![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 09 FEBBRAIO 2003 |
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Nel
centro della cittadina tedesca di Helmstedt, rimasta miracolosamente immune da
scempi edilizi, si può ammirare ancora oggi l'edificio dello studio universitario
così come lo vedeva Giordano Bruno alla fine degli anni '80 del 1500, nel
periodo della peregrinazione in Germania.
In
quell'austero cortile di pietra circondato da costruzioni massicce pare di
poter camminare e conversare col Nolano, magari delle opere da lui composte tra
Helmstedt e Wittenberg: le opere di retorica, delle quali si occupa Maurizio
Cambi in questo testo. Scopo del
filosofo, illustra Cambi, era quello di commentare ed elaborare la retorica
aristotelica, cosa che Bruno fece fondendo argomenti di Aristotele con elementi
della logica combinatoria di Lullo.
Ben lontano è Bruno dall'apprezzare il discorso sofistico che persuade a
detrimento della verità; l'atteggiamento che egli riserva alla retorica è
invece piuttosto quello di "riannodare i fili" che furono tagliati
quando le parole si separarono dalle cose. Se questo avviene in nome della
verità e per persuadere alla vera scienza e conoscenza, l'operazione retorica,
diretta a un fine buono, è anch'essa buona.
Anzi, in questo caso l'oratore ("incantator") si comporta come
il mago: entrambi, sfruttando i vincoli propri a ciascuna arte, legano a sé i
loro destinatari, piegandoli al loro potere e controllandone intenzioni e
azioni. Nel discorso retorico in
particolare il retore avvince l'uditore in un vincolo che equivale alla
fascínazione d'amore.
Ma
come arriverà l'oratore a disporre di tali "vincoli", lacci e
lacciuoli e reti, coi quali avvincere l'uditore? Diventando, da magus, venator, cacciatore. Così metaforicamente trasformato caccerà la
sua preda in una battuta venatoria, orientandosi fra i luoghi retorici in
compagnia di due cani, uno agile e svelto (l'induzione), l'altro pesante e
forte (l'entimema, o sillogismo pratico).
Munito delle reti logiche e delle catene del ragionamento, l'oratore
potrà con esse vincolare e persuadere l'uditore. I sentieri della caccia di
Bruno, spiega Cambi, seguono lo stesso tracciato dei sentieri della memoria o
meglio dell'ars memoriae, il cui
compito è aiutare a imprimere nella mente il materiale che si vuole ricordare.
La
retorica di Bruno acquista insomma, nella prospettiva dell'analisi di Cambi,
una duplice dimensione, ovvero quella della critica alla sofistica pedantesca e
ingannatrice e quella della valorizzazionedel progetto di rinnovamento del
sapere: solo perfezionando la retorica aristotelica con gli strumenti lulliani
sarebbe stato infatti possibile costruire un nuovo linguaggio adeguato a
esprimere il vero e il verisimile, nonché capace di aderire alla realtà
multiforme e sempre cangiante.
Maurizio Cambi, «La machina dei
discorso. Lullismo e retorica negli scritti latini di Giordano Bruno», Liguori,
Napoli 2002, pagg. 224, € 16,00.