco: «Il valore dell’uomo non sta nella verità
che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica compiuta
per raggiungerla» (...).
È molto significativo il fatto che, nelle prime pagine de La cena de le
Ceneri , l’autore (...) denunci il cinismo della «conquista» mascherata da
«scoperta» dei moderni Tifi, dei moderni Argonauti, che hanno conquistato
l’America, mossi non dal desiderio di conoscenza ma dall’avidità del guadagno.
Essi hanno turbato la pace altrui, confiscato ad altri uomini le loro terre e
le loro ricchezze, distrutto le loro religioni e i loro costumi (...). Un
grandissimo merito di Bruno è proprio quello di essere stato uno dei rari
testimoni della sua epoca che abbia osato denunciare la pirateria dei
conquistatori.
Questa critica avanzata dal Nolano è mossa dall’ideale di conoscenza
disinteressata che lo ispira. O, più precisamente ancora, da un modello che
regola tutta la sua esistenza: quello di una vita davvero «filosofica», vale a
dire guidata esclusivamente dall’amore per la verità e per la sapienza (..):
«La sapienza e la giustizia - scrive Bruno - cominciarono ad abbandonare la
Terra allorquando i dotti, organizzati in sette, cominciarono ad usare la loro
dottrina a scopo di lucro». Qui, di nuovo, ritroviamo lo spirito dei filosofi
che si erano espressi, ad esempio, come Seneca: «Del resto, a mio parere,
nessuno rende un peggior servizio a tutti gli uomini di coloro che hanno
appreso la filosofia come un mestiere per fare quattrini e vivono in un modo
del tutto diverso da quello che vanno predicando nelle loro regole di vita». In
questo brano, Seneca esprime perfettamente ciò che implica la sua critica della
filosofia mercenaria: il filosofo vende le sue parole, senza che ciò che dice
corrisponda al suo pensiero e alla sua vita.
Il pericolo mortale per la filosofia stessa, e anche per l’umanità, è che il
discorso filosofico - che riveste un’importanza fondamentale per dare un senso
alla vita umana - divenga una merce e cessi di esprimere il pensiero oggettivo
e la vita disinteressata del filosofo, per sottomettersi a scopi politici o ad
imperativi commerciali, siano essi collettivi o individuali. Ordine evoca a
ragione queste penose tendenze della nostra epoca in cui «il sapere scientifico
ed umanistico rischiano sempre più di essere al servizio del profitto e del
mercato o al servizio di un vano esercizio di potere accademico». Ma questo
pericolo era già percepito sin dall’Antichità. Sarebbe necessario scrivere una
storia della rivendicazione di una filosofia «libera» contro una filosofia
«mercenaria», rivendicazione che si può osservare ad esempio alla fine del
Medio Evo, ma anche e a pari titolo tra l’altro in Kant, in Schopenhauer e
infine in Wittgenstein, di cui Jacques Bouveresse riassume mirabilmente il
pensiero, quando dice che ciò che conta agli occhi di Wittgenstein non è tanto
il «cumulo di conoscenze teoriche» di cui dispone il filosofo ma il «prezzo
personale che ha dovuto pagare per ciò che egli crede di poter pensare e dire».
È soltanto questo prezzo che gli dà il diritto di parola.
Questo prezzo, Bruno era cosciente di averlo pagato. Nell’ Oratio
valedictoria , egli infatti dichiara: «Faticando profittai, soffrendo feci
esperienza, vivendo esule imparai». E mentre scriveva queste righe ancora non
sapeva che, come Socrate, anch’egli avrebbe pagato con il prezzo supremo il suo
crimine di essere un filosofo libero. E Nuccio Ordine ha ragione ad insistere
fortemente sull’unità filosofica che si può osservare in Bruno tra il discorso,
il pensiero, la vita e la morte: «Non a caso il filosofo infiammato dall’amore
per la conoscenza conclude la sua esistenza, come la farfalla dei Furori ,
nella luce di un rogo».