RASSEGNA STAMPA

12 FEBBRAIO 2003
ROBERTO MAIOCCHI
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Il metodo della scienza moderna
QUANDO GALILEO DAL PERCHÉ PASSÒ AL «COME»

Nessun personaggio della storia della scienza è stato all’origine di tante discussioni, tante interpretazioni divergenti come Galileo Galilei (1564-1642). Il motivo di un tale dibattito storiografico è dato dall’enorme importanza storica e dalla complessità della sua opera, che ha chiuso un’era della storia della scienza per aprirne un’altra. Il pensiero di Galileo, infatti, sta a cavallo tra gli ultimi guizzi di vitalità della scienza antica e la nascita della scienza moderna, ha distrutto la visione della natura propria dell’aristotelismo presentando la base di una concezione alternativa, ha scalzato le antiche metodologie per affermarne di nuove. Naturalmente il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva essere realizzato completamente: Galileo continuò a mantenere profondi legami con la cultura a lui precedente, nella sua mente motivi innovatori si intrecciarono costantemente con retaggi di un passato lontano. Fu in definitiva la più tipica figura di transizione della storia della scienza. Galileo non fu una figura-chiave della storia della scienza soltanto per le sue teorizzazioni e le sue osservazioni telescopiche; la sua rilevanza è data anche dall’aver egli indicato un nuovo metodo scientifico. L’aspetto metodologico dell’opera galileiana che ha suscitato il maggior interesse, sino a diventare un luogo comune, è stato l’abbandono della ricerca di nature essenziali e cause ultime, per limitarsi alla descrizione dei nessi costanti fra i fenomeni. Nelle ricerche sulla caduta dei gravi appare con chiarezza in quale quadro culturale si debba collocare la scelta di Galileo di passare dalla domanda «perché?» alla domanda «come?». Questo passaggio implicava la necessità di lasciar cadere ogni tentativo di elaborare sistemi esaustivi della realtà, cosmologie onnicomprensive, per studiare settori delimitati, parziali dell’esperienza. Galileo sostenne che in questo studio di dettaglio, «intensivo» della natura, l’uomo può raggiungere una conoscenza perfetta, pari a quella divina. La conoscenza di Dio è superiore a quella dell’uomo solo in «estensione», poiché egli conosce tutti i dettagli della natura, l’uomo soltanto alcuni. La scoperta delle leggi fenomeniche, delle «cause prossime», avviene in Galileo partendo dalle osservazioni e ritornando poi alle osservazioni tramite un metodo di «risoluzione e composizione»: se analizziamo l’esperienza, variando le condizioni osservative al fine di isolare di essa gli aspetti rilevanti, si arriva a formulare delle teorie generali, che vanno poi dimostrate vere o false mediante l’esperimento. Rispetto alla tradizione dei logici dell’aristotelismo rinascimentale, Galileo compie un passo avanti di straordinaria importanza, richiedendo che gli elementi in cui l’esperienza viene analizzata e di cui la teoria è tenuta a trattare possano essere definiti, almeno in linea di principio, quantitativamente, ed espressi in termini matematici, quindi sottoponibili a misurazioni precise. Pur ammettendo che Galileo abbia effettivamente compiuto misurazioni di decisiva importanza, nella legge della caduta dei gravi, è indubbio che nel complesso dei suoi scritti abbia un largo posto l’argomentazione teorica, perché la dimostrazione razionale costituisce essa stessa un «esperimento mentale». Come dice Salviati nel Dialogo : «Io senza esperienze son sicuro che l’effetto seguirà come vi dico, perché è necessario che segua». Galileo fu comunque il primo a proporsi di compiere alcune esperienze quantitative per controllare in maniera non episodica, bensì critica e metodica, le proprie idee, inaugurando così una nuova era per la scienza. Ma vi è un altro motivo che spiega un’attenzione in Galileo per la sperimentazione che pare scarsa se giudicata secondo le norme della moderna scienza matematizzata: Galileo sa benissimo che la sua scienza costruisce un mondo che appare in contraddizione con quello dell’esperienza familiare. Il principio d’inerzia circolare o la legge della caduta dei gravi sono leggi che non si riscontrano immediatamente nell’esperienza e assumendo l’esperienza in modo acritico si arriva alla fisica di Aristotele. L’accusa che Galileo muove ad Aristotele non è, infatti, quella di non aver tenuto conto dell’esperienza, ma quella di essersi fidato troppo di essa e di non aver saputo criticarla per darne una corretta interpretazione. La grandezza di Copernico, ai suoi occhi, è consistita nel coraggio di aver sostenuto una teoria che a prima vista contraddice l’esperienza sensibile. Il lavoro di astrazione, di analisi dell’esperienza, consente di individuare gli aspetti determinanti della natura. Questi aspetti, di cui tratta la teoria matematizzata, sono a loro volta entità matematiche. In un celeberrimo passo del Saggiatore Galileo afferma la sua fede nell’esistenza di qualità naturali primarie di tipo matematico: «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, e altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente la parola». La matematizzazione della natura operata da Galileo è stata interpretata in vari modi. Ma tutti gli storici della scienza concordano nel ritenere che con la faticosa elaborazione di una scienza matematizzata Galileo ha indicato alla scienza moderna la sua via maestra.

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