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IN una pagina autobiografica del 1946
contenuta in Irradiazioni, Ernst Jünger scriveva che il destino di
Nietzsche è quello di essere preso a sassate: «Dopo il terremoto ci si
rivolta contro i sismografi. Però non si può far espiare ai barometri la
colpa dei tifoni senza passar per gente rozza e primitiva». Nietzsche ha
indubbiamente avvertito dapprima le turbolenze, poi la catastrofe della
propria epoca e ha suggerito alcuni antidoti per neutralizzare il carattere
onnipervasivo di un nichilistico spirito della décadence, esprimendo
con toni darwinistici il disprezzo per gli effetti della civilizzazione e
caldeggiando il vitale recupero di aspetti culturali di tipo elitario. Appare
dunque del tutto giustificata la ricostruzione della biografia intellettuale
di Nietzsche in termini di «radicalismo aristocratico» - quale emerge dal
lavoro di Losurdo -, così come sembra del tutto infondato ogni suo utilizzo
in chiave genericamente democratica, ma è altrettanto attuale e pertinente il
monito di Jünger contro disinvolte e contraddittorie imputazioni di
colpevolezza in merito alla tragedia politica europea del XX secolo. Come
scrive Figal, Nietzsche appare «inappropriato nel ruolo di filosofo
nazionalsocialista: il disprezzo per la mania di grandezza tipica del periodo
della rivoluzione industriale tedesca, l'aspra critica al nazionalismo, al
"patriottismo dogmatico", l'avversione per la malvagia stupidità
dell'antisemitismo. L'irritazione contro di lui è perciò irrazionale». Quanto
al presunto antiebraismo - come ricorda Franck -, in Al di là del bene
e del male, Nietzsche scrive che «l'Europa deve agli Ebrei il grande stile
della morale», invita a delegittimare il cristianesimo per essere più giusti
con gli Ebrei, condanna «le bassezze della persecuzione degli ebrei» e
considera gli antisemiti come canaglie appartenenti alla melma della cultura
europea. Chi si accanisce nel tentativo di delineare il profilo di Nietzsche
come emblema dell'intellettuale reazionario troverà certamente qualche
citazione che lo può confortare; tuttavia, si mancherà sempre l'obiettivo di
offrire una spiegazione unitaria, eminentemente impolitica, del nesso tra
grande salute, grande stile e grande politica, nozioni che convergono nel
configurare una esautorazione dello spirito gregario fondato su valori
reattivi, il cui abbandono appare comunque auspicabile anche in un modello
democratico-progressista. In ogni caso, a differenza di Marx e di Freud, cioè
degli altri «maestri della scuola del sospetto», l'interesse nei confronti
del pensiero di Nietzsche non sembra subire battute di arresto anzi conosce
una rinnovata attenzione che sta producendo svariate e feconde
interpretazioni. Per la complessità dei temi trattati, il libro di Figal
fallisce in parte l'obiettivo di porsi come una presentazione sintetica e
divulgativa dell'opera nietzscheana; tuttavia, contiene alcuni spunti
interpretativi di un certo interesse: in particolare, viene costantemente
individuata «la tensione tra intreccio e presa di distanza dalla vita», cioè
l'inesauribile lavoro di concetti mai elaborati astrattamente ma articolati a
partire dalla vita vissuta come un esperimento conoscitivo. Prossimità e
distanza nel porre la filosofia al servizio di una vita rielaborata nel
pensiero, la cui identità risiede nella trasfigurazione del dolore. L'altro
tema ricorrente nella lettura di Figal, a sfondo un po' genericamente
ermeneutico, è la persistenza di figure di ascendenza socratico-platoniche
che destituirebbero di fondamento l'immagine del suo pensiero come
«platonismo rovesciato»: quanto a Socrate, l'ipotesi appare plausibile in
quanto egli resta il modello di una filosofia che si presenta come
testimonianza individuale (Zarathustra in qualità di anti-Socrate), di una
saggezza che tende ma non si esaurisce nel sistema del sapere; quanto a
Platone, si avverte una certa forzatura quando si sostiene che la filosofia
degli spiriti liberi è costruita sul modello della dialettica platonica (che
peraltro è di tipo ascensionale e diffida dello strapotere dei sensi) o
quando si vuole ricondurre il programma di emancipazione del mondo dagli
ideali ascetici al modello di riconversione dell'anima al bene della
Repubblica platonica, come se la volontà di potenza fosse la mera espressione
della psyché greca. Senza esitazione, il libro di Didier Franck Nietzsche
e l'ombra di Dio, che risale al 1998 ed è stato meritoriamente tradotto da
Lithos (mentre i grandi editori trascurano anche gli altri importanti libri
del filosofo francese), va considerato come l'opera più significativa
dedicata a Nietzsche negli ultimi decenni. L'interesse dell'interpretazione
di Franck consiste nell'aver saputo mettere in perspicua relazione l'annuncio
della «morte di Dio» e il richiamo al corpo come inedita dimensione
antropologica e filosofica (altro che Platone!), tanto da poter correttamente
configurare l'esito della trasvalutazione di tutti i valori nei termini di
una «resurrezione dei corpi» in aperta concorrenza con quella promessa dalla
dottrina cristiana. In un frammento del 1885, Nietzsche scrive: «E'
essenziale muovere dal corpo, e utilizzarlo come filo conduttore. Esso è il
fenomeno molto più ricco che consente un'osservazione più precisa. Il credere
nel corpo è fondato meglio nel credere nello spirito». La credenza nel corpo
è dunque per Nietzsche un articolo di fede: finora la filosofia è stata
soltanto un'interpretazione menzognera del corpo, un suo esiziale
fraintendimento, mentre - qualora lo si assuma come filo conduttore - «si
scopre un´enorme molteplicità», «un'organizzazione sociale di molte anime». Così
Zarathustra preannuncia l'avvento del superuomo: «Ai dispregiatori del corpo
voglio dire una parola: il corpo è una grande ragione, una pluralità con un
solo senso. Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, fratello,
che tu chiami spirito, un piccolo strumento e un giocattolo della tua grande
ragione: essa non dice "io", ma fa "io"». Il corpo, la
sua capillare ragione, costituisce pertanto sia il principio metodico sia
l'ideale regolativo del pensiero nietzscheano. Attraverso un serrato
confronto con l'interpretazione heideggeriana, che vedeva in Nietzsche il
compimento di quella metafisica che aveva dimenticato l'essere a favore
dell'ente, Franck ristabilisce il significato affermativo della morte di
Dio e nega che la dottrina dell'eterno ritorno costituisca l'ultima teologia
filosofica: dopo la secolare subordinazione della volontà umana a quella
divina, che agisce per divieti e negazioni, l'uomo può finalmente dispiegare
una potenza inaudita, entro un orizzonte per il quale la tecnica si
sostituisce alla fede; il confronto di Nietzsche non avviene tanto con il Dio
di Aristotele - come vorrebbe Heidegger, che ha operato una
«decristianizzazione surrettizia della filosofia» - ma con quello della
rivelazione: «proclamare la morte di Dio non equivale ad annunciarne la
resurrezione». Così - agli occhi di Franck - «il pensiero nietzscheano, lungi
dall'essere un'ultima metafisica, è il luogo di una spiegazione con la
rivelazione» e il rovesciamento del platonismo s'inscrive nella
trasvalutazione dei valori ebraico-cristiani. Il pensiero dell'eterno
ritorno, che sta a fondamento di quella «Bibbia dell'avvenire» che è lo
Zarathustra nietzscheano, tende a «invalidare la resurrezione dei morti che
San Paolo mise a fondamento di tutta l'economia della salvezza». Ogni
resurrezione è una resurrezione dei corpi: per il cristianesimo, il corpo non
è un essere naturale che si apre al mondo ma un'apertura al Dio creatore,
allo spirito santo; la crocifissione riceve significato soltanto dalla
resurrezione di Cristo «che ci libera dal nostro passato di peccatori per
aprirci un avvenire di credenti», ma la vita eterna futura costituisce la
negazione della vita carnale presente. Quello di Nietzsche è il progetto di
un'altra incarnazione, in opposizione a quella ideata da San Paolo e dal
cristianesimo: l'annuncio della morte di Dio comporta la creazione di un
corpo superiore perché attivo e la transizione dallo spirito santo allo
spirito libero. Dopo il gesto nietzscheano che istituisce una «nuova
giustizia», nessun dio potrà ancora salvarci: la dottrina dell'eterno ritorno
viene presentata come «religione delle religioni» ma è una religione senza
dio, destinata ad «anime più libere, più gaie, più sublimi» che rivendicano
al corpo tutta la sua potenza, l'esuberanza, la sua grande ragione, e che -
sottraendosi alle lusinghe reattive del corpo celeste - dichiarano fedeltà
alla terra. Mediante la sovra-resurrezione atea auspicata da Nietzsche, il
corpo può sviluppare una prodigiosa e incoercibile pluralità di pulsioni,
affetti e prospettive, «cambiare il nostro modo di sentire», destituire la
coscienza con la sua antica funzione rassicurante di un Io identico a sé,
intensificare la forza di una volontà di potenza che è innanzitutto
conferimento di senso, esercizio del grande stile, trasformazione del caos in
forma. Dopo Nietzsche, è il corpo - e soltanto la sua carne - a filosofare.
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