![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 FEBBRAIO 2003 |
|
Il metodo della scienza moderna
QUANDO GALILEO DAL PERCHÉ PASSÒ AL «COME»
Nessun personaggio della storia della
scienza è stato all’origine di tante discussioni, tante interpretazioni
divergenti come Galileo Galilei (1564-1642). Il motivo di un tale dibattito
storiografico è dato dall’enorme importanza storica e dalla complessità della
sua opera, che ha chiuso un’era della storia della scienza per aprirne
un’altra. Il pensiero di Galileo, infatti, sta a cavallo tra gli ultimi guizzi
di vitalità della scienza antica e la nascita della scienza moderna, ha
distrutto la visione della natura propria dell’aristotelismo presentando la
base di una concezione alternativa, ha scalzato le antiche metodologie per
affermarne di nuove. Naturalmente il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva
essere realizzato completamente: Galileo continuò a mantenere profondi legami
con la cultura a lui precedente, nella sua mente motivi innovatori si
intrecciarono costantemente con retaggi di un passato lontano. Fu in definitiva
la più tipica figura di transizione della storia della scienza. Galileo non fu
una figura-chiave della storia della scienza soltanto per le sue teorizzazioni
e le sue osservazioni telescopiche; la sua rilevanza è data anche dall’aver
egli indicato un nuovo metodo scientifico. L’aspetto metodologico dell’opera
galileiana che ha suscitato il maggior interesse, sino a diventare un luogo
comune, è stato l’abbandono della ricerca di nature essenziali e cause ultime,
per limitarsi alla descrizione dei nessi costanti fra i fenomeni. Nelle
ricerche sulla caduta dei gravi appare con chiarezza in quale quadro culturale
si debba collocare la scelta di Galileo di passare dalla domanda «perché?» alla
domanda «come?». Questo passaggio implicava la necessità di lasciar cadere ogni
tentativo di elaborare sistemi esaustivi della realtà, cosmologie
onnicomprensive, per studiare settori delimitati, parziali dell’esperienza.
Galileo sostenne che in questo studio di dettaglio, «intensivo» della natura,
l’uomo può raggiungere una conoscenza perfetta, pari a quella divina. La
conoscenza di Dio è superiore a quella dell’uomo solo in «estensione», poiché
egli conosce tutti i dettagli della natura, l’uomo soltanto alcuni. La scoperta
delle leggi fenomeniche, delle «cause prossime», avviene in Galileo partendo
dalle osservazioni e ritornando poi alle osservazioni tramite un metodo di
«risoluzione e composizione»: se analizziamo l’esperienza, variando le
condizioni osservative al fine di isolare di essa gli aspetti rilevanti, si
arriva a formulare delle teorie generali, che vanno poi dimostrate vere o false
mediante l’esperimento. Rispetto alla tradizione dei logici dell’aristotelismo
rinascimentale, Galileo compie un passo avanti di straordinaria importanza,
richiedendo che gli elementi in cui l’esperienza viene analizzata e di cui la
teoria è tenuta a trattare possano essere definiti, almeno in linea di
principio, quantitativamente, ed espressi in termini matematici, quindi
sottoponibili a misurazioni precise. Pur ammettendo che Galileo abbia
effettivamente compiuto misurazioni di decisiva importanza, nella legge della
caduta dei gravi, è indubbio che nel complesso dei suoi scritti abbia un largo
posto l’argomentazione teorica, perché la dimostrazione razionale costituisce
essa stessa un «esperimento mentale». Come dice Salviati nel Dialogo : «Io
senza esperienze son sicuro che l’effetto seguirà come vi dico, perché è
necessario che segua». Galileo fu comunque il primo a proporsi di compiere
alcune esperienze quantitative per controllare in maniera non episodica, bensì
critica e metodica, le proprie idee, inaugurando così una nuova era per la scienza.
Ma vi è un altro motivo che spiega un’attenzione in Galileo per la
sperimentazione che pare scarsa se giudicata secondo le norme della moderna
scienza matematizzata: Galileo sa benissimo che la sua scienza costruisce un
mondo che appare in contraddizione con quello dell’esperienza familiare. Il
principio d’inerzia circolare o la legge della caduta dei gravi sono leggi che
non si riscontrano immediatamente nell’esperienza e assumendo l’esperienza in
modo acritico si arriva alla fisica di Aristotele. L’accusa che Galileo muove
ad Aristotele non è, infatti, quella di non aver tenuto conto dell’esperienza,
ma quella di essersi fidato troppo di essa e di non aver saputo criticarla per
darne una corretta interpretazione. La grandezza di Copernico, ai suoi occhi, è
consistita nel coraggio di aver sostenuto una teoria che a prima vista
contraddice l’esperienza sensibile. Il lavoro di astrazione, di analisi
dell’esperienza, consente di individuare gli aspetti determinanti della natura.
Questi aspetti, di cui tratta la teoria matematizzata, sono a loro volta entità
matematiche. In un celeberrimo passo del Saggiatore Galileo afferma la sua fede
nell’esistenza di qualità naturali primarie di tipo matematico: «La filosofia è
scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi
agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara
a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è
scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, e altre
figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente
la parola». La matematizzazione della natura operata da Galileo è stata
interpretata in vari modi. Ma tutti gli storici della scienza concordano nel
ritenere che con la faticosa elaborazione di una scienza matematizzata Galileo
ha indicato alla scienza moderna la sua via maestra.