[L'ombra
di Freud sull'inconscio di Timpanaro
A trent'anni di distanza
dalla prima edizione, esce da Bollati- Boringhieri il celebre saggio di
Sebastiano Timpanaro «Il lapsus freudiano. Psicoanalisi e critica testuale»:
alla luce del lungo arco di tempo trascorso, il testo conferma la sua vitalità,
e si esibisce a una più puntuale messa a fuoco. Travolta dalla vena polemica
contro Freud, la straordinaria competenza del filologo si espone, infatti, al
rischio di deformazioni concettuali derivate da alcune inaspettate imprecisoni
Rileggere a distanza di
trent'anni Il
lapsus freudiano. Psicoanalisi e critica testuale di Sebastiano Timpanaro
(Bollati-Boringhieri, prefazione di Fabio Stock) espone a una singolare
esperienza: è come se quei trent'anni si fossero ampliati e dilatati a
dismisura e il libro appare lontanissimo, nato in un tempo di cui sembrano
essere state cancellate irrimediabilmente anche le tracce. Questo non toglie
nulla alla vitalità del discorso di Timpanaro perché ogni libro di critica è,
per sua natura, datato: risponde a problemi contingenti, a domande che hanno
preso forma in un contesto preciso e si sforza di fornire risposte plausibili
con i mezzi e gli strumenti di cui il singolo, in quel determinato momento
storico-culturale, dispone. Se mai la lontananza può sollevare rimpianti: per
una stagione in cui il clima attuale era felicemente inimmaginabile, in cui si
poteva discutere con accanimento e passione difendendo fino all'estremo del
paradosso, ma con generosità e senza risparmi, le proprie convinzioni. Una
preziosa testimonianza di questo clima è fornita dallo splendido Carteggio su Freud tra lo stesso Timpanaro e
Francesco Orlando, che la Scuola normale di Pisa ha pubblicato nel 2001 e che
avrebbe meritato maggiore circolazione. E' un documento di grande interesse, ma
è anche un libro appassionante e significativo sul piano teorico. A colpire
soprattutto è (al di là delle differenze) quella che vorrei chiamare la qualità
dello scambio: assoluta franchezza, grande trasparenza, discussione anche
accanita, ma sempre tenuta sul livello più alto. In ogni caso discussione di
idee senza che mai ci sia, da parte di uno dei due corrispondenti, il benché
minimo cedimento, la più piccola incrinatura di una stima reciproca e molto
profonda. E' una lezione di civiltà e fermezza, una esemplare prova di
autentica collaborazione, fondata sulla ricerca dei punti deboli delle proprie
e delle altrui convinzioni, senza ipocrisie formali e senza infingimenti, che
assume - oltre al suo valore culturale - anche un valore politico in tempi che
ne sono così radicalmente, così dolorosamente privi.
Alla base del libro di Timpanaro credo che si possano
riconoscere con facilità due assunti: 1) l'incontro tra psicoanalisi e critica
testuale, che avrebbe potuto rivelarsi estremamente proficuo, è purtroppo un
incontro mancato; 2) la «pacifica coesistenza» o «addirittura la perfetta
compatibilità» tra marxismo e psicoanalisi (come scriverà anni dopo Timpanaro
in La fobia romana e altri scritti su Freud e
Meringer) è tanto accreditata quanto poco plausibile: «Esiste ancora,
certo, in Occidente qualche marxista che, pur riconoscendo la grandezza di
Freud e respingendo gli stolti e calunniosi attacchi stalinisti contro la
psicoanalisi, tuttavia non è freudiano. Ma siamo in pochi». Per quanto mi
riguarda sono convinto che quell'incontro avrebbe potuto rivelarsi cruciale e
sono anche convinto che la ricerca forzata di «compatibilità» tra Marx e Freud
abbia prodotto spesso distorsioni e semplificazioni insostenibili.
Timpanaro che, con una punta di civetteria, si definisce «un
oscuro medico condotto della critica testuale» (era in realtà un grandissimo
clinico) sembra avere individuato nella Psicopatologia
della vita quotidiana una sorta di avamposto, conquistato il quale sarebbe
stato possibile mettere in crisi - per linee interne e conformandosi forse ai
suggerimenti di Gramsci sulla «guerra di posizione» - l'intero sistema della
psicoanalisi. Putroppo si ha molto spesso la sensazione che le intenzioni
polemiche abbiano finito per prendergli la mano e per compromettere anche i
benefici di quell'«incontro» che nessuno, come lui, sembrava autorizzato a
promuovere.
L'attacco è frontale, condotto con il dispiegamento di mezzi
che la formidabile competenza filologica di Timpanaro e la sua ammirevole
chiarezza espositiva gli permettevano. Vengono esaminati due lapsus, a ognuno
dei quali Freud dedica un intero «capitoletto» proprio all'inizio della Psicopatologia della vita quotidiana, «prima che la
trattazione si frantumi in una gran quantità di esempi, discussi spesso molto
brevemente e inframmezzati da considerazioni metodologiche».
Mi limiterò a tornare sul primo e, per chiarezza, lascerò
che sia Timpanaro a riassumere:
«Un giovane ebreo austriaco, col quale Freud attacca
conversazione in viaggio, si lagna della condizione di inferiorità in cui sono
tenuti gli ebrei in Austria-Ungheria: la sua generazione, egli dice, è
`destinata ad atrofizzarsi, non potendo sviluppare i suoi talenti né soddisfare
i suoi bisogni'. Si accalora nel parlare di questo problema e vuol concludere
il suo `discorso appassionato' (così con una punta di bonaria ironia lo chiama
Freud) col verso che Virgilio fa pronunciare a Didone abbandonata da Enea e
prossima al suicidio: Exoriare aliquis nostris ex
ossibus ultor (E sorgi, vendicatore, dalle mie ossa, Eneide, IV, 625). Ma la memoria gli fa difetto, ed egli
riesce soltanto a dire Exoriare ex nostris ossibus
ultor: cioè omette aliquis e inverte le
parole nostris ex.»
Per prima cosa Timpanaro, con la inattaccabile competenza di
critica testuale che gli è propria, fornisce una spiegazione «pedestre (ma
vera)» di quella citazione lacunosa. Riassumere in poche righe la sua
dimostrazione (così ricca di esempi, elegante e articolata) risulta del tutto
impossibile. Il verso, dice, è contraddistinto da una forte singolarità che il
compagno di viaggio di Freud - tagliandolo - banalizza e rende più conforme
alle aspettative: l'eliminazione di aliquis mette
a disposizione «una frase perfettamente trasponibile in lingua tedesca, senza
forzature», eliminando l'ostacolo costituito dall'espressione Exoriare aliquis che sta (spiegano i filologi) per Exoriatur aliquis. Dunque nessuna difficoltà: decine di
esempi (addotti puntualmente da Timpanaro) dimostrano che fenomeni analoghi
sono all'ordine del giorno tanto nel lavoro dei copisti, quanto nelle citazioni
a memoria.
Freud, viceversa, partendo da aliquis
e invitando il suo compagno ad abbandonarsi al libero gioco delle
associazioni riconduce, attraverso una serie di passaggi acrobatici e tortuosi,
quella dimenticanza a un timore che assillava in quei giorni il giovane ebreo,
quello di non avere preso sufficienti precauzioni durante un rapporto sessuale
e quindi di essere in procinto di divenire padre. Spiegazione, sostiene
Timpanaro, pretestuosa e arbitraria perché, se teniamo conto della suggestione
fortissima a cui il giovane viene esposto dal suo autorevole interlocutore, a quel
«punto di arrivo» si sarebbe potuto giungere «da qualsiasi punto di partenza»:
sia che la dimenticanza avesse cancellato exoriare,
sia che avesse cancellato nostris. Sta di
fatto, aveva replicato subito Francesco Orlando leggendo il dattiloscritto, che,
se non si sostiene (e Timpanaro non lo fa) che Freud si è inventato tutto, il
giovane ebreo ha dimenticato proprio aliquis e
non una della altre parole che Timpanaro suppone abbia
dimenticato. Parlare allora di «controprove» appare almeno azzardato.
Non mi stupirei se qualcuno ritenesse più persuasiva e più
economica la spiegazione fornita da Timpanaro, e se, di volta in volta,
leggendo attentamente il libro di Freud, trovasse alcune spiegazioni più o meno
convincenti, talvolta spericolate o, in ogni caso, non irreprensibili: quel che
è certo è che non troverebbe da nessuna parte l'affermazione che alle origini
del lapsus c'è sempre un processo di
rimozione. Credo in ogni caso che il nocciolo del libro, come dirò tra poco,
non ne verrebbe scalfito. A stupirmi è piuttosto la frequenza con cui Timpanaro
cede alla tentazione di ampliare il fronte del conflitto.
Mi limiterò a un paio di esempi. Quando Timpanaro sostiene
che nelle «Lezioni del 1915-16» Freud insiste
su quelli che in critica testuale si chiamano «'errori polari', consistenti,
cioè, nell'esatto opposto di quella che sarebbe stata la parola giusta», perché
sarebbero i più adatti a confermare la teoria psicoanalitica, fa
un'affermazione che potrebbe anche essere condivisa, o accettata con riserva, fino
a quando non aggiunge: in tal caso «l'Es si vendicherebbe dell'insincerità
dell'Io, portando in luce pensieri e sentimenti opposti a quelli che volevamo
esternare». A questo punto chi pensa che anche Freud abbia (come ogni altro
autore) «diritto alla filologia», non può non rilevare che di Es Freud
comincerà a parlare solo alcuni anni più tardi e che nel passo a cui rimanda
Timpanaro non se ne trova traccia. La deformazione concettuale è palese e non
priva di conseguenze.
L'altro esempio, alla luce di quel «diritto», è anche più
imbarazzante. A un certo punto del suo discorso Timpanaro afferma che Freud,
per superare la «distinzione-contrapposizione fra elemento `tipico' ed elemento
`storico'», fa ricorso, nelle Lezioni, «alla
nozione di inconscio collettivo», che «poi svilupperà in altre opere». Questo
Freud improvvisamente junghiano non può non sorprendere tanto più che il passo
a cui Timpanaro rimanda non fornisce conferme: «Se i sintomi individuali
dipendono in forma così inconfondibile dall'esperienza del malato, resta
possibile che i sintomi tipici risalgano a un'esperienza che è tipica in sé;
comune a tutti gli uomini». Né si riesce a immaginare in quali altre opere
Freud avrebbe ripreso e sviluppato quella nozione, se è vero che di «inconscio
collettivo» parla una sola volta, e in modo equivoco, molti anni più tardi
quando scrive L'uomo Mosè e la religione
monoteistica: «non credo che otteniamo qualcosa introducendo il concetto di
inconscio `collettivo'. Il contenuto dell'inconscio è già comunque collettivo,
patrimonio universale dell'umanità».
Passaggio indubbiamente problematico e ambiguo, ma non tale
in ogni caso da suffragare quanto Timpanaro scrive, in fase di conclusioni,
vale a dire che nell'ultimo Freud il concetto di inconscio «diviene - man mano
che prende forma la nozione di inconscio collettivo - il depositario di una
sapienza arcana, qualcosa di non troppo dissimile dal trascendentale kantiano
rivissuto attraverso Schopenhauer e Eduard von Hartmann». E poche pagine dopo:
«nello svolgimento del pensiero di Freud assistiamo a una sempre maggiore
`personalizzazione' dell'inconscio, che finisce per diventare una specie di
seconda personalità di ciascuno di noi. Immune dalle insincerità e dagli
autoinganni dell'Io cosciente, partecipe, per di più, di quell'inconscio
collettivo che, come abbiamo detto, viene quasi a identificarsi con un apriori
kantiano-schopenhaueriano». Non è davvero facile (una volta accantonati i
pregiudizi) riconoscere Freud in simili affermazioni.
L'ampliamento progressivo della polemica, a cui con ogni
probabilità Timpanaro - come risulta dalle lettere a Orlando - arrivò in modo
almeno in parte preterintenzionale, espone così a rischi molto elevati:
talvolta porta Timpanaro ad identificare con grande acutezza punti deboli o
insoddisfacenti della teoria psicoanalitica, ma in altre occasioni finisce per
sollevare perplessità, come quando - con qualche imbarazzo - vengono accettate
alleanze scomode per un marxista, come quella con Popper e con una versione
dogmatica del falsificazionismo attraverso cui non solo Marx, ma persino un
newtoniano (se diamo retta a Imre Lakatos) avrebbe faticato a passare.
Tornando al lapsus, le critiche, anche fondate e plausibili
che Timpanaro rivolge ai tentativi di spiegazione forniti da Freud, possono
apparire magari convincenti, ma in qualche modo fuori bersaglio. Freud,
contrariamente a quanto sembra fargli dire Timpanaro, era disposto ad ammettere
la possibilità (da lui ovviamente non auspicata) che in molti casi i meccanismi
di formazione del lapsus non fossero riconducibili a una spiegazione analitica.
Ma aggiungeva: «dal punto di vista teorico [...] le conclusioni che vogliamo
trarre per l'introduzione alla psicoanalisi rimangono valide anche se solo una
minoranza di casi di lapsus [...] dovesse rientrare nella nostra concezione».
A renderci conto di quello che Freud vuole dire con quelle
parole può, paradossalmente, aiutarci un piccolo lapsus che si ritrova nella
prima edizione del libro di Timpanaro, che viene corretto nella seconda (per
rigalleggiare poi stranamente nella ristampa Bollati-Boringhieri) e che lo
stesso Timpanaro denuncia con spirito in una lettera del 4 aprile 1975 a
Francesco Orlando: «L'ombra di Freud si è vendicata e ha cosparso di lapsus il
mio libello! Uno (exoriatur per exoriare a p. 24) è davvero un mio lapsus: ho citato
l'espressione virgiliana secondo quella che avrebbe dovuto essere la `regola',
anziché nella formula autentica e anomala».
Non ho la minima intenzione di tentare una spiegazione o una
interpretazione del lapsus di Timpanaro perché mi sembra del tutto priva di
interesse. Tuttavia - visto il contesto, visto che Timpanaro è il grande e
meticoloso filologo che conosciamo, visto che ha insistito a lungo e con
estrema minuzia sull'anomalia - credo si possa tranquillamente escludere che ci
troviamo di fronte a una «banalizzazione», alla scelta di una lectio facilior. Piuttosto viene in luce quello che a me
sembra il nucleo resistente (e non scalfito) della Psicopatologia:
camminiamo sulle sabbie mobili, le nostre parole sono a rischio e il controllo
che riusciamo a esercitare su di esse è sempre aleatorio perché in ognuna, come
diceva un buon lettore di Freud, è sempre presente un margine di lapsus. Tanto
che spesso la verità, o almeno quello che vorremmo tacere, parla alle nostre
spalle, ci fa cadere in trabocchetti da cui ci ritiriamo turbati e confusi,
dicendo (per la gioia postuma di Freud): «non è altro che un lapsus».
Una perfetta dimostrazione l'ha fornita poche sere fa
l'ineffabile presidente del consiglio. Parlava della guerra in Iraq quando -
con l'autocontrollo e la lucidità che tutti gli riconoscono - ha detto che la
posizione dell'Italia sarebbe stata conforme alle «risoluzioni degli Stati
Uniti». Ha avuto una piccola esitazione, ha ammiccato, si è corretto: «volevo
dire alle risoluzioni delle Nazioni Unite». Ancora una piccolissima pausa e poi
ha aggiunto: «Qualcuno dirà che si tratta di un lapsus freudiano...No! E' solo
un lapsus». Appunto.
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