![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 FEBBRAIO 2003 |
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Il film Matrix, diretto dai
fratelli Wachowski, è stato alla sua uscita, nel 1999, un così grande successo
che gli studios hollywoodiani hanno deciso di mettere in cantiere addirittura
due, non previste, continuazioni. Matrix 2 e 3, girati simultaneamente,
usciranno nelle sale fra giugno e novembre di quest’anno. Se è vero, come dice
il Morandini, che il film è un «pastrocchio saccente e misticheggiante», c’è da
chiedersi come si spiega il grande riscontro planetario di tre anni fa: un
consenso unanime che ha interessato anche il pubblico più esigente. Ridurre
tutto all’utilizzo di innovativi effetti speciali è certo riduttivo e
fuorviante. La ragione è forse più filosofica, nel senso pieno del termine. A confermarlo
è un articolo appena uscito nella prestigiosa rivista «Mind»: «Are you living
in a Computer Simulation?» (Vivete in una simulazione fatta al computer?).
L’idea di Matrix potrebbe essere molto più che un gioco, stando a quanto scrive
il professor Bostrom, della Yale University, autore dell’articolo: «La nostra
vita potrebbe essere per davvero una simulazione computeristica escogitata da
una popolazione post-umana, molto più avanzata della nostra che vive in quello
che noi crediamo il futuro».
Giriamo l’inquietante quesito a Giulio Giorello, il nostro maggiore filosofo
della scienza, che si mostra un po’ scettico sull’ipotesi «Matrix» chiosata da
Bostrom, ma non certo sulla valenza filosofica della fantascienza. «Ho visto e
letto molta fantascienza, e credo anch’io che questa disciplina non solo
stimoli più di altre la riflessione filosofica ma addirittura si sovrapponga in
alcuni casi ad essa».
Certo, ci sono molti esempi in questo senso. Uno per tutti è quello di Philip
K. Dick, l’autore di libri diventati dovunque dei «cult» per il fatto di
affrontare questioni apparentate con la sfera dell’epistemologia. Libri
come Do androids dream of electronic sheeps? (Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?)
affrontano senza mezzi termini il tema dell’essere, delle identità alterate,
riproducendo universi-mondo del tutto coerenti e alimentati di sistemi d’idee
del tutto autonomi. Sempre più la fantascienza diventa oggetto di riflessione
per cattedre di filosofia (avviene anche a Napoli, alla Federico II, presso la
cattedra di Giuseppe Di Costanzo che dallo scorso anno ha organizzato una serie
di seguitissimi seminari proprio sul mitico Phil K. Dick.). Ma - chiediamo
ancora a Giorello - quali sono i reali legami tra queste due sfere così
distanti, una appartenente tout court al mondo della fiction, l’altra a quella
della speculazione del pensiero?
«Si tratta in entrambi i casi di mettere in campo la nostra capacità di
esplorazione di possibilità concettuali, per verificarne la coerenza e quindi
la verosimiglianza», è la risposta. Ma qual è allora la differenza fra reale e
virtuale? «La realtà virtuale è quella che ci rende sensibili e ci permette di
giudicare i mondi possibili. Si tratta di mondi creati dalla fantasia, del
filosofo così come del programmatore. Ad un certo punto le possibilità
diventano esperibili, cioè oggetti di esperienza, e ciò che era virtuale
diventa per ciò stesso reale. Nella collana che dirigo presso Cortina,
"Scienza e idee", ho pubblicato Pierre Lévy: uno studioso che spiega
bene come la virtualità è una possibilità particolare che diventa esperibile
attraverso l’artificio di un congegno logico».
Da dove deriva il suo scetticismo? «Dal fatto che non vedo nulla di nuovo sotto
il sole. L’idea che la realtà sia un sogno era di Calderon de la Barca, e anche
di Cartesio. Così come l’esperimento mentale che porta a pensare qualcosa di
cui non può non esistere nulla di più grande, Dio o la Matrice è lo stesso,
risale per lo meno alla prova ontologica di Sant’Anselmo». Eppure, c’è qualcosa
di inquietante nei nuovi scenari, soprattutto nella possibilità che la
rivoluzione informatica si leghi alle biotecnologie? «Qui c’è un altro problema
in gioco, secondo me, concernente il rapporto dell’uomo con le scienze. Bisogna
evitare i catastrofismi alla Paul Virilio, un altro autore da me pubblicato.
Non bisogna essere né catastrofisti, né integrati; né ottimisti, né pessimisti.
Le possibilità messe in campo dalle scienze concernono le forme, non la
sostanza: alla base delle perversioni della tecnica, ad esempio la creazione
della bomba atomica, ci sono perversioni umane, molto umane».
Non pensa quindi che ci sia la possibilità che sul nostro pianeta si affacci
presto un essere post-umano, che sia quel mutamento della nostra stessa essenza
che paventa l’ultimo Habermas?
«Direi di no. Vedo nella nostra cultura e anche nelle forme più avanzate di
essa una continuità di lungo periodo. La rivoluzione informatica può farci
temere un controllo totale delle nostre vite, una sorveglianza speciale da
parte di grossi apparati. Ma, in questo senso, c’è da temere più da fenomeni
come l’eclissi dello Stato e la fine tendenziale delle forme classiche di
sovranità che non dall’avvento del computer. E poi, cosa è che in effetti
temiamo? Per caso la fine dei nostri valori morali? Perché la storia non ci
presenta forse una continua successione dei paradigmi morali che fanno da
sfondo alle nostre vite? Cosa c’è di nuovo nel nostro allarmismo?».
L’atteggiamento diffidente di Giorello ha forse a che vedere con il suo cartesianesimo:
il fatto che io stia dubitando non fa che confermare comunque la mia esistenza.
Tanto vale, dice il nostro epistemologo, impegnarsi fino in fondo in questo
nostro mondo. Su questo punto, davvero, non si può non essere d’accordo con
lui.