RASSEGNA STAMPA

10 FEBBRAIO 2003
PIERCARLO FIUMANO'
[L’economista insignito del Premio Nobel nel 1998 sarà ospite oggi dell’Area Science Park Sen: uccide più l’Aids che il terrorismo
«Sono a favore dell’allargamento dell’Europa. Per Trieste sarà importante»
Amartya Sen è uno dei più ascoltati economisti del mondo. Preside del Trinity College di Cambridge, è stato docente di economia e filosofia a Harvard. Per le sue ricerche sulla teoria della scelta sociale e sull’economia del benessere ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 1998. I suoi studi hanno aperto nuovi scenari in discipline quali l’economia dello sviluppo, il problema delle carestie, la filosofia morale e politica, l’epistemologia, la teoria della misurazione e la teoria delle decisioni. Si deve a Sen l’elaborazione dell’Hdi, l’Uman Develompent Index, il coefficiente di misurazione del grado di sviluppo che ha introdotto nuovi parametri per valutare la ricchezza reale di un Paese: aspettativa di vita, alfabetizzazione degli adulti, distribuzione del reddito. Ha detto di se stesso: «Sono un economista di professione, e gran parte del mio lavoro è inevitabilmente legato alla natura dei governi e dei rapporti fra sociale e economia. Gli aspetti sociali dell’esistenza umana». Per Sen le libertà politiche e i diritti democratici sono elementi costitutivi dello sviluppo. Gli studi di Sen su welfare state e povertà hanno aperto nuovi orizzonti sullo sfondo di un dibattito sempre più incandescente sulla globalizzazione, soprattutto dopo l’11 settembre e la guerra al terrorismo. Senza il contributo di Sen oggi non sarebbe così diffusa l’idea di economia sostenibile e la finanza etica.
Amartya Sen terrà una conferenza stamane a Trieste alle 11 al centro congressi dell’Area Science Park a Padriciano su «Globalizzazione, etica e valori». I lavori, che saranno introdotti dal presidente dell’Area Science Park, Maria Cristina Pedicchio, inizieranno con la conferenza del prof. Dominick Salvatore, che parlerà (ore 10) su «Globalizzazione, crescita e povertà».
Professor Sen, che cosa è la globalizzazione?
«La globalizzazione può essere definita in molti modi. Io tendo a vedere la globalizzazione come una rete di contatti mondiali in vari campi: la circolazione delle idee, il commercio, i movimenti delle persone, la tecnologia. Tutto questo è globalizzazione. Ma da questo punto di vista non è un fenomeno nuovo ma esiste da migliaia di anni e la storia del mondo è sempre stata legata dall’interazione e dai contatti fra le persone. In senso lato la globalizzazione non è un fenomeno nuovo. Intorno all’anno Mille la diffusione globale delle conoscenze stava cambiando l’Europa che subì una fortissima influenza dalla scienza cinese e dalla matematica indiana e araba. Anche questa è globalizzazione».
I movimenti no global affermano che la globalizzazione accentua il divario fra Paesi ricchi e poveri. È d’accordo?
«I processi di globalizzazione, anche nel passato, hanno migliorato e non peggiorato la qualità della vita in varie le parti del mondo. La consapevolezza diffusa che la globalizzazione possa aumentare le disuguaglianze è dovuta agli eventi degli ultimi cinquant’anni. Il giudizio critico sulla globalizzazione dipende dalla misura attraverso cui valutiamo questo fenomeno. Se consideriamo i parametri legati al reddito bisogna affermare che il divario fra l’area del benessere e i paesi poveri è aumentato. Ma se guardiamo ad altre variabili il giudizio cambia. Sul piano sanitario la piaga dell’Aids ha certamente peggiorato la situazione. La questione principale, oggi, è che ci troviamo di fronte a un grandissimo divario fra paesi ricchi e paesi poveri, fra l’area del benessere e quella della fame, della povertà, della malattia, dell’analfabetismo. Questo livello di disuguaglianza ha dimensioni spaventose. Mai come oggi la ricchezza è distribuita in modo così ineguale. Non sta aumentando ma neppure diminuisce».
L’economia di mercato può alimentare le disuguaglianze?
«Non possiamo generalizzare. L’economia di mercato in teoria può migliora le opportunità di tutti, ricchi e poveri. Ma non tutti partono sullo stesso piano. La questione principale riguarda il fatto che milioni di persone non riescono a trarre beneficio dall’economia di mercato perchè non esistono fattori di sviluppo importanti come possono essere l’istruzione o la sanità. In un paese lacerato dalla guerra, vittima di una dittatura, il mercato non può funzionare. Inoltre esiste anche una responsabilità dei paesi ricchi che spesso impongono restrizioni economiche alle importazioni accentuando le sofferenze. Le barriere commerciali aggravano la povertà. Possono essere molte le ragioni per cui molti paesi non possono trarre vantaggio dall’economia di mercato. È necessaria una l’istruzione, la possibilità di curarsi dalle malattie, l’utilizzo dell’agricoltura, i diritti civili, la democrazia. Esiste poi una questione importante come la necessità di regolamentare in modo meno iniquo i brevetti. In Africa, a causa della preclusione ai brevetti, non possono produrre le medicine necessarie per curare malattie gravi come la malaria, l’Aids, la tubercolosi».
Il benessere non si misura solo dal prodotto interno lordo che fotografa la crescita di un’economia ma anche dalla democrazia, dal grado di libertà di un Paese.
«È vero che non si può misurare il benessere dalla ricchezza di un popolo. Se in un Paese ci sono violazioni dei diritti umani e la libertà non è garantita, e se la gente viene messa in prigione soltanto se esprime le proprie opinioni, tutto questo non si può definire ricchezza. La democrazia non solo migliora la qualità della vita ma consente all’economia di mercato di aumentare il tasso di sviluppo e il reddito di un paese. E, soprattutto, queste condizioni di sviluppo consentono di scongiurare disastri come le carestie, che sono state una vera e propria piaga nell’Asia orientale. La libertà politica e quella di mercato sono ambedue fondamentali: l’una aiuta l’altra».
Dopo l’11 settembre il mondo ha sempre più paura all’ombra di missili e bombe atomiche. Viviamo nell’era del rischio ma anche l’economia vive un’epoca di incertezza assoluta. Lei pensa che siamo alla vigilia di una nuova guerra? Bush ha ragione a voler bombardare l’Iraq?
«Oggi viviamo un pericolo di guerra nel mondo che dipende dalla decisione dell’amministrazione Usa di intervenire militarmente in Iraq. Ma a mio avviso non si può collegare questa situazione all’attacco terroristico dell’11 settembre alle Twin Towers. Per quanto ne sappiamo l’Iraq non è direttamente coinvolto. Io personalmente sono contrario all’intervento americano in Iraq senza un mandato preciso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. È vero che esiste un timore generalizzato del terrorismo. Tutti proviamo una grandissima compassione per le migliaia di morti nello spaventoso attacco dell’11 settembre, proprio perchè accaduto negli Stati Uniti. Però bisogna anche sottolineare che in diversi paesi il terrorismo esiste da anni. Anche se il terrorismo ha ucciso molte persone, molte di più periscono per carenze sanitarie, per le malattie, per la fame. Anche in quel tragico 11 settembre 2001 ci sono stati nel mondo molti più morti di Aids che a causa dell’agghiacciante attacco su New York. Questo non vuole diminuire l’importanza della necessità di combattere il terrorismo ma dobbiamo anche lottare contro le cause del sottosviluppo nel mondo, le privazioni, le differenze a livello economico, sociale, medico e sanitario».
Trieste vive alla periferia integrata della Nuova Europa. Qual è il suo giudizio sul processo di allargamento dell’Unione Europea.
«Sono molto a favore dell’allargamento dell’Europa. L’allargamento è un grande progetto che prevede un alto livello di cooperazione politica, economica e sociale. L’Europa nel passato ha vissuto molte guerre sanguinose e conflitti. L’allargamento è un fatto eccezionale e credo ci saranno grandi benefici per Trieste, situata in un luogo strategico per la Nuova Europa che nascerà».
 

 

 

 

 

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vedi anche
Filosofia (e) politica