![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 FEBBRAIO 2003 |
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ESISTE una scienza del sentimento?
In un piccolo libro pubblicato in italiano da Laterza (Emozioni, 14
euro) Dylan Evans dice di sì. Sfidando il pregiudizio (o la presunzione?) dei
letterati e degli psicoterapeuti. Riportando direttamente a Darwin ed
all’evoluzionismo i fondamenti di una ricerca che ci mette di fronte alle
grandi protagoniste del nostro mondo interno. A quelle intorno a cui si
articola il nostro star bene e il nostro star male. A quelle che decidono del
nostro destino molto di più di quanto non lo faccia il nostro tentativo,
continuamente incompleto, di pensare e di conoscere la realtà. Il cuore ha le
sue ragioni che la ragione non sa comprendere, diceva Pascal, e l’esperienza
conferma ogni giorno che è lui a comandare nel mondo e nella nostra vita. Anche
a livello di quelle che sembrano e non sono grandi scelte strategiche dei
gruppi che governano o credono di governare il mondo. Un mondo segnato ogni
giorno di più dall’irrazionalità di queste scelte.
Definire le emozioni
Il primo tentativo da intraprendere quando si vuol fare un discorso
scientifico sulle emozioni riguarda la loro identificazione e lo studio della
loro distribuzione. L'osservazione fondamentale cui ci troviamo di fronte
partendo da questo semplice obiettivo è la necessità di distinguere alcune emozioni
fondamentali e molto semplici (la gioia e la rabbia, la paura e il disgusto, la
sofferenza e la sorpresa) da altre emozioni, che Evans chiama cognitive
superiori, più complesse delle precedenti (l'amore e la colpa, la vergogna e
l'orgoglio, l'invidia e la gelosia), caratteristiche di fasi più evolute dello
sviluppo personale. Dire che tutte queste emozioni sono universali ed innate
significa dire che esse sono evidenti (gli antropologi lo hanno confermato
studiando i comportamenti che le esprimono) in tutti gli esseri umani, di tutte
le razze e di tutte le culture: dando un contributo fondamentale all'idea per
cui gli esseri umani appartengono tutti (dovrebbero sentire di appartenere
tutti) ad un'unica grande famiglia.
Emozioni ed evoluzione
Quando abbiamo paura, si dice, ci si rizzano i capelli in testa. Perché? Perché
al tempo in cui di capelli ne avevamo tanti, orripilare (drizzare i peli) ci
faceva sembrare più grandi e spaventava i nostri nemici. Le spalline delle
uniformi che tanto piacciono ai generali (lo ha dimostrato Krabl Eisenfeldt)
danno alle loro spalle una forma che ripete quella disegnata dalla paura e dal
tentativo di far paura al nemico nel momento dell’attacco sulle spalle degli
scimpanzé. Piangere è un modo di dimostrare la sofferenza con cui il bambino
(l’adulto) attira le cure della madre (dell’altro). La funzione svolta dal
manifestarsi delle emozioni, insomma, è sempre ben riconoscibile in termini
evolutivi (le emozioni ed il loro manifestarsi erano e sono utili alla sopravvivenza
del singolo e della specie) quando si ragiona sulle emozioni fondamentali. Al
modo in cui è immediatamente chiaro, a chi osserva, il ruolo fondamentale
svolto nello sviluppo e nel mantenimento dei sintomi interpersonali dalle
emozioni cognitive superiori. Passare dalla ricerca di gioia immediatamente
collegata al piacere dei sensi a quella più difficile e più duratura legata
alla realizzazione di un amore romantico, vivere e diventare sensibili ai
suggerimenti dell'invidia, della gelosia o del senso di colpa significa entrare
nel pieno della commedia umana. Significa vivere, avere una storia da
raccontare, disegnare se stessi e la propria identità personale. Significa,
quasi inevitabilmente, permettere agli altri di capire quello che ci succede
prima ancora che ce ne rendiamo conto noi. Renderci alternativamente
protagonisti e vittime del gioco in cui tutti siamo comunque immersi.
Emozioni e morale
Il cielo stellato sopra di me, diceva Kant, la legge morale dentro di me.
D'accordo con lui, i moderni studiosi delle emozioni insistono sull'idea per
cui le facoltà morali che la maggior parte di noi possiede e che mancano ad
alcune persone disturbate (i disturbi cosiddetti antisociali di personalità: in
carcere e fuori del carcere, nei ghetti e nell'alta finanza) «sono basate non
già su una serie di regole, come le istruzioni in un programma di computer, ma
su emozioni come la simpatia, il senso di colpa, l'orgoglio». Il che vuol dire,
in pratica, che lo sviluppo delle facoltà morali del bambino dipende dal suo
equilibrio affettivo, non dalle regole che a lui vengono insegnate. Comportarsi
in modo morale è vantaggioso, del resto, anche dal punto di vista della specie,
se alla storia dell'uomo si guarda in termini evoluzionistici. Se si riflette,
cioè, sul nesso stretto che esiste fra prevalere relativo dell'aggressività e
catastrofi che si abbattono sul genere umano.
Emozioni e felicità
Non c'è nel libro ma un pensiero che non ho potuto fare a meno di avere
leggendolo è quello del modo in cui il dilagare del consumismo nella società in
cui viviamo sta rendendo di fatto sempre più difficile il contatto con le
nostre emozioni fondamentali. Viviamo, mi pare, in un'atmosfera climatizzata in
cui non c'è più spazio per il caldo della gioia, per il freddo della paura, per
il sole delle sorprese o per la pioggia della rabbia. Diffidiamo sempre di più,
mi pare, anche di quel tipo di relazioni in cui si prendono impegni e che sono
naturalmente collegate alle emozioni cognitive superiori. Vissute come un
pericolo per il nostro equilibrio, le emozioni forti se ne stanno un po'
lontane dal quotidiano dell'uomo moderno e tendono ad invadere gli schermi
della televisione o i luoghi del suo divertimento. Vivere evitando sorprese ed
emozioni è sempre più comune anche se poi, delle emozioni abbiamo tutti
bisogno. E non è un caso forse, allora, che il manifestarsi della gioia si
colleghi sempre di più, per un numero sempre maggiore di persone, all'esultanza
del calciatore che ha fatto un goal. Al modo in cui non è un caso, forse, che
una delle coincidenze più interessanti segnalate in questi ultimi anni fra
eventi "emozionanti" ed infarto del miocardio sia la sfida ai rigori
che decide l'esito di partite finite in parità e seguite in televisione da
tanta gente. Portare le emozioni fuori di noi, su eventi non vitali, è un modo
semplice, forse, di evitare dei rischi. Cadendo in una vita grigia, però,
basata sul tentativo di non affezionarsi troppo agli altri e di non
preoccuparsi troppo del loro destino.
Il mondo, del resto, sembra sempre meno adatto a incoraggiare la speranza di
chi ha fiducia nel genere umano. Nel nostro villaggio globale, dicono le
statistiche, il 75 per cento delle persone non dispone dei beni essenziali per
una vita che noi riteniamo normale. La domanda che viene da farci a questo
punto è: si può davvero essere felici accettando una situazione in cui gli
altri, troppi altri, non possono permettersi di esserlo e noi facciamo finta di
non vederli? A rispondere di no non ci sono solo dei moralisti o dei politici
visionari. C'è, più semplicemente, quello che studia il funzionamento della
macchina che siamo. Dell'uomo, antropologicamente considerato come il risultato
di una evoluzione naturale. Dell'uomo che viene al mondo con un suo patrimonio
di emozioni e di potenzialità intellettuali. Da utilizzare e da far crescere
nel corso di tutta la vita.