RASSEGNA STAMPA

5 FEBBRAIO 2003
STEFANO AZZARA'
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OLTRE MILLE PERSONE LUNEDÌ SERA A MILANO PER UN DIBATTITO CON CACCIARI, GIORELLO, SEVERINO
Tutti pazzi per Heidegger: quando la filosofia fa «audience»

Visto che proprio Martin Heidegger aveva sancito la morte della filosofia, sarebbe stato grande il suo stupore lunedì sera nel vedere il teatro Franco Parenti di Milano traboccante di persone accorse per sentir parlare di lui. L’occasione era la presentazione della nuova edizione dei suoi Sentieri interrotti (Holzwege), raccolta di saggi apparsa per la prima volta nel 1950. Rinnovato prima di tutto nel titolo, con la scelta filologicamente più esatta di Sentieri erranti nella selva, e nuova anche la traduzione, curata da Vincenzo Cicero per "Il pensiero occidentale", la collana Bompiani diretta dallo storico della Filosofia antica Giovanni Reale (pagg. 708, euro 28). Nessun inedito da pubblicizzare quindi, tanto meno promesse di rivelazioni sconvolgenti sul rapporto controverso e infinite volte dibattuto tra Heidegger e il nazismo o sulla dialettica con Nietzsche, dalla quale Heidegger uscirà, per sua ammissione e non solo figurativamente, «con le ossa rotte».
Certamente, per spiegare il grande successo dell'evento, è d'obbligo tener conto del gruppo di relatori che, oltre al già citato Reale, ha condotto il dibattito: studiosi come Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Gianni Vattimo e Giulio Giorello sono certamente personaggi noti, ma altrettanto nota è la loro scarsa disposizione a sacrificare linguaggio tecnico e scientificità a favore di una platea tanto vasta e composita. Nonostante ciò, molti sono gli spettatori rimasti fuori dal teatro. Moltissimi quelli sistemati alla meglio sul pavimento del foyer. Numerose le coppiette, fittissime le comitive di giovani e meno giovani, tanti i solitari. E come spesso accade negli ultimi tempi, anche qui pare difficile tentare una qualche definizione sociologica unificante per le oltre mille persone che hanno applaudito e ascoltato gli interventi degli studiosi. Così per quasi due ore di dibattito al centro della serata è rimasto sempre e solo Holzwege, una raccolta di sei saggi che in qualche modo determinano un punto d'approdo per la filosofia heideggeriana, ma anche un’opera di difficile comprensione se già non si maneggiano gli strumenti concettuali messi a punto in Essere e Tempo e nelle conclusioni anti-umanistiche della Lettera sull'umanesimo. Mille persone accorse a sentire di un Heidegger sgomento e incuriosito di fronte alle conquiste della fisica atomica sulla fissione dell'atomo, che a suo parere chiudevano tre secoli di fisica moderna, «come oggi le acquisizioni sulla clonazione ricombinata - secondo il filosofo della Scienza Girello -, rappresentano epistemologicamente un approdo per tutta la biologia, almeno da Darwin in poi». Rapiti a sentire di un Heidegger angosciato per il dispiegarsi di un mondo della tecnica che già iniziava pericolosamente a dominare l'uomo. Un Heidegger però anche pieno di lirismo e di speranza (forti gli accenti di Hölderlin nel saggio «La locuzione di Anassimandro», il più bello insieme ad «A che poeti?» e «L'epoca dell'immagine del mondo»), per una salvezza possibile solo «quando il pericolo è», e per una sacralità della poesia capace di salvare l'uomo nei momenti di maggior indigenza.
Una serata da cui è possibile trarre tre indicazioni. Primo: non c'è solo la politica a incendiare gli animi e a riempire gli uditori. Secondo: le grandi questioni dell'esistenza umana fanno sempre audience. Terzo, e in barba a Martin Heidegger, finché ci saranno domande, la filosofia non sarà mai morta.


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