RASSEGNA STAMPA

6 FEBBRAIO 2003
MARIO LAVAGETTO
[L'ombra di Freud sull'inconscio di Timpanaro
A trent'anni di distanza dalla prima edizione, esce da Bollati- Boringhieri il celebre saggio di Sebastiano Timpanaro «Il lapsus freudiano. Psicoanalisi e critica testuale»: alla luce del lungo arco di tempo trascorso, il testo conferma la sua vitalità, e si esibisce a una più puntuale messa a fuoco. Travolta dalla vena polemica contro Freud, la straordinaria competenza del filologo si espone, infatti, al rischio di deformazioni concettuali derivate da alcune inaspettate imprecisoni
Rileggere a distanza di trent'anni Il lapsus freudiano. Psicoanalisi e critica testuale di Sebastiano Timpanaro (Bollati-Boringhieri, prefazione di Fabio Stock) espone a una singolare esperienza: è come se quei trent'anni si fossero ampliati e dilatati a dismisura e il libro appare lontanissimo, nato in un tempo di cui sembrano essere state cancellate irrimediabilmente anche le tracce. Questo non toglie nulla alla vitalità del discorso di Timpanaro perché ogni libro di critica è, per sua natura, datato: risponde a problemi contingenti, a domande che hanno preso forma in un contesto preciso e si sforza di fornire risposte plausibili con i mezzi e gli strumenti di cui il singolo, in quel determinato momento storico-culturale, dispone. Se mai la lontananza può sollevare rimpianti: per una stagione in cui il clima attuale era felicemente inimmaginabile, in cui si poteva discutere con accanimento e passione difendendo fino all'estremo del paradosso, ma con generosità e senza risparmi, le proprie convinzioni. Una preziosa testimonianza di questo clima è fornita dallo splendido Carteggio su Freud tra lo stesso Timpanaro e Francesco Orlando, che la Scuola normale di Pisa ha pubblicato nel 2001 e che avrebbe meritato maggiore circolazione. E' un documento di grande interesse, ma è anche un libro appassionante e significativo sul piano teorico. A colpire soprattutto è (al di là delle differenze) quella che vorrei chiamare la qualità dello scambio: assoluta franchezza, grande trasparenza, discussione anche accanita, ma sempre tenuta sul livello più alto. In ogni caso discussione di idee senza che mai ci sia, da parte di uno dei due corrispondenti, il benché minimo cedimento, la più piccola incrinatura di una stima reciproca e molto profonda. E' una lezione di civiltà e fermezza, una esemplare prova di autentica collaborazione, fondata sulla ricerca dei punti deboli delle proprie e delle altrui convinzioni, senza ipocrisie formali e senza infingimenti, che assume - oltre al suo valore culturale - anche un valore politico in tempi che ne sono così radicalmente, così dolorosamente privi.

Alla base del libro di Timpanaro credo che si possano riconoscere con facilità due assunti: 1) l'incontro tra psicoanalisi e critica testuale, che avrebbe potuto rivelarsi estremamente proficuo, è purtroppo un incontro mancato; 2) la «pacifica coesistenza» o «addirittura la perfetta compatibilità» tra marxismo e psicoanalisi (come scriverà anni dopo Timpanaro in La fobia romana e altri scritti su Freud e Meringer) è tanto accreditata quanto poco plausibile: «Esiste ancora, certo, in Occidente qualche marxista che, pur riconoscendo la grandezza di Freud e respingendo gli stolti e calunniosi attacchi stalinisti contro la psicoanalisi, tuttavia non è freudiano. Ma siamo in pochi». Per quanto mi riguarda sono convinto che quell'incontro avrebbe potuto rivelarsi cruciale e sono anche convinto che la ricerca forzata di «compatibilità» tra Marx e Freud abbia prodotto spesso distorsioni e semplificazioni insostenibili.

Timpanaro che, con una punta di civetteria, si definisce «un oscuro medico condotto della critica testuale» (era in realtà un grandissimo clinico) sembra avere individuato nella Psicopatologia della vita quotidiana una sorta di avamposto, conquistato il quale sarebbe stato possibile mettere in crisi - per linee interne e conformandosi forse ai suggerimenti di Gramsci sulla «guerra di posizione» - l'intero sistema della psicoanalisi. Putroppo si ha molto spesso la sensazione che le intenzioni polemiche abbiano finito per prendergli la mano e per compromettere anche i benefici di quell'«incontro» che nessuno, come lui, sembrava autorizzato a promuovere.

L'attacco è frontale, condotto con il dispiegamento di mezzi che la formidabile competenza filologica di Timpanaro e la sua ammirevole chiarezza espositiva gli permettevano. Vengono esaminati due lapsus, a ognuno dei quali Freud dedica un intero «capitoletto» proprio all'inizio della Psicopatologia della vita quotidiana, «prima che la trattazione si frantumi in una gran quantità di esempi, discussi spesso molto brevemente e inframmezzati da considerazioni metodologiche».

Mi limiterò a tornare sul primo e, per chiarezza, lascerò che sia Timpanaro a riassumere:

«Un giovane ebreo austriaco, col quale Freud attacca conversazione in viaggio, si lagna della condizione di inferiorità in cui sono tenuti gli ebrei in Austria-Ungheria: la sua generazione, egli dice, è `destinata ad atrofizzarsi, non potendo sviluppare i suoi talenti né soddisfare i suoi bisogni'. Si accalora nel parlare di questo problema e vuol concludere il suo `discorso appassionato' (così con una punta di bonaria ironia lo chiama Freud) col verso che Virgilio fa pronunciare a Didone abbandonata da Enea e prossima al suicidio: Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor (E sorgi, vendicatore, dalle mie ossa, Eneide, IV, 625). Ma la memoria gli fa difetto, ed egli riesce soltanto a dire Exoriare ex nostris ossibus ultor: cioè omette aliquis e inverte le parole nostris ex.»

Per prima cosa Timpanaro, con la inattaccabile competenza di critica testuale che gli è propria, fornisce una spiegazione «pedestre (ma vera)» di quella citazione lacunosa. Riassumere in poche righe la sua dimostrazione (così ricca di esempi, elegante e articolata) risulta del tutto impossibile. Il verso, dice, è contraddistinto da una forte singolarità che il compagno di viaggio di Freud - tagliandolo - banalizza e rende più conforme alle aspettative: l'eliminazione di aliquis mette a disposizione «una frase perfettamente trasponibile in lingua tedesca, senza forzature», eliminando l'ostacolo costituito dall'espressione Exoriare aliquis che sta (spiegano i filologi) per Exoriatur aliquis. Dunque nessuna difficoltà: decine di esempi (addotti puntualmente da Timpanaro) dimostrano che fenomeni analoghi sono all'ordine del giorno tanto nel lavoro dei copisti, quanto nelle citazioni a memoria.

Freud, viceversa, partendo da aliquis e invitando il suo compagno ad abbandonarsi al libero gioco delle associazioni riconduce, attraverso una serie di passaggi acrobatici e tortuosi, quella dimenticanza a un timore che assillava in quei giorni il giovane ebreo, quello di non avere preso sufficienti precauzioni durante un rapporto sessuale e quindi di essere in procinto di divenire padre. Spiegazione, sostiene Timpanaro, pretestuosa e arbitraria perché, se teniamo conto della suggestione fortissima a cui il giovane viene esposto dal suo autorevole interlocutore, a quel «punto di arrivo» si sarebbe potuto giungere «da qualsiasi punto di partenza»: sia che la dimenticanza avesse cancellato exoriare, sia che avesse cancellato nostris. Sta di fatto, aveva replicato subito Francesco Orlando leggendo il dattiloscritto, che, se non si sostiene (e Timpanaro non lo fa) che Freud si è inventato tutto, il giovane ebreo ha dimenticato proprio aliquis e non una della altre parole che Timpanaro suppone abbia dimenticato. Parlare allora di «controprove» appare almeno azzardato.

Non mi stupirei se qualcuno ritenesse più persuasiva e più economica la spiegazione fornita da Timpanaro, e se, di volta in volta, leggendo attentamente il libro di Freud, trovasse alcune spiegazioni più o meno convincenti, talvolta spericolate o, in ogni caso, non irreprensibili: quel che è certo è che non troverebbe da nessuna parte l'affermazione che alle origini del lapsus c'è sempre un processo di rimozione. Credo in ogni caso che il nocciolo del libro, come dirò tra poco, non ne verrebbe scalfito. A stupirmi è piuttosto la frequenza con cui Timpanaro cede alla tentazione di ampliare il fronte del conflitto.

Mi limiterò a un paio di esempi. Quando Timpanaro sostiene che nelle «Lezioni del 1915-16» Freud insiste su quelli che in critica testuale si chiamano «'errori polari', consistenti, cioè, nell'esatto opposto di quella che sarebbe stata la parola giusta», perché sarebbero i più adatti a confermare la teoria psicoanalitica, fa un'affermazione che potrebbe anche essere condivisa, o accettata con riserva, fino a quando non aggiunge: in tal caso «l'Es si vendicherebbe dell'insincerità dell'Io, portando in luce pensieri e sentimenti opposti a quelli che volevamo esternare». A questo punto chi pensa che anche Freud abbia (come ogni altro autore) «diritto alla filologia», non può non rilevare che di Es Freud comincerà a parlare solo alcuni anni più tardi e che nel passo a cui rimanda Timpanaro non se ne trova traccia. La deformazione concettuale è palese e non priva di conseguenze.

L'altro esempio, alla luce di quel «diritto», è anche più imbarazzante. A un certo punto del suo discorso Timpanaro afferma che Freud, per superare la «distinzione-contrapposizione fra elemento `tipico' ed elemento `storico'», fa ricorso, nelle Lezioni, «alla nozione di inconscio collettivo», che «poi svilupperà in altre opere». Questo Freud improvvisamente junghiano non può non sorprendere tanto più che il passo a cui Timpanaro rimanda non fornisce conferme: «Se i sintomi individuali dipendono in forma così inconfondibile dall'esperienza del malato, resta possibile che i sintomi tipici risalgano a un'esperienza che è tipica in sé; comune a tutti gli uomini». Né si riesce a immaginare in quali altre opere Freud avrebbe ripreso e sviluppato quella nozione, se è vero che di «inconscio collettivo» parla una sola volta, e in modo equivoco, molti anni più tardi quando scrive L'uomo Mosè e la religione monoteistica: «non credo che otteniamo qualcosa introducendo il concetto di inconscio `collettivo'. Il contenuto dell'inconscio è già comunque collettivo, patrimonio universale dell'umanità».

Passaggio indubbiamente problematico e ambiguo, ma non tale in ogni caso da suffragare quanto Timpanaro scrive, in fase di conclusioni, vale a dire che nell'ultimo Freud il concetto di inconscio «diviene - man mano che prende forma la nozione di inconscio collettivo - il depositario di una sapienza arcana, qualcosa di non troppo dissimile dal trascendentale kantiano rivissuto attraverso Schopenhauer e Eduard von Hartmann». E poche pagine dopo: «nello svolgimento del pensiero di Freud assistiamo a una sempre maggiore `personalizzazione' dell'inconscio, che finisce per diventare una specie di seconda personalità di ciascuno di noi. Immune dalle insincerità e dagli autoinganni dell'Io cosciente, partecipe, per di più, di quell'inconscio collettivo che, come abbiamo detto, viene quasi a identificarsi con un apriori kantiano-schopenhaueriano». Non è davvero facile (una volta accantonati i pregiudizi) riconoscere Freud in simili affermazioni.

L'ampliamento progressivo della polemica, a cui con ogni probabilità Timpanaro - come risulta dalle lettere a Orlando - arrivò in modo almeno in parte preterintenzionale, espone così a rischi molto elevati: talvolta porta Timpanaro ad identificare con grande acutezza punti deboli o insoddisfacenti della teoria psicoanalitica, ma in altre occasioni finisce per sollevare perplessità, come quando - con qualche imbarazzo - vengono accettate alleanze scomode per un marxista, come quella con Popper e con una versione dogmatica del falsificazionismo attraverso cui non solo Marx, ma persino un newtoniano (se diamo retta a Imre Lakatos) avrebbe faticato a passare.

Tornando al lapsus, le critiche, anche fondate e plausibili che Timpanaro rivolge ai tentativi di spiegazione forniti da Freud, possono apparire magari convincenti, ma in qualche modo fuori bersaglio. Freud, contrariamente a quanto sembra fargli dire Timpanaro, era disposto ad ammettere la possibilità (da lui ovviamente non auspicata) che in molti casi i meccanismi di formazione del lapsus non fossero riconducibili a una spiegazione analitica. Ma aggiungeva: «dal punto di vista teorico [...] le conclusioni che vogliamo trarre per l'introduzione alla psicoanalisi rimangono valide anche se solo una minoranza di casi di lapsus [...] dovesse rientrare nella nostra concezione».

A renderci conto di quello che Freud vuole dire con quelle parole può, paradossalmente, aiutarci un piccolo lapsus che si ritrova nella prima edizione del libro di Timpanaro, che viene corretto nella seconda (per rigalleggiare poi stranamente nella ristampa Bollati-Boringhieri) e che lo stesso Timpanaro denuncia con spirito in una lettera del 4 aprile 1975 a Francesco Orlando: «L'ombra di Freud si è vendicata e ha cosparso di lapsus il mio libello! Uno (exoriatur per exoriare a p. 24) è davvero un mio lapsus: ho citato l'espressione virgiliana secondo quella che avrebbe dovuto essere la `regola', anziché nella formula autentica e anomala».

Non ho la minima intenzione di tentare una spiegazione o una interpretazione del lapsus di Timpanaro perché mi sembra del tutto priva di interesse. Tuttavia - visto il contesto, visto che Timpanaro è il grande e meticoloso filologo che conosciamo, visto che ha insistito a lungo e con estrema minuzia sull'anomalia - credo si possa tranquillamente escludere che ci troviamo di fronte a una «banalizzazione», alla scelta di una lectio facilior. Piuttosto viene in luce quello che a me sembra il nucleo resistente (e non scalfito) della Psicopatologia: camminiamo sulle sabbie mobili, le nostre parole sono a rischio e il controllo che riusciamo a esercitare su di esse è sempre aleatorio perché in ognuna, come diceva un buon lettore di Freud, è sempre presente un margine di lapsus. Tanto che spesso la verità, o almeno quello che vorremmo tacere, parla alle nostre spalle, ci fa cadere in trabocchetti da cui ci ritiriamo turbati e confusi, dicendo (per la gioia postuma di Freud): «non è altro che un lapsus».

Una perfetta dimostrazione l'ha fornita poche sere fa l'ineffabile presidente del consiglio. Parlava della guerra in Iraq quando - con l'autocontrollo e la lucidità che tutti gli riconoscono - ha detto che la posizione dell'Italia sarebbe stata conforme alle «risoluzioni degli Stati Uniti». Ha avuto una piccola esitazione, ha ammiccato, si è corretto: «volevo dire alle risoluzioni delle Nazioni Unite». Ancora una piccolissima pausa e poi ha aggiunto: «Qualcuno dirà che si tratta di un lapsus freudiano...No! E' solo un lapsus». Appunto.


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