![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 FEBBRAIO 2003 |
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«Ma la critica non deve inquinare la fiducia nel lavoro
di laboratorio»
Pubblichiamo
la nota introduttiva del saggio «Il mestiere di scienziato» di Pierre Bourdieu,
che esce oggi da Feltrinelli.
Credo che l’universo della scienza sia oggi minacciato da una temibile
regressione. L’autonomia che la scienza aveva conquistato a poco a poco contro
il potere religioso, politico, persino economico, e, in parte almeno, contro le
burocrazie di Stato che garantivano le condizioni minimali della sua
indipendenza, è molto indebolita. I meccanismi sociali che sono andati
instaurandosi a mano a mano che la scienza si affermava, come la logica della
concorrenza tra pari, rischiano di trovarsi messi al servizio di fini imposti
dall’esterno; la sottomissione agli interessi economici e alle seduzioni
mediatiche minaccia di coniugarsi alle critiche esterne e alle denigrazioni
interne - di cui certi deliri «postmoderni» costituiscono l’ultima
manifestazione - per incrinare la fiducia nella scienza, e soprattutto nella
scienza sociale. Insomma, la scienza è in pericolo, e proprio per questo diviene
pericolosa.
Tutto fa pensare che le pressioni dell’economia vadano facendosi ogni giorno
più forti, soprattutto in quegli ambiti in cui i prodotti della ricerca sono
altamente redditizi, come la medicina, la biotecnologia e, più generalmente, la
genetica - senza parlare della ricerca militare. Per questo molti ricercatori o
gruppi di ricerca cadono sotto il controllo delle grandi società industriali,
attente ad acquisire, attraverso i brevetti, il monopolio di prodotti ad alto
rendimento commerciale. Per questo, ancora, la frontiera da gran tempo incerta,
tra la ricerca di base, condotta nei laboratori universitari, e la ricerca
applicata tende a poco a poco a sfumare: gli scienziati disinteressati, che
conoscono come unico programma quello che emerge dalla logica della loro
ricerca, rischiano di essere via via emarginati, almeno in certi settori, a
causa dell’insufficienza del sostegno pubblico, e malgrado il riconoscimento
interno di cui pure godono, a tutto vantaggio di vasti gruppi quasi
industriali, dediti a soddisfare le richieste subordinate agli imperativi del
profitto. E l’intreccio di industria e ricerca è oggi divenuto tanto stretto
che non v’è giorno in cui non si ripropongano nuovi casi di conflitti tra i
ricercatori e gli interessi commerciali
Vi è quindi da temere che la logica della concorrenza, la quale, come si è
potuto vedere in altri tempi, nell’ambito della fisica, può portare i
ricercatori più puri a dimenticare gli usi economici, politici o sociali che
rischiano di esser fatti dei risultati del loro lavoro, possa combinarsi e
coniugarsi con la sottomissione, più o meno coatta o calorosa, agli interessi
delle imprese per far scivolare interi settori della ricerca verso
l’eteronomia.
Quanto alle scienze sociali, è lecito immaginare che, non essendo in grado di
fornire prodotti direttamente utili, cioè immediatamente commercializzabili,
risultino meno esposte alle sollecitazioni. In realtà, gli specialisti di
queste scienze, e in particolare i sociologi, sono sottoposti a una
notevolissima sollecitazione: positiva, e spesso alquanto remunerativa, in
termini materiali e simbolici, per coloro che scelgono di mettersi al servizio
della visione dominante, magari soltanto per omissione (e, in questo caso,
l’insufficienza scientifica è di per sé garanzia di successo); oppure negativa,
e malevola, a volte distruttiva, per coloro che, facendo semplicemente il loro
mestiere, contribuiscono a far emergere un po’ della verità del mondo sociale.
Per questo mi è sembrato necessario sottoporre la scienza a un’analisi storica
e sociologica che non mira in alcun modo a relativizzare la conoscenza
scientifica rapportandola e riducendola alle sue condizioni storiche, quindi a
circostanze situate e datate, ma appare piuttosto orientata a permettere a
quanti fanno scienza di capire meglio i meccanismi sociali che orientano la
loro pratica.