[L’economista
insignito del Premio Nobel nel 1998 sarà ospite oggi dell’Area Science Park
Sen: uccide più l’Aids che il terrorismo
«Sono
a favore dell’allargamento dell’Europa. Per Trieste sarà importante»
Amartya
Sen è uno dei più ascoltati economisti del mondo. Preside del Trinity College
di Cambridge, è stato docente di economia e filosofia a Harvard. Per le sue
ricerche sulla teoria della scelta sociale e sull’economia del benessere ha
ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 1998. I suoi studi hanno aperto
nuovi scenari in discipline quali l’economia dello sviluppo, il problema delle
carestie, la filosofia morale e politica, l’epistemologia, la teoria della
misurazione e la teoria delle decisioni. Si deve a Sen l’elaborazione dell’Hdi,
l’Uman Develompent Index, il coefficiente di misurazione del grado di sviluppo
che ha introdotto nuovi parametri per valutare la ricchezza reale di un Paese:
aspettativa di vita, alfabetizzazione degli adulti, distribuzione del reddito. Ha
detto di se stesso: «Sono un economista di professione, e gran parte del mio
lavoro è inevitabilmente legato alla natura dei governi e dei rapporti fra
sociale e economia. Gli aspetti sociali dell’esistenza umana». Per Sen le
libertà politiche e i diritti democratici sono elementi costitutivi dello
sviluppo. Gli studi di Sen su welfare state e povertà hanno aperto nuovi
orizzonti sullo sfondo di un dibattito sempre più incandescente sulla
globalizzazione, soprattutto dopo l’11 settembre e la guerra al terrorismo. Senza
il contributo di Sen oggi non sarebbe così diffusa l’idea di economia
sostenibile e la finanza etica.
Amartya Sen terrà una conferenza stamane a Trieste alle 11 al centro congressi
dell’Area Science Park a Padriciano su «Globalizzazione, etica e valori». I
lavori, che saranno introdotti dal presidente dell’Area Science Park, Maria
Cristina Pedicchio, inizieranno con la conferenza del prof. Dominick Salvatore,
che parlerà (ore 10) su «Globalizzazione, crescita e povertà».
Professor Sen, che cosa è la globalizzazione?
«La globalizzazione può essere definita in molti modi. Io tendo a vedere la
globalizzazione come una rete di contatti mondiali in vari campi: la
circolazione delle idee, il commercio, i movimenti delle persone, la tecnologia.
Tutto questo è globalizzazione. Ma da questo punto di vista non è un fenomeno
nuovo ma esiste da migliaia di anni e la storia del mondo è sempre stata legata
dall’interazione e dai contatti fra le persone. In senso lato la
globalizzazione non è un fenomeno nuovo. Intorno all’anno Mille la diffusione
globale delle conoscenze stava cambiando l’Europa che subì una fortissima
influenza dalla scienza cinese e dalla matematica indiana e araba. Anche questa
è globalizzazione».
I movimenti no global affermano che la globalizzazione accentua il divario fra
Paesi ricchi e poveri. È d’accordo?
«I processi di globalizzazione, anche nel passato, hanno migliorato e non
peggiorato la qualità della vita in varie le parti del mondo. La consapevolezza
diffusa che la globalizzazione possa aumentare le disuguaglianze è dovuta agli
eventi degli ultimi cinquant’anni. Il giudizio critico sulla globalizzazione
dipende dalla misura attraverso cui valutiamo questo fenomeno. Se consideriamo
i parametri legati al reddito bisogna affermare che il divario fra l’area del
benessere e i paesi poveri è aumentato. Ma se guardiamo ad altre variabili il
giudizio cambia. Sul piano sanitario la piaga dell’Aids ha certamente
peggiorato la situazione. La questione principale, oggi, è che ci troviamo di
fronte a un grandissimo divario fra paesi ricchi e paesi poveri, fra l’area del
benessere e quella della fame, della povertà, della malattia,
dell’analfabetismo. Questo livello di disuguaglianza ha dimensioni spaventose. Mai
come oggi la ricchezza è distribuita in modo così ineguale. Non sta aumentando
ma neppure diminuisce».
L’economia di mercato può alimentare le disuguaglianze?
«Non possiamo generalizzare. L’economia di mercato in teoria può migliora le
opportunità di tutti, ricchi e poveri. Ma non tutti partono sullo stesso piano.
La questione principale riguarda il fatto che milioni di persone non riescono a
trarre beneficio dall’economia di mercato perchè non esistono fattori di
sviluppo importanti come possono essere l’istruzione o la sanità. In un paese
lacerato dalla guerra, vittima di una dittatura, il mercato non può funzionare.
Inoltre esiste anche una responsabilità dei paesi ricchi che spesso impongono
restrizioni economiche alle importazioni accentuando le sofferenze. Le barriere
commerciali aggravano la povertà. Possono essere molte le ragioni per cui molti
paesi non possono trarre vantaggio dall’economia di mercato. È necessaria una
l’istruzione, la possibilità di curarsi dalle malattie, l’utilizzo
dell’agricoltura, i diritti civili, la democrazia. Esiste poi una questione
importante come la necessità di regolamentare in modo meno iniquo i brevetti. In
Africa, a causa della preclusione ai brevetti, non possono produrre le medicine
necessarie per curare malattie gravi come la malaria, l’Aids, la tubercolosi».
Il benessere non si misura solo dal prodotto interno lordo che fotografa la
crescita di un’economia ma anche dalla democrazia, dal grado di libertà di un
Paese.
«È vero che non si può misurare il benessere dalla ricchezza di un popolo. Se
in un Paese ci sono violazioni dei diritti umani e la libertà non è garantita,
e se la gente viene messa in prigione soltanto se esprime le proprie opinioni,
tutto questo non si può definire ricchezza. La democrazia non solo migliora la
qualità della vita ma consente all’economia di mercato di aumentare il tasso di
sviluppo e il reddito di un paese. E, soprattutto, queste condizioni di
sviluppo consentono di scongiurare disastri come le carestie, che sono state
una vera e propria piaga nell’Asia orientale. La libertà politica e quella di
mercato sono ambedue fondamentali: l’una aiuta l’altra».
Dopo l’11 settembre il mondo ha sempre più paura all’ombra di missili e bombe
atomiche. Viviamo nell’era del rischio ma anche l’economia vive un’epoca di
incertezza assoluta. Lei pensa che siamo alla vigilia di una nuova guerra? Bush
ha ragione a voler bombardare l’Iraq?
«Oggi viviamo un pericolo di guerra nel mondo che dipende dalla decisione
dell’amministrazione Usa di intervenire militarmente in Iraq. Ma a mio avviso
non si può collegare questa situazione all’attacco terroristico dell’11
settembre alle Twin Towers. Per quanto ne sappiamo l’Iraq non è direttamente
coinvolto. Io personalmente sono contrario all’intervento americano in Iraq
senza un mandato preciso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. È vero
che esiste un timore generalizzato del terrorismo. Tutti proviamo una
grandissima compassione per le migliaia di morti nello spaventoso attacco
dell’11 settembre, proprio perchè accaduto negli Stati Uniti. Però bisogna
anche sottolineare che in diversi paesi il terrorismo esiste da anni. Anche se
il terrorismo ha ucciso molte persone, molte di più periscono per carenze
sanitarie, per le malattie, per la fame. Anche in quel tragico 11 settembre
2001 ci sono stati nel mondo molti più morti di Aids che a causa
dell’agghiacciante attacco su New York. Questo non vuole diminuire l’importanza
della necessità di combattere il terrorismo ma dobbiamo anche lottare contro le
cause del sottosviluppo nel mondo, le privazioni, le differenze a livello
economico, sociale, medico e sanitario».
Trieste vive alla periferia integrata della Nuova Europa. Qual è il suo
giudizio sul processo di allargamento dell’Unione Europea.
«Sono molto a favore dell’allargamento dell’Europa. L’allargamento è un grande
progetto che prevede un alto livello di cooperazione politica, economica e
sociale. L’Europa nel passato ha vissuto molte guerre sanguinose e conflitti. L’allargamento
è un fatto eccezionale e credo ci saranno grandi benefici per Trieste, situata
in un luogo strategico per la Nuova Europa che nascerà».
|