![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 09 FEBBRAIO 2003 |
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«Il
genere di filosofia che desidero sostenere scriveva Bertrand Russell nel 1914 -
rappresenta lo stesso tipo di progresso di quello introdotto da Galileo nella
fisica: la sostituzione di risultati distinti in frammenti, particolareggiati e
verificatili in luogo di generalizzazioni largamente non dimostrate,
raccomandate soltanto da un certo richiamo all'immaginazione». Promuovendo questo genere di filosofia,
Russell esortava a limitare, circoscrivere ed eventualmente semplificare i
problemi: in breve, a non farsi travolgere dalla questione del contesto.
Non occorre grande profondità di visione filosofica per essere
d'accordo che «la questione (qualunque questione) è più complessa», e che
molto, moltissimo, «dipende dal contesto»; ma queste considerazioni, nella loro
ovvietà un po' vuota, possono risultare paralizzanti e non permettere alcun
passo avanti, in filosofia come nella scienza.
Difficilmente sarebbero state scoperte le leggi del moto, se i padri
della meccanica si fossero proposti di descrivere il movimento di un nuotatore,
in tutta la sua complessità e nel contesto dell'universo.
Nonostante
alcune influenti controtendenze (tra cui quella rappresentata da Wittgenstein),
la filosofia analitica del Novecento ha per lo più seguito il suggerimento di
Russell, dedicandosi allo studio di problemi circoscritti e spesso
artificiosamente semplificati. Questa
scelta ha suscitato fiumi d'ironia (fino agli immortali versi di Umberto Eco:
«Se non vuoi farti del fiele / parla sol di pere e mele») e, in altri tempi
vibrate accuse di irresponsabilità eticop-olitica e irrilevanza per i
"grandi problenù"; eppure, buona parte di ciò che oggi ci sembra di
comprendere a proposito del linguaggio, della razionalità, della scienza e di
parecchie altre cose deriva dall'aver seguito il metodo "galileiano"
sostenuto da Russell. Oggi però il
vento è cambiato: dietro la bandiera della complessità si sono schierati non
pochi fisici, biologi, filosofi e scienziati cognitivi, e anche il contesto ha
numerosi adepti, che si ritrovano ogni anno in un affollatissimo megaconvegno
(il prossimo sarà a Stanford all'inizio dell'estate).
Un'ottima
introduzione all'insieme dei temi contestualisti è il libro recentemente curato
da Carlo Penco, La svolta
contestuale. Può sembrare che fare
un libro (o un convegno) sui contesti sia un po' come fare un libro sui
postulati: il "concetto" di postulato è relativamente semplice e
chiaro, e per il resto non c'è molto in comune tra i postulati della ragion
pratica di Kant e i postulati della geometria cuclidea. Nel caso dei contesti, nel volume di cui
parliamo ci si occupa - in saggi per lo più di ottima qualità - del fatto che
un'asserzione può essere considerata giustificata in una conversazione dal
parrucchiere ma non in un'aula di tribunale (N. Vassallo), del rapporto tra un
modello scientifico astratto e la sua applicazione in un caso particolare
(M. Motterlini e F. Guala), della
dipendenza del valore semantico di una frase come «Io ho fame» dalle
circostanze in cui viene pronunciata (S.
Predelli, J. Perry),- della dipendenza della comunicazione dalla
condivisione di informazioni da parte dei partecipanti (M. Sbisà) e di varie altre cose. In tutti questi casi, una qualche proprietà
di X dipende da fattori esterni a X e compresenti a X; molto altro in comune
non mi pare
che
ci sia. E tuttavia, come mette bene in
evidenza Penco nella sua introduzione, buona parte di questi usi del concetto
di contesto sono tenuti insieme da vari fili, storici e teorici; per cui,
mentre non può esserci qualcosa come una contestologia (o meglio, c'è ma è un
discorso molto breve), è sicuramente istruttivo seguire i percorsi che hanno
motivato diversi studiosi, non indipendentemente l'uno dall'altro, a usare il
concetto nella loro ricerca.
Per
chi invece intendesse concentrarsi su uno dei campi in cui la nozione è stata
più fruttuosamente applicata, e cioè la filosofia del linguaggio e in
particolare lo studio delle espressioni indicali («io», «ora», «questo»,
«domani» eccetera), c'è il denso ma spiritoso e leggibile libretto di John Perry,
che riprende un corso tenuto a Genova due anni fa. Parlare è facile, tanto, che lo facciamo tutti ogni giorno, e in
misura probabilmente eccessiva; ma chi fosse indotto a pensare che, di
conseguenza, quel che facciamo parlando ammetta una descrizione semplice imparerà da Perry che la complessità e
la stratificazione del contenuto di una frase banale come «E' molto bella la
casa in cui abiti» è di poco inferiore a quella del nucleo dell'atomo.
Perry
fa vedere, tra l'altro, che i fattori esterni all'enunciazione - il contesto -
determinano il contenuto dell'enunciazione a tre livelli diversi. Al primo livello ("presenantico"),
il contesto determina quali parole di quale lingua costituiscono l'enunciazione. Prendete un'enunciazione della frase
«Giorgio dice che si sente benissimo»: essa esprime un'informazione diversa a
seconda che sia espressa in risposta a una domanda sulla salute di Giorgio, o
in risposta a una domanda sull'acustica di una sala da concerti. Il secondo livello ("semantico") è
quello degli indicali: «Io sono nato 30 anni fa» ha un contenuto diverso (ed è
vero o invece falso) a seconda di chi lo dice, e del momento del tempo in cui
lo dice. A questo livello, un elemento
linguistico esplicito («io», «fa») chiama in causa il contesto perché foriúsca
un contenuto. Al terzo livello
("postsmantico"), questo elemento esplicito non c'è, ma il contesto
interviene ugualmente a fissare il contenuto. Se dico «piove», normalmente
intendo «piove qui». Se però sono al
telefono con una persona lontana, e miú rivolgo agli amici che sono con me
nella stessa stanza, è probabile che intenda «piove nel luogo da cui nú stanno
parlando al telefono». Qui i fattori
esterni pertinenti sono le intenzioni di chi parla, che possono essere in parte
ricavate dalla situazione oggettiva; al livello sernantico, i fattori
pertinenti sono certi parametri della situazione oggettiva e l'immediato
contesto linguistico ("co-testo") delenunciazione; al livello
presemantico, sono forse più difficili da specificare. Comunque, non finisce qui; anzi, questo è,
solo l'ùúzio.
Carlo Penco (a cura di), «La svolta
contestuale», McGraw-Hill Italia, Míiano 2002, pagg. 278, € 22,00;
John Perry, «Contesti», traduzione di
Massimiliano Vignolo, De Ferrari, Genova 2002, pagg. 160, € 12,00.